Don’t Let Ukraine join Nato: il titolo dell’articolo apparso sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs a pochi giorni dal summit dell’Alleanza Atlantica di Vilnius è un’avvisaglia politica di non secondaria importanza che sembra, di fatto, mostrare l’esistenza di una forte resistenza negli Usa a un’idea che tutti i leader occidentali, a parole, non escludono. Ma per la cui concretizzazione la strada è decisamente in salita.
A vergare l’articolo sono Justin Logan e Joshua Shifrinson, due ricercatori del Cato Institute, uno dei principali think tank della destra conservatrice americana. Che sintetizzano in un concetto chiaro, ispirato all’analisi costi-benefici, la prospettiva che a loro avviso rende poco auspicabile accogliere Kiev nel campo atlantico: “La resistenza di Kiev all’aggressione russa è stata eroica”, riconoscono Logan e Shifrinson, “ma alla fine gli stati fanno ciò che è nel loro interesse. E qui, i benefici per la sicurezza degli Stati Uniti dell’adesione dell’Ucraina impallidiscono in confronto ai rischi” che potrebbero emergere se si concretizzasse l’idea di portare Kiev nell’alleanza.
Del resto già con il sostegno americano e occidentale “la Russia ha pagato un prezzo altissimo” senza che l’Ucraina fosse ammessa direttamente nella Nato, impegnando i membri dell’Alleanza “a morire per lei come per qualunque altro membro”. La certezza che Mosca non conquisterà l’Ucraina completamente appare chiara e “la resistenza dell’Ucraina alla bellicosità russa è nobile”. Ma i due studiosi sottolineano che a loro avviso “le azioni nobili e persino l’efficace autodifesa non giustificano di per sé l’assunzione degli alti rischi di un impegno di sicurezza a tempo indeterminato”.
La presa di posizione è netta e chiara e si appella alla volontà di vedere la presenza americana nel Vecchio Continente non in termini di dominio strategico ma in prospettiva di presenza antiegemonica. I due studiosi del Cato Institute, insomma, ricordano che la Nato serve a prevenire “l’ascesa delle autocrazie”, a “difendere un ordine democratico” e basato su regole condivise e che non c’è volontà di dominio nelle mosse americane. La prospettiva geopolitica di aver ridimensionato l’esercito russo inchiodandolo in Ucraina e aver colpito con sanzioni pesanti Mosca dovrebbe, in tal senso, soddisfare Washington.
Si vede nella lettura di Logan e Shifrinson un richiamo a una tradizionale volontà dell’analisi politologica americana più lontana dall’interventismo liberal e neoconservatore, che mira a mascherare, in varie forme, l’esistenza di fatto di una sfera di controllo strategico americana estesa all’Occidente e all’Europa e strutturata come architettura imperiale con il richiamo valoriale e l’opposizione alle tirannie. Si può o meno pensare che questa lettura sia veritiera in forma completa o solo come giustificazione, come sostiene Daniel Immerwahr in How to hide an empire, ma sicuramente sul fronte dell’assunzione di impegni a tempo indeterminato la loro visione coincide con quella che, sotto traccia, prende piede da tempo tra le alte sfere, soprattutto militari, di Washington.
L’idea è che Kiev sia utile come bastione antirusso proprio perché priva di potere decisionale nella Nato. E che nella disponibilità atlantica, cioé degli Usa, stia la prospettiva di un futuro termine del conflitto. Portare la Nato ad ammettere l’Ucraina in quest’ottica rischia di creare un Frankenstein perché, ricordano gli autori, c’è anche il rischio che in futuro, in caso di fine del conflitto, “l’ondata di nazionalismo russo e ucraino provocata dalla guerra limiti lo spazio per la diplomazia”. La natura schiettamente realista dell’analisi, dunque, sottende una visione del mondo pragmatica: il valore sul campo di una nazione invasa è giustamente riconosciuto, il sostegno a Kiev rivendicato, la grande strategia lasciata ad altri campi.
Del resto, più volte in passato Washington si é comportata così: sostenendo Paesi e nazioni in forma sistematicamente utile ai propri interessi salvo poi svincolarsi dall’assumere impegni a tempo indeterminato qualora essi fossero risultati troppo onerosi. Accadde a fine Anni Ottanta con la resistenza anti-sovietica in Afghanistan, lasciata in preda alla guerra civile; è successo negli anni scorsi coi curdi del Rojava, abbandonati poi ai contrattacchi della Turchia dopo esser stati i “soldati” occidentali contro l’Isis. Potrebbe succedere anche con l’Ucraina, in forme ovviamente diverse. Ma sostanzialmente coerenti con la strategia a tutto campo di Washington. In cui la priorità è data sempre alla sicurezza nazionale di Washington. Con buona pace del richiamo alla supremazia valoriale a stelle e strisce.

