“Non sai mai cosa può accadere”. I rischi delle evacuazioni dei civili

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Evacuare i civili da una situazione di emergenza è un compito delicato. Quanto realizzato in Sudan, con le forze armate impegnate nel proteggere e dare la possibilità agli italiani di tornare in patria, è stato solo apparentemente semplice. Dietro ai due C-130 che da Khartoum hanno portato gli italiani a Gibuti, poi portati a Roma da altri aerei, c’è un lavoro complesso di intelligence, vertici militari, forze speciali, ambasciata e governo. Tutti impegnati a seguire piani già predisposti per ogni evenienza, ma anche a far fronte a situazioni mutevoli in base al teatro dove si opera. Perché “tu non sai mai esattamente cosa ti aspetta, anche quando il lavoro dell’ambasciata è stato eccellente e tutto è già pianificato”.

A raccontarci cosa si vive in questi momenti è l’ammiraglio di divisione in riserva Claudio Confessore, già comandante del Reggimento San Marco e con una carriera fatta di missioni in Albania, Bosnia, Kosovo, Iraq e Libano. In Libano, Confessore ha comandato il Contingente italiano nelle prime fasi dell’operazione Leonte del 2006. “Le neo (acronimo per non-combatant evacuation operation n.d.r.) hanno moltissime sfaccettature e ognuna ha una sua particolarità. I militari vengono inviati in situazione di crisi ma soprattutto dove c’è un pericolo: si programma l’operazione, si comprende qual è la cosa migliore da fare e si invia il personale e i mezzi più adatti in base allo scenario”. In Sudan, continua l’ammiraglio, la scelta dei C-130 è stata quasi obbligata: “Sono aerei che si adattano a questo scopo, per piste corte o non asfaltate, e le forze inviate sul campo sono le più adatte per la scorta e per la protezione della pista”.

L’Italia ha una lunga esperienza per operazioni di questo tipo, sia per evacuazioni più numerose che di poche persone. Ma in qualsiasi caso, spiega Confessore, c’è sempre “indeterminatezza per ciò che può accadere”. “Quando vai lì per una missione di questo tipo, hai alla base accordi molto solidi con le fazioni locali o il governo per evacuare i civili, ma si tratta sempre di situazioni di guerra”. “È un po’ come una missione di pace: tu sei lì ma non sei una parte in conflitto. Il problema è che basta un niente, un errore o un’azione di qualcuno e ti ritrovi in mezzo a una guerra che non è tua” continua Confessore, “quando fai un’operazione di quel tipo, non hai un nemico: il tuo obiettivo è portare via chi devi, nel minore tempo possibile e proteggendo sia i civili che i tuoi uomini”.

L’ammiraglio ricorda in particolare le sue missioni in Albania, con San Marco e forza navale, e in Kosovo, nella città divisa tra serbi e albanesi di Mitrovica. Ogni operazione con una sua particolare complessità: “In Albania, a Durazzo, ci trovammo di fronte a una situazione con migliaia di persone, oltre ai nostri concittadini, pronte a fuggire. Continuavano ad aggiungersi persone rispetto a quelle che dovevamo scortare con le nave e in questi casi ci si aiuta anche tra alleati per fare evacuare personale e civili di altre nazionalità. Mentre a Tirana, con i gruppi armati che sparavano, dovevi prendere le persone in elicottero evitando di mettere a rischio la vita di tutti”.

Situazioni che cambiando di volta in volta e che a volte travolgono anche schemi e regole visto che le regole d’ingaggio, commenta Confessore, “non cambiano velocemente come le condizioni sul campo”. L’Italia, con le sue forze speciali, l’intelligence e i funzionari della Farnesina, ha una lunga storia alle spalle per queste operazioni, e non deve quindi stupire che anche in Sudan l’azione sia stata efficace. Ma per rendere possibile tutto questo, il mix di preparazione e prontezza è fondamentale: perché in questi casi il rischio è elevato e si può finire risucchiati in un inferno dove non si hanno nemici ma solo persone da salvare.