La firma dell’accordo Aukus e lo schiaffo navale (e spaziale) inflitto da Regno Unito, Stati Uniti e Australia alla Francia di Emmanuel Macron nell’Indo-Pacifico con l’esclusione di Parigi dall’alleanza anti-cinese e soprattutto dalla possibilità di armare, come inizialmente pattuito, la marina di Canberra con i suoi sottomarini ha portato l’Eliseo a riorganizzare le proprie strategie. Valorizzando la possibilità che a essere centrali nei piani per l’autonomia strategica europea tanto cara a Macron siano, come d’interesse per Parigi, il complesso militar-industriale transalpino e gli obiettivi di medio-lungo termine della Francia.

Nelle sue lunghe interviste-fiume, nelle esternazioni pubbliche, nei documenti strategici di carattere politico-militare e nelle azioni concrete Macron è da sempre molto attento a presentare come “europee” le volontà di potenza della sua Francia. Capaci di passare anche e soprattutto per la definizione dell’autonomia strategica europea in ambito militare e tecnologico in una versione il più confacente possibile alle priorità di Parigi. Aukus, in quest’ottica, ha accelerato politicamente quanto sul campo si manifestava già da diversi mesi.

Su queste colonne Lorenzo Vita ha definito, a ragione, l’accordo franco-greco sull’energia e le forniture militari come una piccola Aukus a guida transalpina nel Mediterraneo orientale: ebbene, l’accordo che ravviva i conti e le prospettive di Naval Group dopo una serie di flop che hanno avuto nello schiaffo australiano il loro apice ha anche instradato appieno la strategia di Parigi verso una chiara esplicitazione della volontà di guidare l’autonomia strategica in termini industriali e politici.

Anche prima del patto anglosassone dell’Indo-Pacifico Parigi fremeva. Lo ha testimoniato, di recente, la chiusura a ogni possibilità di ricongiunzione tra il progetto Fcas per un caccia di sesta generazione franco-tedesco e il programma Tempest a cui aderiscono Regno Unito, Italia, Svezia: troppo grande la rivalità tra i comparti miltiari-industriali di Parigi e Londra e troppo avanzata la prospettiva di un’integrazione con Berlino per aprire al Regno Unito post-Brexit. Ma del resto anche i malumori del Bundestag segnalano che la Germania post-Merkel non è affatto disposta a fare sì che i fondi tedeschi paghino gli appalti francesi nel quadro della difesa comune europea.

Inoltre, dopo essere uscita tutto sommato con la testa alta dall’Afghanistan avendo gestito con ordine la sua evacuazione, la Francia intende amplificare il discorso sull’esercito comune europeo. L’Ue ha “imparato a proprie spese” dalla crisi in Afghanistan la necessità di costruire le proprie capacità di difesa, ha dichiarato al Financial Times il francese Thierry Breton, commissario europeo  per il mercato interno, che la difesa comune “non è più facoltativa” e che l’Ue deve diventare in grado di gestire missioni militari in “piena autonomia. L’ex supermanager e ministro gollista è l’uomo chiave di Macron in Europa, il commissario da cui passano tra le mani tutti i più importanti dossier industriali in materia di industria, difesa, aerospazio, nuove tecnologie. Campi su cui la Francia intende giocare da protagonista nelle nuove filiere europee.

Breton parla con forza della necessità di trasformare l’Europa intesa come mercato in una potenza compiuta. Il suo pensiero, espresso in diversi interventi e uscite pubbliche, individua tre pilastri per costruire la difesa comune: alla definizione di un chiaro quadro politico-istituzionale in cui incardinare la nuova visione si devono aggiungere una compiuta dottrina strategica esplicitamente rivolta alle politiche di sicurezza e la creazione di una forza capace di proiettarsi attraverso dispiegamenti rapidi. Presupposti, questi, per costruire una vera sicurezza europea anche grazie alla standardizzazione data da programmi militari comuni. Breton parla di interessi europei, ma dietro la parola “Europa” si cela il volto di Marianna.

La corsa francese all’autonomia strategica è la corsa a rimediare, forse fuori tempo massimo, all’errore compiuto da De Gaulle negli Anni Cinquanta silurando la Comunità Europea di Difesa sostenuta da Alcide De Gasperi che, vista col senno di poi, avrebbe forse permesso alla Francia di essere potenza egemone in Europa per la sua proiezione internazionale e la rilevanza del suo apparato militare, di intelligence e nucleare. Rappresenta uno sforzo “bonapartista” per proiettare su scala europea il capitalismo e la finanza nazionali operanti nei settori più strategici. Mira a presentarsi come il bilanciamento tra la dipendenza economica dell’Europa da Berlino e quella securitaria dagli Usa, tra cui la Francia è schiacciata risultando ridimensionata. Non guarda in faccia le prese di posizione di chi, come l’Italia, pensa all’autonomia strategica soprattutto in ottica di rafforzamento della gamba europea dell’alleanza occidentale. L’autonomia strategica è, per Parigi, una questione francese, l’estremo tentativo di rimediare alla sconfitta europea nella “sfida amercana” che ha reso l’Unione un satellite militare e tecnologico dell’ingombrante alleato.

Come ha detto l’accademico e esperto di relazioni internazionali Sergio Fabbrini in un’analisi per Il Sole 24 Orein ogni caso, Parigi avrebbe davvero ragionato in termini europei se avesse “accompagnato la proposta di dotare l’Ue di una sua autonomia strategica con la disponibilità a trasformare il proprio seggio al Consiglio di sicurezza in un seggio dell’Ue (dopo tutto, la Germania di Helmut Kohl rinunciò al Deutsche Mark per poter dare vita all’Euro)”. Una proposta irrealizzabile concretamente, mancando l’Ue di coscienza e capacità d’azione geopolitica, al contrario di Stati come la Francia. Dietro facciata e dichiarazioni, restano velleità e ambizioni smodate di Parigi. E Macron, puntando alla rielezione, non può non abdicare ai suoi disegni di egemonia europea in una fase in cui si apre un vuoto, quello di Angela Merkel, che il presidente mira a colmare. Ma che non è detto la Francia sia capace di gestire autonomamente.