La goccia che ha fatto traboccare il vaso è scesa dal cielo lo scorso 29 novembre, quando l’esercito cinese ha dichiarato di aver cacciato un incrociatore lanciamissili statunitense (USS Chancellorsville) che “si era introdotto illegalmente” nelle acque vicino alle Isole Spratly, al centro di rivendicazioni incrociate che chiamano in causa molteplici Paesi asiatici.

“Le azioni delle forze armate statunitensi hanno gravemente violato la sovranità e la sicurezza della Cina”, ha tuonato Tian Junli, portavoce del Comando del Teatro Meridionale dell’Esercito di liberazione popolare (Pla) cinese, dando ovviamente per scontato che quell’area fosse completamente sotto la sovranità del proprio Paese.

Secca la replica della Marina Usa, che ha definito la dichiarazione cinese come “falsa”, nonché l’ultima di una lunga serie di affermazioni effettuate per travisare le legittime operazioni marittime statunitensi. “L’USS Chancellorsville (CG 62) ha rispettato il diritto internazionale e poi ha continuato a condurre le normali operazioni in acque in cui si applicano le libertà in alto mare”, ha replicato Washington.

Un nuovo ordine marittimo?

La Cina rivendica quasi tutto il Mar Cinese Meridionale. Le acque della regione si sono così trasformate in uno dei tanti punti critici nel difficile rapporto tra Pechino e Washington, con il governo americano che rifiuta le rivendicazioni cinesi in una regione marittima ricca di risorse.

Negli ultimi anni, le navi da guerra Usa hanno attraversato il Mar Cinese Meridionale con crescente frequenza, nel tentativo di dimostrare la falsità delle affermazioni del gigante asiatico. Come ha sottolineato Asia Times, le recenti attività marittime della Cina nella regione hanno sollevato timori non certo trascurabili.

Le navi del Dragone, infatti, si sono scontrate con imbarcazioni filippine, hanno sparato contro di essere con idranti e usato impulsi sonar vicino a una nave australiana. Gli Stati Uniti e i loro partner ritengono che la Cina stia cercando di sfidare l’ordine marittimo stabilito per dare vita ad un nuovo equilibrio. Washington ha infatti una visione abbastanza chiara del Mar Cinese Meridionale, dando per scontato che queste acque dovrebbero essere aperte e accessibili a tutti gli Stati, e che i Paesi del sud-est asiatico dovrebbero essere in grado di godere dei propri diritti sulle zone economiche esclusive lungo le loro coste.

Le ambizioni della Cina nel Mar Cinese Meridionale

L’episodio sopra descritto, ovvero il transito di una nave americana in una zona contesa con annessi potenziali incidenti indesiderati, è il chiaro esempio dei rischi che corrono le due superpotenze. Vale dunque la pena accendere i riflettori sulle Spratly. Stiamo parlando di un gruppo di isole che comprende barriere coralline, banchi, situato vicino alle Filippine, al Brunei e alla Malesia, e a diverse centinaia di miglia dalle coste della Cina. L’area è rivendicata dalla Repubblica Popolare Cinese, da Taiwan (come Repubblica Cinese), dal Vietnam, dalle stesse Filippine, Malesia e Brunei.

La Cina rivendica da tempo il controllo (senza usare specificamente il termine “sovranità”) sul territorio all’interno della cosiddetta “linea dei nove trattini”, che comprende una regione che abbraccia gran parte del Mar Cinese Meridionale, comprese le Spratly. Tuttavia, Pechino non ha specificato se rivendica solo i territori presenti nell’area o anche le acque. La Cina sembrerebbe però essere chiaramente intenzionata a costringere le Filippine a lasciare la sua posizione nelle Spratly, indipendentemente dai diritti e dalle rivendicazioni legali formali delle Filippine.

In tutto ciò, se gli Stati Uniti dovessero intervenire – in particolare con le navi da guerra della propria Marina – il confronto con la Cina sarà inevitabile. Attenzione però, perché se gli Usa dovessero ignorare la situazione, la loro credibilità di Washington come alleato dei Paesi asiatici locali sarebbe messa in discussione.

Dulcis in fundo, non dimentichiamoci le Spratly sono comunque nel “cortile” della Cina. Significa che le forze militari del Dragone porterebbero teoricamente mobilitare molte più forze aeree, marittime e missilistiche degli Usa per intervenire in caso di conflitto. Altrettanto importante: le forze cinesi opererebbero potendo contare su una catena logistica molto più efficiente di quella statunitense.