L’ultimo China Military Power Report (CMPR), ovvero il documento del Dipartimento della Difesa Usa, meglio noto come Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China, ha analizzato i principali sviluppi militari e di sicurezza riguardanti la Cina. Il denso rapporto, 196 pagine, contiene informazioni interessanti.
Al di là delle molteplici tematiche toccate (ne abbiamo parlato qui in maniera approfondita), vale la pena soffermarci sulla questione taiwanese, da mesi salita alla ribalta di pari passo con l’aumento delle tensioni tra Pechino e Washington nel’Indo-Pacifico.
Innanzitutto, il report ha fatto presente che la copertura satellitare cinese nel Pacifico occidentale è raddoppiata dal 2018. Questo offre un vantaggio non trascurabile al Dragone, e cioè la capacità di rilevare le navi di superficie statunitensi grazie ad una serie di sensori in grado di guidare i suoi 2.000 missili terrestri verso obiettivi in movimento, comprese le portaerei Usa.
Dal momento che la Repubblica Popolare Cinese sembrerebbe aver riorganizzato i propri sistemi difensivi nel suo “cortile di casa”, la conclusione strategica avanzata da alcuni esperti è che gli Stati Uniti difficilmente potranno vincere in un ipotetico scontro a fuoco con la Cina vicino alla costa cinese, né difendere Taiwan.
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La strategia della “terra bruciata”
In base ai recenti sviluppi, gli Stati Uniti potrebbero allora attuare un modus operandi diverso: non tanto difendere Taiwan, quanto realizzare una strategia della “terra bruciata”. Detto altrimenti, Washington, in caso di un’ipotetica invasione cinese, distruggerebbe l’industria dei semiconduttori presente sull’isola.
È quanto dichiarato, del resto, anche dall’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa di Donald Trump, Robert O’Brien: “Se la Cina dovesse conquistare Taiwan e prendere quelle fabbriche intatte – cosa che non credo consentiremo mai – avrebbero il monopolio sui chip nel modo in cui l’OPEC ha il monopolio sul petrolio.
Secondo Asia Times, Stati Uniti e Taiwan dovrebbero elaborare piani per una strategia mirata di terra bruciata che renderebbe la “provincia ribelle” non solo poco attraente se dovesse esser presa con la forza, ma decisamente costosa da mantenere. E questo potrebbe essere fatto in modo più efficace minacciando di distruggere le strutture appartenenti alla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, il più importante produttore di chip al mondo e il più importante fornitore della Cina.
Una guerra complicata
Un’azione del genere, nelle intenzioni degli analisti, dovrebbe scoraggiare la Cina dal fare passi falsi. Ma Pechino ragionerà in questo stesso modo? Negli ultimi mesi, è importante sottolinearlo, la Repubblica Popolare Cinese ha accelerato lo sviluppo del settore autoctono dei semiconduttori, forse proprio per limitare la strategia della terra bruciata statunitense.
In ogni caso, O’Brien è d’accordo con la valutazione del Pentagono secondo cui gli Stati Uniti non possono vincere una guerra nello Stretto di Taiwan. Il richiamato rapporto del Pentagono afferma infatti, tra gli altri aspetti, che la “variante ASBM CSS-5 Mod 5 (DF-21D) armata in modo convenzionale della PLA Rocket Force offre all’esercito cinese la capacità di condurre attacchi di precisione a lungo raggio contro navi, comprese le portaerei, verso il Pacifico occidentale”. Le forze missilistiche a terra del medesimo esercito cinese completano le capacità di attacco di precisione aeree e marittime della marina e dell’aeronautica del Dragone.
Oltre al suo inventario di missili convenzionali, la Cina ha inoltre sviluppato veicoli plananti ipersonici che abbracciano il suolo e viaggiano alla velocità dei missili balistici intercontinentali, o superiore a quella del suono. Pechino può inoltre contare su circa 800 caccia di quarta generazione schierati sulla sua costa e quasi 200 caccia di quinta generazione (stealth).
Come osserva il rapporto del Pentagono, la Cina ha infine corretto la carenza più importante nella sua produzione interna di aerei da guerra, vale a dire i motori a reazione. È anche per questo che un eventuale scontro militare nei pressi della costa cinese potrebbe costare carissima persino agli Stati Uniti.