“Una guerra per Taiwan trascinerà le Filippine nel conflitto”. Era il 2025 quando Ferdinand Marcos Jr. pronunciava queste parole per giustificare la crescente cooperazione militare con gli Stati Uniti.
Da allora il legame tra Manila e Washington si è ulteriormente rafforzato, tra esercitazioni congiunte, la concessione alle forze Usa di utilizzare basi dislocate sul territorio filippino e l’autorizzazione a installare sistemi missilistici a medio raggio e lanciatori di missili anti nave in aree strategiche.
L’obiettivo (neanche troppo implicito) di una simile convergenza? Contenere la Cina. Non solo per quanto riguarda il dossier taiwanese, ma anche per il controllo del contesissimo (e strategico) Mar Cinese Meridionale.
Poco sembra importare a Marcos che le Filippine facciano parte dell’Asean e che, almeno in teoria, ci sarebbero molti più vantaggi economici a utilizzare un approccio pragmatico con gli altri partner regionali, che non nel trasformarsi in un avamposto militare statunitense rischiando di alimentare pericolose escalation. Se l’ex presidente filippino Rodrigo Duterte aveva instaurato un dialogo con Pechino, l’attuale leader ha optato per un ferreo allineamento con gli Usa per contrastare il Dragone.
Si rafforza la cooperazione tra Usa e Filippine
A giudicare dalle ultime notizie, Washington vorrebbe qualcosa in più da Manila. Pare, infatti, che gli Stati Uniti stiano ragionando su come stabilire un impianto di produzione di munizioni nelle Filippine. L’ipotesi ha già agitato le opposizioni locali: secondo i critici di Marcos, trasformerebbe il Paese in una specie di braccio logistico del “militarismo” statunitense in Asia.
Come ha spiegato il South China Morning Post, il piano è emerso la scorsa settimana nell’ambito della Partnership for Indo-Pacific Industrial Resilience (Pipir), un’iniziativa a guida statunitense lanciata nel 2024 per ridurre le vulnerabilità delle catene di approvvigionamento Usa e aiutare gli alleati a produrre e mantenere equipaggiamenti militari più vicini ai potenziali punti critici.
Nello specifico, in Giappone è stato concordato di avviare un programma per la produzione di motori a razzo a propellente solido, oltre che di promuovere la cooperazione regionale su piccoli droni militari. Parallelamente, è stata valutata la possibilità di istituire nelle Filippine uno stabilimento per l’assemblaggio e il confezionamento di munizioni da 30 mm x 173 mm: un calibro di uso comune nelle piattaforme di difesa marittima e costiera dalle quali dipendono le stesse forze armate di Manila.
Cui prodest?
Il suddetto piano si basa su una proposta avallata lo scorso anno da Washington per aprire un impianto di produzione e stoccaggio di munizioni a Subic Bay, nella provincia filippina di Zambales, sede della più grande base navale americana d’oltremare fino alla sua chiusura nel 1991.
Anche se gli analisti statunitensi e lo stesso Marcos sottolineano come il piano non intenderebbe trasformare Manila in un importante produttore di armi, ma che, al contrario, punterebbe a colmare vulnerabilità militari nazionali, le opposizioni sono furenti.
Il Blocco Makabayan, una coalizione di sinistra alla Camera, si è schierato contro la creazione di una struttura del genere, sostenendo che servirebbe soltanto per compiacere “esigenze strategiche degli Stati Uniti”.
“In un momento in cui le operazioni belliche statunitensi stanno devastando il Medio Oriente e ampliando l’instabilità, le Filippine non devono essere trasformate in un’estensione logistica della politica bellicista degli Stati Uniti”, ha affermato il Blocco Makabayan. Nel frattempo, gli Usa continuano a schierare missili avanzati nelle Filippine settentrionali scatenando le ire della Cina.