Una dirompente evoluzione sulla sicurezza irrompe in Asia Sud-Occidentale: Pakistan, Turchia e Arabia Saudita hanno siglato un patto congiunto di difesa nel Paese del Golfo nella giornata odierna. La manovra, anticipata alla vigilia da una ridda di voci, consolida l’avvicinamento a tutto campo tra tre attori uniti dalla comune volontà di creare un’architettura di sicurezza coerente, sistemica e strutturata per il Levante e che manda messaggi a tutti gli attori operativi in un teatro conteso.
Recep Tayyip Erdogan, presidente turco, Mohammad bin Salman, principe ereditario e primo ministro saudita e Shehbaz Sharif, premier pakistano hanno scelto la più simbolicamente importante delle città per concludere l’alleanza tra tre delle maggiori potenze del mondo islamico: nientemeno che la città santa della Mecca. Ombelico del mondo islamico e epicentro dell’attenzione di tutti i credenti musulmani del mondo, a testimonianza della volontà di mandare un messaggio a un sistema internazionale caotico e volatile. Una potenza araba, custode dei Luoghi Santi dell’Islam, e due a maggioranza non araba per andare oltre la regione e parlare a tutti gli attori coinvolti oggi nella conflittualità che la riguardano.
Il cosiddetto “Accordo di difesa congiunta di La Mecca” unisce tre attori che sono tre protagonisti di un agone mediorientale fattosi sempre più intricato dopo quasi tre anni di conflitto generalizzato. Quante guerre conosce, oggi, in effetti l’area crocevia tra Eurasia, Oceano Indiano e Mediterraneo? Tante guerre divise, più o meno calde? O forse le trame di un unico, grande conflitto causato alla fonte dagli attentati di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023 ed espansosi come un vero e proprio rodeo geopolitico, con operazioni militari su larga scala a Gaza, in Libano e nelle due guerre della coalizione israelo-americana contro l’Iran, ricadute sanguinose sulla Cisgiordania e in Yemen, e con tutta la regione coinvolta dalla Terza guerra del Golfo dal 28 febbraio in avanti sulla scorta dell’espansione del contro tra Teheran, Washington e Tel Aviv. Islamabad, Ankara e Riad sono state accomunate dalla volontà di ridurre l’entropia sistemica di questi conflitti e preservare il ruolo del Medio Oriente come piattaforma di connettività logistica e geoeconomica, oggi sempre più messo in discussione dallo status acquisito di campo di battaglia.
In tal senso, l’accordo si pone l’obiettivo di costruire un sistema comune di sicurezza che tocchi anche temi tecnologici e industriali e metta a fattore comune le forze dei tre Paesi espandendo il perimetro inaugurato dal patto siglato nel 2025 da Pakistan e Arabia Saudita e inserendovi un attore decisivo come la Turchia: membro della Nato, a cavallo tra Europa e Asia, titolare di una sfera d’influenza geopolitica e geoeconomica che spazia dall’Asia centrale al Mar Rosso. Ciascuno per i propri calcoli, Turchia, Pakistan e Arabia Saudita vedono nell’innalzamento delle garanzie di sicurezza un obiettivo vitale, dato che il clima di guerra generalizzato destabilizza i propri interessi economici e diplomatici.
Lo sviluppo di una deterrenza comune sembra essere un desiderio trasversale. Osama bin Javaid di Al-Jazeera scrive che l’accordo può favorire la condivisone di informazioni e si basa su rapporti di complementarietà: “il Pakistan porta con sé il suo arsenale nucleare, un apparato militare provato in battaglia e munizioni”, mentre la Turchia, oltre che membro Nato è forte di “un sistema di produzioni di droni e armamenti avanzato”, ed entrambe le cose sono per bin Javaid combinabili “con la potenza economica dell’Arabia Saudita”. Un nesso plausibile, anche se chiaramente come in ogni partenariato responsabilità, capacità e livello di governance andranno definiti operativamente e bisognerà capire in che misura delle strutture concrete prenderanno piede per coordinare l’asse tra tre delle maggiori potenze del mondo islamico. Certo è che il patto di La Mecca si salda consolidando il principio della sicurezza collettiva e del comune impegno a fornire una risposta comune a un maggiore attacco contro una delle tre parti contraenti. E oggigiorno gli scenari di crisi non mancano. A partire dalla guerra d’Iran e dai suoi epifenomeni.
Ankara, ad esempio, ha temuto lo “scenario-caos” in Iran ai tempi delle proteste di gennaio prima e durante la guerra poi; in seguito ha tramite il Ministro degli Esteri Hakan Fidan prova a fornire una sponda diplomatica per evitare il conflitto prima che il testimone fosse raccolto dal Pakistan. Islamabad è impegnata a risolvere le grane securitarie sul confine afghano ma al contempo ha spinto come grande mediatrice per il cessate il fuoco, poi naufragato, Usa-Iran, temendo la tempesta energetica sdoganabile dal conflitto e una possibile destabilizzazione della regione. L’Arabia Saudita si è trovata nel mirino della rappresaglia iraniana ma ha conti fatti sembra aver spinto per una sostanziale de-escalation, specie dopo il naufragio del memorandum, e ora deve guardarsi dal rischio di un rinnovato confronto con gli Houthi in Yemen.
Pakistan, Turchia e Arabia Saudita accordandosi sembrano voler fissare la loro personale linea politica verso gli attori mediorientali, proponendo uno spazio di cooperazione per la sicurezza. E a loro modo provano a ribadire le loro personali centralità: tra Europa e Asia, per la Turchia; tra Medio Oriente e Asia Centrale, per il Pakistan; nel mondo arabo, per Casa Saud. Nel contesto regionale segnato nelle scorse settimane dal ritorno della guerra tra Usa e Iran, sebbene su scala più bassa rispetto al recente passato, a loro modo cercano una via per costruire una rete di sicurezza regionale. Agli Usa, questo potrebbe trasmettere la possibilità dell’esistenza di un sistema di garanzia finora mancante sostenuto da Paesi amici che riduca la spinta di Washington a intervenire in contesti di crisi. All’Iran, la convergenza tra partner diplomatici non ostili a Teheran ma che potenzialmente raffreddi le spinte del Paese a regionalizzare eventuali conflitti futuri. L’evoluzione del patto di La Mecca andrà analizzata: ma la possibilità di trovarsi di fronte a una svolta regionale non è da escludere.