È nei territori di confine dell’Artico, dove i due blocchi della Guerra Fredda mai terminata convergono nelle latitudini e longitudini, che la Nato dovrebbe guardarsi maggiormente dalle incursioni delle spie russe che hanno come obiettivo infiltrarsi nei territori europei per proliferare e attivare reti di spionaggio ancora più ampie ed efficaci. Lo sanno bene i norvegesi, che sorvegliano la frontiera di terra e mare che li divide dalla Federazione Russa, e hanno accompagnato il reporter premio Pulitzer Ben Taub in una lunga avventura che ci spiega cosa vuol dire convivere, per monitorarla e arginarla, con questo genere di minaccia. Una minaccia che sembra essere reale e incombente, ma anche poco nota a tutti coloro che ignorano gli obiettivi, la portata e l’intensità delle operazioni ibride.
La Norvegia nel mirino
Per i norvegesi si tratta di una “continua preparazione alla guerra” messa in atto dai servizi segreti di Mosca che portano avanti – da anni – un programma di “destabilizzazione” all’interno dell’Europa, e hanno lasciato registrare una indiscreta concentrazione nei Paesi di confine, dove l’aumento di “operazioni concrete” possono essere collegate, secondo l’opinione di molti, alla reazione che l’Alleanza Atlantica ha opposto all’invasione dell’Ucraina.
Negli ultimi anni l’area settentrionale della Norvegia sarebbe stata sottoposta “a continui attacchi di bassa entità” scrive Taub nel lunghissimo reportage pubblicato dalla nota rivista statunitense The New Yorker. Gli ufficiali norvegesi hanno attribuito agli hacker russi una serie di attacchi attraverso phishing, ransomware e altre forme di guerra informatica. Ma negli anni le azioni di disturbo si sono rese più sofisticate. Alzando il livello a vere e proprio azioni di sabotaggio.
Secondo i norvegesi, infatti, dietro il sabotaggio di cavi sottomarini e cavi di comunicazione fondamentali per infrastrutture militari come una base dell’Aeronautica militare norvegese, ci sarebbero agenti inviati dal Cremlino. Come alcuni turisti insoliti. Il KGB che ha sempre impiegato i cosiddetti “agenti viaggiatori”, noti come marshrutniki, e alcuni di loro sono stati “sorpresi a fotografare infrastrutture” che fanno proprio parte dell’apparato di difesa e delle comunicazione sensibili. E poi ci sono le navi civetta. I famosi pescherecci che battono bandiera russa ma si sospetta possano essere collegati direttamente all’intelligence di Mosca.
Stiamo parlando di grandi navi come l’Arka-33, comparsa “senza preavviso” nei fiordi di Kirkenes nell’inverno del 2022, ufficialmente impiegata per la pesca del granchio nei Mari del Nord, ma ufficiosamente considerata una stazione d’intelligence galleggiante dotata di sistemi radio che possono “sintonizzarsi sulle frequenze militari utilizzate dalla Flotta del Nord“. Una base di spie galleggiante camuffata da nave da pesca e collegata a proprietari russi che dividono i loro interessi principali tra compagnie sicurezza private al servizio di Mosca e ruoli politici al Cremlino.
Secondo il controspionaggio norvegese la scelta di Kirkenes, località a noi completamente sconosciuta, non è casuale. Si tratta di uno di quei tranquilli e remoti villaggi di confine dove la proliferazione di spie russe dell’FSB e del GRU è resa appetibile dalla posizione geografica: si affaccia sul Mare di Barents ed è a poca distanza dalle maggiori basi navali della strategica Penisola di Kola dove stazionano i sottomarini nucleari della Flotta del Nord. Una particolarità che l’ha resta una zona calda per le attività di spionaggio e preparativi della temuta “guerra nucleare” fin dagli albori della vecchia Guerra Fredda. Una fortezza tra i ghiacci dove ancora oggi vengono portati avanti programmi militari segreti come l’addestramento dei beluga spia o i test dei temuti siluri atomici Poseidon.
Secondo l’intelligence norvegese sono “circa trecento” gli agenti gestiti dalla direzione dell’FSB di Murmansk, appena dall’altra parte del confine. “Molti di loro gestiscono operazioni a Kirkenes e nelle campagne circostanti, progettate per sondare le difese norvegesi e le infrastrutture critiche“. Ma non è tutto. I servizi segreti di Oslo vedono un collegamento tra l’infiltrazione di agenti estremisti, anche jihadisti, in Europa e i servizi segreti russi che controllano il valico di Storskog e hanno lasciato “passare” profili sospetti durante la crisi dei profughi siriani. Quello di Storskog è l’unico valico di frontiera tra Norvegia e Russia, è a poca distanza da Kirkenes e dal lato russo può essere attraversato solo con “un visto o un’autorizzazione scritta dell’FSB“. Il sospetto tra un collegamento anche con la diserzione di un vertice della Wagner, Andrey Medvedev, che attraverso una fuga “concessa dai servizi segreti russi” avrebbe portato avanti – a sua insaputa o meno – un’operazione ibrida come “agente del caos“.
Una minaccia da monitorare
Per il servizio di intelligence norvegese, il Politiets sikkerhetstjeneste o per la nostra semplicità PST, la minaccia di sabotaggio da parte di agenti esterni nel corso di questi ultimi anni ha messo tra i suoi possibili obiettivi le linee ferroviarie norvegesi e gli impianti di gas. Ma anche altri tipi di infrastrutture come è stato segnalato da altri stati europei – Svezia, Finlandia, Polonia ma anche Germania e forse Francia.
“Abbiamo assistito a quella che riteniamo essere una mappatura continua di ogni nostra infrastruttura critica”, affermano i norvegesi. Ma le cose vanno molto oltre alle semplici congetture. Ed è per questo che nei settori di confine dove un uomo non potrebbe “sopravvivere” a una notte trascorsa all’aperto, si avvicendano con motoslitte e pesanti uniformi coperte da tute mimetiche completamente bianche delle sentinelle che abitano piccole stazioni radar e baracche dotate di telescopi a infrarossi e strumenti per la visione notturna. Sempre puntati verso i confini russi.
Ma queste avanguardie del Reale Esercito Norvegese non badano solo ai confini e alla controproliferazione. Esse controllano anche le posizioni dei sottomarini nucleari della Marina russa. E probabilmente quando colgono un movimento operativo lo segnalano alla comunità d’intelligence occidentale. Essendo la flotta del Nord costretta a trovare la sua rotta all’interno del “raggio d’azione delle stazioni di intelligence norvegesi“, ed essendo da sempre l’intelligence occidentale preoccupata delle missioni silenziose dei famosi buchi neri dell’oceano della Marina russa a cui hanno dato la caccia dal Giuk Gap al Mediterraneo.

