Il Mediterraneo Allargato è un concetto strategico elaborato dalla Marina Militare italiana negli anni Settanta che rappresenta il teatro operativo di massimo interesse nazionale nel quale lo Stato italiano attua una comune strategia di sicurezza. Esso, geograficamente, è rappresentato da quella porzione di mare compresa fra le coste mediterranee, il Mar Rosso, il Mar Nero, il Golfo Persico, parte dell’Oceano Indiano (sino alla costa occidentale del subcontinente indiano) e dell’Oceano Atlantico (sino e comprendendo il Golfo di Guinea).
L’individuazione geografica di un’area del globo di massimo interesse per l’Italia, non significa però porre un recinto per l’azione politico/strategica del Paese per diversi motivi. Primo fra tutti, il mare per definizione non ha confini: i britannici sono soliti dire che la Gran Bretagna confina con tutto il mondo perché è un’isola, quindi interconnessa con l’intero globo attraverso il mare, e per la forte vocazione marittima di un popolo che ha avuto nel mare (e nel controllo del mare) il mezzo della fondazione del proprio impero. Secondariamente, ormai da più di due decenni, ovvero circa da quando la Repubblica Popolare Cinese (RPC) è stata ammessa nel WTO, il baricentro dell’economia globale è andato spostandosi verso l’Asia, ed ora possiamo dire senza dubbi di sorta che è saldamente in quella regione: per il nostro Paese, ad esempio, le esportazioni in Asia Orientale nel 2019 erano pari a 41,7 miliardi di euro (8,8% del totale) facendo segnare un +4,6% su base annua, mentre le importazioni erano pari a 51 miliardi (12,1%) con una variazione del +3,1%.
A livello generale, il 39% dell’import – export avviene via nave per un valore di 377 miliardi di euro (dati 2022) e le prime cinque categorie di merci in entrata nel Paese via mare concentrano il 72% dell’import marittimo (oil & gas; metalli; macchinari; prodotti chimici e tessile e abbigliamento) mentre le prime cinque categorie di merci in uscita dal Paese via mare concentrano il 76% dell’export marittimo (macchinari; prodotti raffinati; prodotti chimici mezzi di trasporto; alimentari e bevande). La RPC si conferma il primo fornitore per l’Italia: rappresenta un quinto delle merci in entrata via mare nel nostro Paese mentre gli Stati Uniti si confermano un grande mercato di sbocco per l’export italiano via mare: un quarto delle nostre merci in uscita su nave sono dirette nel Paese nordamericano.
L’epoca dell’interdipendenza globale
L’Italia, quindi, deve una larga fetta del suo benessere economico, e quindi della sua sicurezza, ai traffici marittimi che la collegano con l’Asia Orientale. Bisogna poi considerare che negli ultimi lustri, la sicurezza globale è stata messa in crisi dall’avvento di nuovi conflitti, spesso combattuti sotto la soglia dello scontro aperto, che minacciano le linee di navigazione (o potrebbero minacciarle in un prossimo futuro) del nostro Paese anche al di fuori del Mediterraneo Allargato: l’attuale crisi di Taiwan, e l’attuale escalation nel Mar Cinese Meridionale tra la RPC e le Filippine, possono diventare dei casus belli.
A monte di queste considerazioni peculiari, giova ricordare il principio della “interdipendenza complessa” postulato da Joseph Nye, in cui il comportamento di uno Stato è vincolato da molteplici canali di interazione, dall’assenza di una chiara gerarchia di problematiche e dalla diminuzione dell’utilità della forza militare. Quanto affermato da Nye mette in discussione l’assunto realista di un sistema internazionale anarchico governato esclusivamente dalla politica di potenza. Il professore, recentemente scomparso, citava esempi storici, tra cui la Guerra Fredda e la Guerra del Golfo, per dimostrare come la combinazione di legittimità, alleanze e valori avesse prodotto risultati più sostenibili rispetto alla sola forza bruta. In un’epoca di interdipendenza globale e minacce transnazionali, Nye sosteneva che occorresse esercitare “potere con gli altri” piuttosto che “potere sugli altri”. Però, nelle relazioni internazionali odierne, vige comunque una buona dose di realismo per la quale si esercita la forza per ottenere i propri obiettivi strategici, là dove diplomazia, soft power, smart power e interdipendenza economica cessano di esistere o sono sacrificabili.
Il mondo, sostanzialmente, è diventato un luogo meno sicuro, dove molti più attori ricorrono all’uso della forza militare – come detto anche dal ministro della Difesa Guido Crosetto – e pertanto per la sicurezza nazionale è opportuno, ma diremmo imperativo, migliorare le capacità e possibilità del nostro strumento Difesa, in particolare la nostra capacità di proiezione di forza a lungo e lunghissimo raggio, in quanto, come visto, le attuali aree di crisi potrebbero rapidamente trasformarsi in conflitti guerreggiati, e l’Italia ha la necessità di mantenere aperte e sicure le proprie linee di navigazione.
Un’assicurazione sulla vita del Paese
In un prossimo futuro, ad esempio, la Marina Militare potrebbe essere chiamata a difendere i nostri mercantili da attacchi di potenze ostili, o di entità paramilitari ostili, nei mari che circondano l’Asia Orientale esattamente come accade nel Mar Rosso per la missione Aspides dell’Unione Europea.
Avere capacità di proiezione di forza a lungo raggio, per la Marina Militare, significa avere unità navali in grado di solcare i mari in assetto di combattimento per lungo periodo. Per l’Aeronautica significa avere strumenti in grado di spostare una grande quantità di supporto logistico nel più breve tempo possibile. Le unità navali, in caso di necessità che significa non solamente rispondere a una crisi internazionale, ma anche “mostrare bandiera” per supportare il soft power nazionale, devono pertanto restare “in zona di operazioni” per un periodo più lungo, ed è anche per questo che la Marina Militare auspica e sta lavorando per ottenere la propulsione nucleare. Tale tipo di propulsione, essendo sviluppata in modo innovativo (si parla di piccoli reattori) e soprattutto nazionalmente, porterebbe con sé un immediato ritorno per l’industria nazionale, per le università e per i centri di ricerca: in una parola per il progresso scientifico italiano.
Ancora oggi, da più parti, si ragiona per compartimenti stagni, parlando di Mediterraneo Allargato come di un recinto d’azione (chiuso) per il nostro Paese, come se il mare e quanto su di esso (o sotto di esso) naviga e passa (consideriamo ad esempio i cablaggi sottomarini), terminasse là dove sono stati individuati i limiti geografici di questa dottrina, ormai vecchia di 50 anni. Investire oggi in uno strumento aeronavale moderno, proiettabile in profondità e all’avanguardia, rappresenta un’assicurazione sulla vita per l’Italia col beneficio pressoché immediato di fare da volano per industria, accademia e ricerca.

