Odessa, l’ultimo baluardo dell’Ucraina

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Qual è il punto in cui, una volta piantata la bandiera, l’Ucraina o la Russia potrà dire di aver vinto la guerra? Per l’Ucraina è molto difficile dirlo, perché il presidente Zelensky e i suoi, nel periodo in cui la Russia sembrava in grossa difficoltà, hanno alzato di molto l’asticella: l’obiettivo dichiarato è tornare ai confini del 1991 (cioè riconquistare tutti i territori perduti, Crimea compresa), tanto da aver firmato, nell’ottobre del 2022, un decreto che di fatto vieta qualunque negoziato finché alla presidenza della Russia ci sarà Vladimir Putin. Un obiettivo che, onestamente, pare irraggiungibile.

Un po’ più facile cercare quel punto per quanto riguarda la Russia. Noi non abbiamo mai creduto alla sciocchezza, pur molto ripetuta, secondo cui la Russia voleva/vuole prendersi l’Ucraina intera, e siamo sempre stati convinti che l’obiettivo vero dell’invasione fosse e sia prendersi tutta la fascia Est dell’Ucraina (Crimea ovviamente compresa), da Nord a Sud, privando così l’Ucraina di qualunque sbocco al mare, raggiungendo via terra la Transnistria, gettando un’ombra pesantissima sulla Moldavia e, di fatto, trasformando il Mar Nero in un comodo condominio con la Turchia, dopo aver ridotto il Mare di Azov a una specie di lago interno. In altre parole, ricreare quella Novorossija (Nuova Russia) che alla fine del Settecento scrisse un capitolo fondamentale dell’espansionismo russo verso i mari caldi, guidato dalle ambizioni di una grande imperatrice

Basta osservare una cartina per capire quale impatto geopolitico avrebbe la riuscita di un simile piano. Ma è altrettanto facile capire che, dopo oltre due anni di guerra, alla riuscita manca tuttora uno snodo di decisiva importanza: Odessa, fino a prima della guerra la quarta città dell’Ucraina con il suo milione di abitanti. Fondata nel 1794 dall’imperatrice di cui sopra, Caterina la Grande, la città ha una caratteristica impronta mediterranea dovuta, anche, al contributo offerto da numerosi italiani. Dal napoletano Giuseppe de Ribas, considerato uno dei veri artefici della nascita della città (sul luogo ove prima sorgeva un villaggio tataro) agli architetti Francesco Boffo (che realizzò la Scalinata Potjomkin, quella resa famosa del film di Ejzenstein) e Francesco Frapolli (il Teatro dell’Opera, Chiesa Troickaja). Qui si esibirono Ernesto Rossi ed Eleonora Duse, qui  il musicista Eduardo di Capua e il poeta Giovanni Capurro composero ‘O sole mio

Proprio le vicende della statua di Caterina, che campeggiava nel centro della città, raccontano l’evoluzione contemporanea della città meglio di tanti trattati. Eretto nel 1900 a ricordo della sovrana fondatrice, il monumento fu smantellato nel 1920 dai bolscevichi, per essere ricostruito nel 2007. In quell’epoca, in Ucraina, fu considerato quasi un affronto: Viktor Jushchenko era diventato presidente nel 2004 sull’onda della Rivoluzione Arancione e con una piattaforma politica pro-Occidente e la ricomparsa della sovrana russa pareva addirittura una scelta di campo filorussa. Persino dopo il 2014, cioè dopo l’Euromaidan, la ribellione delle Repubbliche filo-russe del Donbass e la riannessione della Crimea alla Russia, i monumenti e la toponomastica associati alla Russia zarista non furono toccati. Cosa che invece è avvenuta nel maggio del 2023, quando il monumento fu rimosso e i nomi di piazze e strade cambiati, a testimonianza di quanto brutalmente l’invasione russa abbia spezzato il legame che da sempre resisteva tra la città e la sua lontana origine russa.

Quel che più conta oggi, però, è quel che si diceva prima: senza prendere Odessa, la Russia non potrà mai dire di aver vinto. La chiave della resistenza della città, finora, è stato l’uso sapiente dei droni marini e aerei e dei missili da parte degli ucraini. Non si può prendere un porto senza disporre liberamente di una flotta. E la Flotta russa del Mar Nero è stata letteralmente decimata dai colpi sparati dall’Ucraina. Su 80 mezzi navali russi dispiegati in queste acque, gli ucraini ne avrebbero (le cifre esatte non si conoscono) affondati 25 e altri 15 avrebbero subito danni tali da costringerli a rientrare in porto per le riparazioni. Il caso più clamoroso è stato quello dell’incrociatore “Moskva”, 500 uomini di equipaggio, colpito e affondato da tre missili ucraini il 13 aprile del 2022. Se si pensa che ancora nel 2016 il presidente turco Erdogan invitava la Nato, di cui la Turchia è Paese membro, a interessarsi di più del Mar Nero, a suo dire diventato “un lago russo”…

È ovvio che ai risultati ottenuti dagli artiglieri ucraini molto hanno contribuito le informazioni fornite dall’intelligence occidentale, in particolare con gli aerei e i droni (soprattutto l’MQ-9 Reaper degli Usa, uno dei quali è stato abbattuto da una caccia russo nel marzo del 2023) che sorvolano quasi senza sosta il Mar Nero. Resta però il fatto che gli ammiragli russi non sono riusciti a risolvere il rebus posto dalla combinazione di ricognitori e armi a lungo raggio impiegati dagli ucraini e dai loro alleati occidentali e hanno dovuto ritirarsi verso Est, allentando così la minaccia su Odessa. A testimonianza delle difficoltà, gli ormai numerosi avvicendamenti nei posti di comando. L’ultimo di pochi giorni fa, quando il vice ammiraglio Sergej Pinchuk è diventato il nuovo comandante della Flotta del Mar Nero.

Per stroncare la resistenza della città i russi hanno tentato diverse tattiche. Prima hanno bombardato le infrastrutture deputate allo stivaggio e alla spedizione della produzione cerealicola, una delle poche risorse rimaste all’export ucraino. Poi, però, con la collaborazione degli altri Paesi d’Europa e della Turchia (grande consumatrice di grano ucraino), Kiev è riuscita a trovare nuove rotte, lungo il Danubio ma anche nel Mar Nero, di nuovo grazie al fatto che le navi russe non potevano avvicinarsi più di tanto.

Ma i russi sanno benissimo che senza Odessa non sarà vera vittoria. In più, sono guerrieri pazienti, grandi incassatori, disposti a imparare dalle sconfitte. Così negli ultimi mesi hanno ricominciato a martellare Odessa ma con sistemi diversi: sciami di droni impegnano la contraerea ucraina, poi arrivano i missili lanciati da lunga distanza dai cacciabombardieri oppure dai due sottomarini che hanno cominciato a incrociare nelle acque davanti alla città. È stato uno di questi missili a esplodere, il 7 marzo, a breve distanza dal corteo di auto del presidente Zelensky, in visita alla città insieme con il premier greco Mitsotakis. 

Il fatto che la cattura di Odessa sia indispensabile ai progetti russi e che la città continui a resistere, tra l’altro, contribuiscono a renderci pessimisti sulle prospettive di un negoziato. Il Cremlino non rinuncerà facilmente. Non fino a quando penserà di potercela fare. O, più difficilmente, quando ammetterà di essere stato sconfitto.

Fulvio Scaglione