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Il governo di Taipei ha intenzione di puntare su misure di “guerra asimmetrica” per contrastare potenziali minacce provenienti dalla Cina. Il ministero della Difesa di Taiwan, nell’ultimo rapporto pubblicato, ha avvertito che l’azione militare di Pechino potrebbe bloccare i porti dell’isola e potenzialmente recidere le sue linee di rifornimento. “Attualmente, il Pla (People’s Liberation Army – l’esercito popolare di liberazione cinese) è in grado di eseguire un blocco congiunto dei nostri porti, aeroporti e rotte di volo critiche in uscita, in grado di tagliare le nostre linee di comunicazione aeree e marittime e influire sul flusso delle nostre forniture militari e risorse logistiche”, si legge nel rapporto biennale.

L’escalation degli ultimi mesi

Il documento arriva in un momento di particolare tensioni tra Taiwan e la Cina, che negli ultimi mesi hanno assunto i connotati di una vera e propria escalation: Pechino ha inviato aerei da guerra nell’Adiz (Air Defense Identification Zone) dell’isola quasi quotidianamente allertando le difese aeree di Taipei. Analizzando in dettaglio le zone di intrusione, balza immediatamente all’occhio che ci sia un’area particolare tra Formosa e le Filippine che ha visto la maggior parte dei voli degli aerei da guerra cinesi. Sono infatti 554 le intrusioni in quella parte di Adiz di Taiwan effettuate da settembre del 2020. Non si tratta di casualità. Quella zona di mare è solcata da importanti linee di comunicazione da e per l’isola che si originano dal Mar Cinese Meridionale, per il quale transita un terzo del traffico commerciale globale.

Il governo di Taipei afferma che le recenti attività militari, e in particolare i voli nella Adiz dell’isola, fanno parte di una campagna di intimidazione che si spiega con una tattica di “guerra asimmetrica”: sostanzialmente Pechino, come si legge ancora, effettua queste sortite per “sfidare lo status quo nello stretto di Taiwan e raggiungere in definitiva il suo obiettivo di conquistare l’isola senza combattere”. Taipei pertanto ha affermato di voler investire in misure di “guerra asimmetrica”, per contrastare le potenziali minacce di Pechino, che includono possibili attacchi missilistici a lungo raggio, l’uso di mine navali davanti alle coste maggiormente esposte a uno sbarco (nella fattispecie quelle occidentali) e un maggiore addestramento delle forze di riserva dell’isola.

Mappa di Alberto Bellotto

Secondo Taipei, quindi, saremmo davanti a un caso di guerra asimmetrica con l’utilizzo di metodi coercitivi ma non violenti (ovvero senza che possano essere considerati dei casus belli) per cercare di fiaccare l’isola nel suo morale. Riteniamo anche che le continue intrusioni siano funzionali a un altro obiettivo: abituare le difese dell’isola a questi voli, facendoli considerare “di routine” in modo da poter avere un fondamentale effetto sorpresa in caso di attacco.

La strategia di Pechino

Il timore di un blocco navale, o aeroportuale, di Taipei non è affatto infondato. Oltre alle dimostrazioni di forza aeronautiche, la Cina sta costruendosi una fascia di interdizione aeronavale nei suoi mari contigui: la militarizzazione delle isole nel Mar Cinese Meridionale, in questo caso delle Paracelso situate più a nord, serve proprio per avere avamposti dove instaurare bolle A2/AD (Anti Access / Area Denial) che sarebbero funzionali a un blocco delle linee di comunicazione meridionali sia marittime sia aeree. La vicinanza di Taiwan alla Cina, poi, permetterebbe un controllo abbastanza agevole dello spazio aereo, soprattutto se venissero schierate unità navali nella parte di oceano a oriente dell’isola “ribelle”.

Questa possibilità ha un grosso ostacolo: il Giappone. Tokyo sta militarizzando le sue isole più meridionali, quelle che, ad esempio, controllano lo Stretto di Miyako più volte utilizzato dalla marina cinese per entrare nell’Oceano Pacifico. Se venissero schierati ulteriori sistemi antinave/antiaerei senza soluzione di continuità, e se fosse schierato un dispositivo navale adeguato, sarebbe difficile per Pechino chiudere le linee di comunicazione settentrionali qualora il Giappone si mobilitasse, anche considerato che l’eventualità di un blocco provocherebbe l’immediata reazione statunitense che farebbe intervenire i suoi gruppi da attacco di portaerei (Csg – Carrier Strike Group) per fornire un’adeguata scorta ai convogli.

cina taiwan mappa

Cosa cambierebbe con il blocco navale

Ricordiamo comunque che un blocco navale (o aereo) rappresenta un atto di guerra, e la Cina è cosciente che questa sarebbe solo l’ultima ratio per ottenere il controllo di Taiwan: un’eventualità che comunque viene considerata da Pechino, che ha in agenda il ritorno della “provincia ribelle” in seno alla madrepatria nel medio/lungo periodo. Come sempre accade quando ci si trova davanti a certi toni aggressivi, come a certi allarmi, bisogna vedere a quanto accade all’interno di un Paese: la Cina, in questo momento, sta attraversando un periodo di crisi energetica non indifferente con forti ripercussioni sull’economia nazionale che stanno rallentando il piano di prosperità del presidente Xi Jinping.

Taiwan, dall’altro lato dello Stretto, approfitta di questo clima per aumentare la propria Difesa – pescando a piene mani tra gli armamenti statunitensi – e innescando così ulteriori ire a Pechino, in un meccanismo perverso che si autoalimenta. I timori di Taipei, però, non sono immotivati: risulta evidente che il gigante asiatico abbia, lentamente ma costantemente, innescato un processo simile a un’escalation militare derivante dalla sua volontà di porsi come nuova potenza globale di riferimento – in primis diventare una potenza navale di primo livello – pertanto è naturale che diventi più aggressiva, ora che si sente più forte, nelle sue pretese.