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Pil, occupazione e budget militare: la Cina ha fissato i primi obiettivi del 2023 in occasione dell’apertura delle cosiddette due sessioni, le riunioni dei rappresentanti della Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese (Cpcpc) e dell’Assemblea Nazionale del Popolo (Anp), e cioè rispettivamente il principale organo consultivo e il ramo legislativo del parlamento cinese.

L’asticella del prodotto interno lordo è stata fissata dalla leadership cinese intorno al +5% – un traguardo inferiore alla stima del Fondo Monetario Internazionale del +5,2% – mentre sul fronte lavorativo il governo dovrà creare 12 milioni di nuovi posti di lavoro.

Obiettivi importanti, a maggior ragione dopo gli anni di congelamento figli della pandemia e della Zero Covid Policy, che vanno di pari passo con il rafforzamento militare, che quest’anno vedrà un +7,2% in concomitanza con l’intensificarsi delle minacce internazionali.

Nel 2023 la spesa militare cinese crescerà al ritmo più veloce degli ultimi quattro anni. Calcolatrice alla mano supererà altre categorie di spesa – come il +5,7% della spesa pubblica generale – sottolineando, a detta del Financial Times, la riponderazione di Pechino verso la sicurezza rispetto allo sviluppo.



L’aumento del budget militare cinese

Il budget militare dichiarato della Repubblica Popolare Cinese ammonta ufficialmente a circa 225 miliardi di dollari, una cifra quattro volte inferiore rispetto a quella registrata dagli Usa. Eppure, ogni minima oscillazione cinese crea ansie e preoccupazioni tra i corridoi della Casa Bianca.

Nell’ultimo decennio, la spesa per la difesa della Cina è aumentata di circa il +10% ogni anno, con il 2014 che ha visto l’aumento più elevato, pari al +12,2%. Il premier uscente Li Keqiang ha inoltre scritto nel rapporto presentato ai delegati che “i tentativi esterni di sopprimere e contenere la Cina sono in aumento” e che “le forze armate dovrebbero intensificare l’addestramento e la preparazione militare su tutta la linea”.

In ogni caso, l’aumento delle spese militari cinesi arriva in un momento particolare, in cui i legami tra Pechino e Washington si stanno deteriorando, sia a causa della diatriba sulla guerra in Ucraina sia per via della vicenda del pallone spia. Per non parlare, poi, dei ripetuti allarmi lanciati da funzionari e alte sfere militari statunitensi sul rischio che la Cina possa invadere Taiwan da qui ai prossimi anni.

La crescita continua

Anche se, come detto, la spesa militare della Cina vale un terzo di quella statunitense, il think tank Csis ha fatto notare come questa sia comunque cresciuta di cinque volte negli ultimi due decenni e superi adesso il budget combinato delle 13 maggiori spese militari nell’Indo-Pacifico. Il rafforzamento cinese sulla difesa supera anche significativamente le voci di bilancio relative ad altri campi, come l’istruzione, la sicurezza sociale e la ricerca scientifica. Attenzione però, perché i confini tra i vari ambiti sono molto sfumati.

Come se non bastasse, gli analisti sostengono che la messa in servizio della terza portaerei cinese, prevista per questa estate, la rapida produzione di nuovi cacciatorpediniere e aerei da combattimento, nonché gli investimenti nella tecnologia spaziale e nell’intelligenza artificiale per i sistemi di puntamento missilistico, saranno probabilmente le principali aree di spesa quest’anno.

Il governo cinese fornisce pochi altri dettagli sulla sua spesa per la difesa, oltre ad offrire una ripartizione per personale, addestramento, manutenzione e attrezzature. Tutto ciò rende pressoché impossibile tracciare determinati acquisti o cambiamenti nell’attività militare di Pechino. Certo è che l’aumento delle attività di esercitazione e pattugliamento dell’esercito cinese nei pressi di Taiwan ha generato importanti costi aggiuntivi.

Nel frattempo, Olaf Scholz ha lanciato un chiaro avvertimento alla Cina: ci sarebbero “conseguenze” se Pechino inviasse armi alla Russia per la guerra in Ucraina. In una intervista alla Cnn, il cancelliere tedesco si è però detto abbastanza ottimista sul fatto che Pechino si asterrà dal farlo. Alla domanda se potesse immaginare di sanzionare la Cina nel caso aiutasse Mosca, Scholz ha risposto: “Penso che avrebbe delle conseguenze, ma ora siamo in una fase in cui stiamo mettendo in chiaro che ciò non deve accadere e sono relativamente ottimista che avremo successo con la nostra richiesta, ma dovremo verificare”. 

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