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Lo scorso 23 agosto tre bombardieri strategici B-2 “Spirit” dell’U.S. Air Force sono atterrati in Islanda, presso la base aerea di Keflavik situata non lontano dalla capitale, per un dispiegamento operativo. Si tratta della seconda volta che i bombardieri stealth “ad ala volante” arrivano nell’isola: storicamente, i B-2 si sono limitati ad operare da Fairford (Regno Unito) e Whiteman (Missouri), così come dalla base di Andersen a Guam e da Diego Garcia nell’Oceano Indiano, perché richiedono speciali attrezzature di supporto.

Altre basi risultano avere strutture adeguate che possono essere messe a disposizione dei B-2, se necessario: quando uno dei bombardieri si era recato a Wake Island, nel settembre 2018, era partito dalla base di Hickam nelle Hawaii.

Il comunicato stampa ufficiale del comando dell’Usaf per l’Europa e l’Africa (Usafe-Afafrica) riferisce che i tre aerei del 509esimo stormo bombardieri di Whiteman sono arrivati a Keflavik per una missione pianificata da tempo che li vedrà impegnati in missioni “di teatro” e di addestramento in Europa e in Africa. I bombardieri sono arrivati in Islanda direttamente dalla loro base statunitense, mentre nel 2019, quando si sono visti per la prima volta, erano giunti da Fairford. In quella occasione la sosta era durata meno di cinque ore in cui non sappiamo se i B-2 fossero stati riforniti, però è una possibilità da tenere in conto: durante la visita dei bombardieri a Wake Island, ad esempio, era stato effettuato un rifornimento “hot pit”, una pratica in cui l’aereo non spegne mai i motori, usata per accelerare il ritmo delle operazioni in basi avanzate. Quando si tratta di velivoli più complessi, come il B-2, permette di eliminare anche le complicate procedure di avviamento.

Quella di quest’anno sembra essere una missione di tutt’altro tipo e di più lungo periodo in terra islandese: in merito al dispiegamento in Europa e alla visita in Islanda, il generale Jeff Harrigian, comandante dello Usafe-Afafrica, ha affermato che “le partnership forti sono essenziali per la nostra capacità di deterrenza, difesa e per vincere” e l’Usaf parla di “primo dispiegamento operativo”.

Dal 2015, infatti, gli Stati Uniti si sono adoperati per ristabilire una presenza più continuativa a Keflavik alla luce della crescente attività militare russa potenzialmente ostile. La U.S. Navy è stata la prima a rioccupare la base per riprendere l’attività di sorveglianza lungo gli accessi all’Atlantico del Nord per via dell’aumento delle operazioni dei sottomarini russi e, in misura minore, per via dell’emergere di attività navali cinesi in quell’area. La marina statunitense ha pertanto riattivato la sua Seconda Flotta per gestire meglio le proprie operazioni nel Nord Atlantico nell’agosto 2018.

Sono stati quindi investiti più di 80 milioni di dollari negli ultimi anni per espandere le piste, rinnovare gli hangar e altre strutture della base islandese, in particolare per supportare il crescente dispiegamento di aerei da pattugliamento marittimo P-8A Poseidon. A febbraio del 2016, infatti, la U.S. Navy ha ufficialmente ripreso i voli di pattugliamento dall’Islanda per “dare la caccia” ai sottomarini russi coi suoi Poseidon. I miglioramenti della base di Keflavik sono anche serviti per ospitare velivoli più grandi, compresi i B-2, che quindi, stante il recente dispiegamento, i bombardieri potrebbero così poter usufruire di una nuova base avanzata e non più solo di uno scalo “di ripiego”. Lo scorso 7 settembre, infatti, almeno uno Spirit è stato impegnato in una missione di addestramento nei cieli del Mare del Nord insieme ad alcuni F-15 dell’Usaf (decollati dalla loro base britannica di Lakenheath) e ai Typhoon della Royal Air Force.

Si sposta così un’altra pedina, da parte degli Stati Uniti, nello scacchiere artico. All’inizio di quest’anno l’Usaf aveva temporaneamente schierato una sezione di bombardieri strategici B-1B insieme a 200 uomini di personale di appoggio in Norvegia per effettuare voli di addestramento nella regione. Il piccolo corpo di spedizione, proveniente dalla base di Dyess, in Texas, era stato dislocato presso la base aerea di Orland, vicino a Trondheim, l’hub per la flotta di caccia F-35 della Norvegia. La Russia ha reagito a quella che considera una provocazione, aumentando l’intensità dei voli “di pattugliamento” della propria componente aerea strategica: bombardieri Tupolev Tu-160 e Tu-95MS hanno effettuato lunghe missioni nei cieli artici decollando dalla loro base di Engels, nell’oblast di Saratov. Pertanto ci attendiamo che Mosca risponderà, ancora una volta, “a tono”.

Gli Stati Uniti e la Nato stanno spostando il loro fulcro sempre più verso il Grande Nord che è tornato a rappresentare un settore di contrasto alla Russia stante il maggiore dispiegamento di uomini e mezzi nell’Artico da parte del Cremlino, che ha intrapreso una vera e propria “rimilitarizzazione” della sua frontiera nord con la modernizzazione di infrastrutture già esistenti e la costruzione di nuove. Nelle basi aeree che afferiscono ai gelidi mari del circolo polare si sono visti, ad esempio, caccia intercettori Mig-31, che spesso hanno accompagnato i voli dei bombardieri, e sono stati schierati assetti da difesa aerea di ultima generazione.

Parallelamente la Nato ha ripreso con vigore l’addestramento delle sue truppe in quell’ambiente così ostile: a ottobre del 2018, ad esempio, la nave da assalto anfibio (tipo Lhd) Uss Iwo Jima era giunta proprio in Islanda con un contingente di Marines per partecipare all’esercitazione Trident Juncture di quell’anno.

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