La messa in discussione dei legami transatlantici da parte della nuova amministrazione Trump, e il continuo e rapido deterioramento del panorama di sicurezza internazionale, devono essere l’ultimo campanello d’allarme per l’Unione Europea sul piano di una maggiore integrazione e su quello della ridefinizione dello stesso sistema fondante l’UE, troppo legato da vincoli burocratici che ne limitano l’agire.
La sfida per l’Europa è epocale, e uscirne vincitori significa poter restare protagonisti in uno scenario internazionale dove “giganti” dettano le modalità e le tempistiche dei cambiamenti che stiamo osservando, che si susseguono a un ritmo quasi frenetico mandando in frantumi l’ordine internazionale che aveva retto le sorti del mondo per decenni.
I messaggi da Washington sono oltremodo chiari: le alleanze sopravvivono solo se servono l’interesse nazionale immediato statunitense e tutto il resto è negoziabile. Mettendo apertamente in discussione l’affidabilità della NATO, etichettandola come “ingrata”, mettendo in dubbio gli impegni di difesa reciproci, minacciando dazi agli alleati e lanciando apertamente l’idea di acquisire la Groenlandia, il messaggio implicito degli USA all’Europa è che la protezione non è più gratuita e la sovranità è condizionata. Dall’altro lato, una Russia sempre più intenta all’affannoso recupero della sua sfera di influenza, guarda alla nuova politica statunitense con attenzione e interesse, cercando di carpire segnali di crisi in cui innestarsi, per separare gli storici alleati, dividere il fronte europeo e così poter eliminare il Vecchio Continente dalla lista delle sue minacce economiche e politiche: se non esistesse più un’area di libero scambio in Europa, se il modello europeo fallisse e con esso la NATO per come la conosciamo oggi (ovvero se venissero a mancare le garanzie di sicurezza USA), Mosca avrebbe più opportunità di attrarre a sé – in un modo o nell’altro – i Paesi del vecchio spazio sovietico.
Da questo punto di vista anche la Casa Bianca ha scoperto le sue carte: nell’ultima National Security Strategy, diffusa lo scorso dicembre, è stato messo nero su bianco che gli Stati Uniti intendono sostenere i sovranismi europei col fine di distruggere quell’ente sovranazionale (l’UE) che rischia di diventare un competitor globale non solo dal punto di vista economico. In quel di Washington lo sanno da tempo: se prima una difesa europea veniva vista di buon occhio per la condivisione del peso della sicurezza europea e per avere un altro appoggio per le guerre statunitensi, ora l’avversione per questa possibilità è palese. Significa che il timore che l’UE possa diventare un attore politico e non solo economico (e normativo) esiste.
Di campanelli di allarme ce ne sono stati tanti, e non sono stati recepiti nel modo giusto dai leader europei salvo qualche eccezione: in occasione del frettoloso ritiro USA dall’Afghanistan, il presidente francese Emmanuel Macron aveva affermato a chiare lettere che ci fosse bisogno di autonomia strategica in Europa. La reazione UE fu il nascere del nucleo della difesa europea: quel primo contingente di personale per effettuare l’early entry in caso di necessità. Anche la stessa NATO sta cambiando: l’esercitazione Steadfast Dart lanciata nei giorni scorsi è la più grande esercitazione dell’Alleanza programmata per questo 2026 a cui non partecipano le forze statunitensi.
In questo quadro generale la Germania ha riproposto una vecchia idea per avere una UE più efficace che aggiri il tradizionale processo decisionale consensuale in modo da accelerare la cooperazione in materia di difesa e la competitività industriale. Un’Unione Europea a due velocità con un blocco di sei Paesi economicamente più forti (Germania, Francia, Italia, Polonia, Spagna e Olanda) che decidono le sorti della comunità intera. Tuttavia, questo approccio rischia di frantumare la coesione europea alienando i membri dell’UE che sono favorevoli a una più profonda integrazione ma non fanno parte del gruppo dei sei.
Esiste un’altra soluzione? Sì, ed è la nascita di un consiglio di sicurezza europeo che vede la presenza, oltre ai sei Paesi già citati, di un altro Paese dell’Unione scelto con rotazione annuale. Il passaggio fondamentale però, a differenza di un altro più famoso Consiglio di Sicurezza (quello dell’ONU), riguarda l’assenza del diritto di veto per i membri e il processo decisionale con voto a maggioranza. E il Parlamento Europeo? Suo compito sarebbe quello di ratificare le decisioni del consiglio di sicurezza non emergenziali, ed essere esclusivamente un organo consultivo per quelle più urgenti. In questo modo avremmo forse la razionalizzazione del procuremente militare a cui mirava il piano ReArm Europe ma che in sostanza non si è ancora vista. Vedremmo forse nascere hub regionali interni all’UE per la produzione degli assetti che servono agli Stati membri. Assisteremmo magari alla diffusione di una rete di eccellenza tecnologica comune con alcuni poli accademici/industriali prestabiliti e scelti in base alle competenze. Oppure vedremmo la nascita di una filiera per i microchip (con annesse strutture per la raffinazione delle importanti Terre Rare) in grado di mettere a sistema le eccellenze europee.

