La Spezia è una città stretta tra due destini. Da un lato, la sua vocazione secolare come base strategica della Marina Militare; dall’altro, il richiamo di un futuro fondato sul turismo sostenibile, sull’economia blu, sulla riconversione di un tessuto urbano e produttivo oggi dominato dalla logica della Difesa. In mezzo, uno Stato che continua a investire miliardi per rafforzarne la funzione bellica, e una comunità civile che prova a rialzare la testa.
Un arsenale che non conosce crisi
La militarizzazione del Golfo della Spezia non è un fenomeno recente, ma oggi assume un carattere più marcato, più strutturale, più visibile. Non si tratta più solo dell’Arsenale Militare Marittimo, dei bacini di carenaggio o della storica diga foranea che protegge l’insenatura: oggi il baricentro si è spostato su nuovi cantieri, nuovi fondi, nuove strategie. Il progetto “Basi Blu”, pensato per adeguare le basi navali italiane agli standard operativi della NATO, rappresenta il cuore di questa nuova fase. Un piano da 1,7 miliardi di euro – di cui 559 milioni già stanziati – che ridefinisce la geografia del potere nel porto spezzino: nuovi moli, dragaggi nei fondali inquinati, attracchi per unità navali di grandi dimensioni.
Come documentato da Domani (articolo del 2023), il progetto è stato rifinanziato senza alcun dibattito parlamentare, nell’ambito della legge di bilancio del Governo Meloni, e viene presentato come una necessità dettata dal contesto geopolitico. La trasformazione del Golfo in infrastruttura bellica permanente avviene così nell’ombra di un consenso implicito.
Leonardo, il colosso della guerra che si espande
Accanto all’apparato statale si muove il gigante dell’industria bellica italiana: Leonardo S.p.A. A La Spezia, l’azienda sta potenziando la sua presenza. Secondo un’inchiesta pubblicata da il Fatto Quotidiano il 4 maggio 2025, Leonardo ha avviato un ampio piano di assunzioni nell’area e ha ampliato la produzione di armamenti navali e terrestri. L’articolo descrive un “destino blindato” per la città, sottolineando come la crescita di Leonardo rappresenti il volto industriale della militarizzazione.
Il legame tra il territorio e il complesso militare-industriale si fa più stretto. E diventa una rete che non solo assorbe risorse pubbliche, ma plasma anche le possibilità occupazionali dei cittadini: chi resta, lavora nella difesa; chi sogna altro, emigra. L’alternativa è tra disoccupazione e complicità bellica.
Il prezzo ambientale dell’egemonia militare
A rendere ancora più evidente la deriva militarista è l’impatto ambientale. Il Campo in Ferro dell’Arsenale, una discarica illegale contenente amianto e rifiuti tossici, scoperta nel 2004 e solo parzialmente bonificata, rappresenta il simbolo di una devastazione insabbiata. Come ricordato in più occasioni dai comitati locali, l’area rimane oggi inaccessibile e pericolosa, in attesa di una bonifica completa mai realmente avviata.
A ciò si aggiungono i dragaggi previsti dal piano “Basi Blu”, che rischiano di rimettere in circolo sedimenti contaminati. Già nel 2002, uno studio della Regione Liguria aveva documentato la presenza di sostanze tossiche nei fondali del Golfo. Eppure, gli interventi procedono, in assenza di valutazioni ambientali aggiornate e condivise.
Intanto, l’accesso al mare viene progressivamente eroso. Porzioni di demanio militare, spesso inutilizzate o abbandonate, restano interdette alla popolazione. Nessun piano pubblico di riconversione. Al contrario, si aprono spiragli per speculazioni private, con aree costiere sottratte all’uso collettivo e destinate a progetti poco trasparenti.
Una comunità che resiste
In questo scenario, la mobilitazione civile spezzina rappresenta un’anomalia preziosa. Dal 2022, la Rete Spezzina Pace e Disarmo organizza presidi settimanali – il 121° si è tenuto a novembre 2024 – per chiedere la fine della militarizzazione, la bonifica dell’Arsenale e un’alternativa fondata sulla pace. Come riportato da Domani, il movimento ha guadagnato visibilità anche attraverso la critica alla “Giornata del Mare”, evento promosso dalla Marina Militare con il coinvolgimento delle scuole. Per l’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università, si tratta di una vera e propria “propaganda bellicista” rivolta ai giovani.
In prima linea anche William Domenichini, autore del libro “Il Golfo ai Poeti (No Basi Blu)”, che denuncia non solo l’impatto ambientale delle nuove infrastrutture militari, ma anche l’assenza di coinvolgimento democratico nella loro pianificazione. Il problema non è solo ciò che si costruisce, ma come lo si decide: lontano dai cittadini, lontano dal Parlamento, vicino ai vertici militari e agli interessi industriali.
Il paradosso di una città a doppia vocazione
Mentre il porto movimenta oltre 13 milioni di tonnellate di merci e 529.000 crocieristi (dati 2022), la sua funzione commerciale rischia di entrare in rotta di collisione con quella militare. Il turismo mal si concilia con i sorvoli degli elicotteri EH-101, con le esercitazioni navali nel Golfo, con la visibilità crescente della macchina da guerra.
Il progetto alternativo esiste: La Spezia 5.0, un’idea di sviluppo integrato che valorizza il porto commerciale, promuove la logistica sostenibile (attraverso il retroporto di Santo Stefano Magra), punta su digitalizzazione e qualità della vita urbana. Ma questo scenario rischia di essere soffocato dalla logica del militarismo permanente.
Una frattura aperta
La Spezia oggi è un laboratorio – o un campo di battaglia – per il futuro dei territori portuali italiani. Ci dice cosa succede quando il militarismo si fa infrastruttura, quando la sicurezza diventa l’unico paradigma, quando la democrazia si riduce al silenzio di chi subisce. E ci racconta anche un’altra storia: quella di una comunità che non si arrende, che chiede voce, che rivendica il diritto di scegliere tra guerra e pace, tra arsenale e bonifica, tra fuga e ritorno.
Nel cuore di un’Italia che si scopre sempre più atlantica, La Spezia resta un confine aperto. Un luogo dove la questione militare non è più solo strategica: è sociale, ambientale, politica. E soprattutto, è civile.

