La “relazione speciale” tra Russia e Serbia può in prospettiva essere messa alla prova dalla grande campagna di arruolamento del gruppo Wagner nel Paese balcanico. La spregiudicata compagnia militare privata guidata da Evegnyi Prighozin è infatti indicata da molte fonti come intenta a un massiccio arruolamento in Serbia che però potrebbe creare problemi non indifferenti al presidente Aleksandr Vucic.

In particolar modo a spaventare la Serbia è la prospettiva di un massiccio afflusso di paramilitari con un addestramento o un’esperienza bellica all’estero (Ucraina in particolare) nelle file della Wagner, che può creare disordini o quinte colonne difficilmente controllabili dal potere centrale in una fase critica per Belgrado.

La conferma di questo dato di fatto è venuta da un ambiente spesso “termometro” della società serba: quella delle curve calcistiche. La scorsa settimana Il Messaggero ha ricostruito la vicenda che ha portato all’assalto al gruppo ultrà dei Fedayn, storici capofila della tifoseria della Roma, avvenuto la sera del 4 febbraio scorso fuori dallo stadio Olimpico ad opera dei tifosi della Stella Rossa Belgrado, squadra dalla cui curva sono stati pescati negli Anni Novanta molti combattenti delle famigerate Tigri di Arkan. Ebbene, gli ultrà serbi che hanno attaccato i romanisti, il cui striscione è stato sottratto per vendetta per il gemellaggio con i tifosi della Dinamo Zagabria e bruciato due settimane dopo al Marakana di Belgrado, comprendevano un plotone di uomini che hanno combattuto con la Wagner.

“Le tracce ripercorse a ritroso dalla Digos italiana”, nota la testata romana, “portano fino a un’agenzia di viaggi del Donbass dove sono stati emessi e acquistati cinque biglietti aerei con destinazione il Bel Paese abbinati ad altrettanti nominativi tra quelli registrati negli alberghi di Milano e Bologna che hanno ospitato gli ultrà della Stella Rossa Belgrado arrivati (in tutta sordina) in Italia per assistere alle partite di basket” tra la sezione cestistica in Eurolega e le italiane Olimpia Milano e Virtus Bologna e poi scatenatisi su Roma nell’assalto ai Fedayn. Un precedente problematico che mostra una saldatura stile Anni Novanta tra ambienti estremisti e nazionalisti, mondo paramilitare e curve. In cui la Wagner prospera.

Il presidente Vucic subisce pressione da parte dei gruppi ultranazionalisti serbi in cui la Wagner recluta dopo aver promosso l’accordo di confine col Kosovo su iniziativa di Unione Europea e Stati Uniti. Il Carnegie Endowment for Peace stima in centinaia le reclute che la Wagner sta arruolando in Serbia e sottolinea come da gennaio 2023 la pressione di Prighozin stia aumentando. Fumo negli occhi per Vucic, il quale si trova nella delicata situazione di dover mantenere buoni rapporti con la Russia, non chiudere all’Occidente e dover far rispettare le leggi interne, le quali vietano ai cittadini serbi di arruolarsi come mercenari in gruppi stranieri.

Vucic, va detto, dal 2014 a oggi non ha mai sostenuto l’occupazione russa della Crimea o le rivendicazioni di Mosca sul Donbass e ha sempre ritenuto illegale l’invasione del 24 febbraio 2022. Ma la popolazione serba è, per un comprensibile vissuto storico, con Mosca e non con l’Occidente, e secondo un sondaggio di inizio anno Vladimir Putin, con il 66% dei consensi, è il leader politico più popolare nel Paese balcanico. Wagner, è l’analisi del Carnegie, pesca soprattutto nei gruppi ultranazionalisti. Gli stessi che oggi attaccano Vucic per la risoluzione della controversia col Kosovo per i confini.

Poco prima del 27 febbraio, giorno dell’incontro a Monaco tra Vucic e il segretario di Stato Usa Tony Blinken che ha avvicinato un compromesso sul Kosovo, gli ultranazionalisti serbi guidati dal leader populista  Damjan Knezevic, sostenitore delle mosse di Wagner, hanno inscenato una manifestazione a Belgrado, convocata il 25 febbraio scorso. Politico.eu ne ha parlato sottolineando come il ritrovo abbia richiamato “centinaia di nazionalisti serbi e attivisti filo-russi con legami con il gruppo Wagner”. Questi si sono riuniti “chiedendo la fine del processo di normalizzazione con il Kosovo”, arrivando a minacciare Vucic di morte. Il quale ha denunciato la mano di “agenti stranieri” dietro queste proteste, alludendo potenzialmente alla mano russa di Prighozin.

La saldatura ultranazionalisti-curve-mercenari richiama alla mente foschi ricordi per la Serbia, che vuole chiudere col tragico passato Anni Novanta. Vucic spinge per normalizzare il Paese e non è disposto a portare alle estreme conseguenze la situazione interna in nome dei rapporti ideologici e politici con Mosca. Chiede investimenti, stabilizzazione e prosperità per la Serbia e si rende conto che ad oggi il tmea della presenza di Wagner come quinta colonna rischia di spaccare il Paese. Fino a che punto potrà continuare questo braccio di ferro sotterraneo tra Belgrado e Mosca? Difficile dirlo. Ma è chiaro che a Mosca un’area balcanica instabile, in questa fase, non dispiaccia come pungolo all’Occidente. E la via per ottenerla passa anche dal sabotaggio dell’accordo sul confine del Kosovo. Anche a costo di pungolare uno storico alleato.