La Voenno-Morskoj Flot (Vmf), la marina militare russa, ha firmato un contratto con la United Shipbuilding Corporation – colosso di Stato che raccoglie la quasi totalità dei cantieri navali russi – per la costruzione di sei nuovi sottomarini a propulsione convenzionale hunter/killer (Ssk) classe 636.3, altrimenti detta “Kilo migliorata” nel mondo occidentale.
La notizia è stata diffusa dal Barents Observer, che riporta anche come il contratto dei primi tre battelli sia stato firmato durante il forum militare Army-2022, ad agosto del 2022. Attualmente la Vmf ha in servizio dieci unità classe Kilo migliorata, e queste nuove saranno le prime ad entrare in linea nella Flotta del Nord. Secondo quanto riferito, il primo battello sarà impostato nel 2024 presso il cantiere navale “Ammiragliato” di San Pietroburgo e dovrebbe prendere il nome di “Mariupol”, e anche gli altri cinque riceveranno nomi di territori ucraini occupati.
Molto probabilmente questa scelta, che potrebbe apparire discutibile, è stata determinata da due fattori legati al conflitto in atto: i sottomarini Kilo della Flotta del Mar Nero hanno un ruolo centrale nelle operazioni belliche in quanto piattaforme di lancio di missili da crociera tipo “Kalibr” (3M-54) insieme alle fregate della classe “Admiral Grigorovich”, inoltre la Russia ha impiegato, sin dalle primissime fasi della guerra, la fanteria di marina in operazioni terrestri – tra cui proprio l’assalto a Mariupol – con reparti provenienti anche dalla Flotta del Nord.
In questa trattazione non ci dilungheremo in considerazioni di ordine politico inerenti questa particolare scelta, ma ci soffermeremo sul valore strategico del futuro ingresso in servizio di questi battelli nella flotta settentrionale, che come sappiamo rappresenta la componente di punta della Vmf in quanto difende i mari artici che sono il “bastione” marittimo in cui operano gli Ssbn (sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare) russi. Questi, insieme agli Icbm (Intercontinental Ballistic Missile) e ai bombardieri strategici, sono un ramo della triade nucleare di Mosca, ovvero della sua capacità di deterrenza atomica, l’unica realmente efficace stante il divario che intercorre con l’Occidente per quanto riguarda quella convenzionale.
La decisione di avere ben sei nuove unità subacquee di questo tipo nella Flotta del Nord non è infatti casuale e va ricercata proprio nell’attenzione che la Russia è tornata ad avere per la sua frontiera artica: qui Mosca sta ricominciando a militarizzare e sviluppare a livello infrastrutturale lo sterminato territorio che si affaccia sul Polo Nord per la sicurezza della propria capacità di deterrenza nucleare, per il controllo delle nuove rotte di navigazione (il passaggio a Nord Est) apertesi parzialmente grazie ai cambiamenti climatici, e per le proprie istanze di rivendicazione territoriale sulla piattaforma continentale artica, sede di importanti giacimenti di risorse minerarie tra cui anche idrocarburi.
La “Nuova Dottrina Navale della Federazione Russa”, risalente al 2010 ma aggiornata nel 2015, ha previsto infatti la creazione di un comando interforze per l’Artico che, dal nucleo iniziale, è stato costantemente rafforzato nel corso degli anni.
Esso può contare su diverse basi, di cui alcune nuove, che formano un cordone dal Mare di Barents sino a quello di Bering supportate dallo sviluppo infrastrutturale di porti sul Mar Glaciale Artico. I centri nevralgici sono situati nelle isole della Novaya Zemlja, Kotelny e Zemlja Aleksandry dove è stato costruito un nuovo complesso chiamato “Trifoglio Artico” in grado di accogliere 150 uomini in modo permanente e con una nuovissima pista di atterraggio. Sull’isola di Kotelny invece è situato il complesso “Severny Klever” in grado di ospitare 250 uomini e sede dalla Task Force Artica, anche questo dotato di pista di atterraggio e sistemi di difesa antiaerea come quelli presenti a Zemlja Aleksandry.
La nascita del Comando Strategico Congiunto della Flotta Settentrionale (indicato anche come Comando Strategico Congiunto Artico o in russo Osk – Obedinonnye Stategicheskoe Komandovanie) il primo dicembre 2014 ha profondamente mutato l’organizzazione delle forze armate della Russia. L’area di responsabilità di questo nuovo comando comprende i territori russi nell’Artico, in particolare gli oblast di Murmansk e Arkhangelsk, nonché tutte le isole del Mar Glaciale Artico. La Flotta del Nord può disporre di 46 navi di superficie e 43 sottomarini, di cui nove per scopi speciali, basati tra i porti di Severodvinsk, Murmansk, Vidyaevo, Gadzhiyevo, Gremikha, Zapadnaya Litsa e Polyarny che come detto hanno principalmente il compito di proteggere il “bastione” marittimo settentrionale insieme a quello di garantire la sopravvivenza delle infrastrutture e la protezione della Northern Sea Route e quindi della linea costiera sino al Mare di Bering, oltre il quale si entra nell’area di competenza della Flotta del Pacifico.
La tendenza costruttiva dei cantieri russi, fatta esclusione per la modernizzazione di alcune (poche) unità maggiori, è quella di un procurement che guarda a unità medio/piccole ma armate pesantemente, in grado quindi di effettuare efficacemente l’attività di interdizione navale. I sottomarini della classe “Kilo migliorata”, proprio perché capaci di lanciare missili da crociera a lungo raggio come i Kalibr, offrono la possibilità di interdizione in profondità in modo furtivo oltre a quella più classica legata al ruolo hunter/killer, cioè di caccia/distruzione del naviglio nemico sia esso di superficie o subacqueo.
Se la tendenza alla maggior militarizzazione della frontiera artica proseguirà, è ragionevole supporre che la Russia istituirà una Flotta Artica che ingloberà quella del Nord, in quanto l’asse di quest’ultima è fortemente spostato verso l’Atlantico.
La decisione di impostare sei nuovi battelli non deve quindi sorprendere – sarà piuttosto una sorpresa se le tempistiche di varo/consegna saranno rispettate – e non è nemmeno direttamente correlata all’attuale maggiore presenza della Nato nell’area artica, in quanto, dati alla mano, Mosca ha dimostrato di avere interesse a rafforzare la sua presenza in quella sconfinata regione da prima dell’Alleanza per le motivazioni di ordine strategico ed economico già individuate nel corso della trattazione.
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