Tra l’8 e l’11 ottobre, tre ondate di attacchi ucraini effettuati con droni sui data center russi di Yandex, società tecnologica che fornisce servizi web, hanno messo in crisi la capacità russa di connessione alla rete. Yandex la scorsa settimana aveva dichiarato di avere difficoltà a mantenere i servizi operativi dopo che tre dei suoi cinque data center erano stati colpiti in rapida successione.
Spesso definita la “Google russa”, l’azienda gestisce il motore di ricerca più popolare del Paese insieme ad altri servizi online, tra cui la navigazione satellitare pubblica, esattamente come Google maps. I data center di Yandex messi nel mirino dagli attacchi ucraini sono situati a Sasovo (colpito l’8 ottobre), Kaluga (il 9 ottobre) e Vladimir (l’11 ottobre). Quest’azione ha costretto Yandex Cloud a operare in modalità limitata o di emergenza.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in occasione degli attacchi ha affermato che rappresentano una risposta a settimane di raid russi contro i data center ucraini, mentre lunedì 12 ottobre ha osservato che online si riscontrano “meno odio, meno divisioni e meno provocazioni” proprio grazie alla presenza di “meno bot”.
Da quel momento, si sono diffuse voci online secondo le quali gli attacchi ucraini ai data center russi avrebbero ridotto le reti di bot legate al Cremlino che operano per diffondere disinformazione, misinformazione, la propaganda russa e per screditare le personalità o gli enti che sostengono posizioni ostili a Mosca attraverso il fenomeno del “bombing” online, ovvero la pubblicazione di numerosi commenti in calce ai post sui social network. Queste voci sono state supportate da grafici che mostravano, ad esempio, come la frequenza di alcune parole chiave che si ritengono correlate alla disinformazione russa fosse crollata.
Quello che è davvero successo
Oggi sappiamo che in realtà non è così, o per meglio dire non sono stati colpiti i bot di disinformazione, ma un altro tipo di bot. Sebbene i bot siano comunemente associati ad account social falsi che possono diffondere contenuti mendaci, divisivi e di propaganda, essi vengono utilizzati anche per automatizzare operazioni come la scansione delle pagine web, affinché queste appaiano sui motori di ricerca.
Il vistoso calo osservato su Cloudflare dell’attività dei bot di Yandex è da imputare al fatto che la piattaforma raccoglie i dati che includono tutte le richieste automatizzate dirette ai siti web ospitati sulla sua rete, compresi i bot che scansionano i siti per raccogliere informazioni. L’azienda ha inoltre precisato, come riferisce la BBC, che tale calo “non riflette necessariamente un comportamento dei bot sulle piattaforme social”. A essere coinvolti sono stati infatti i cosiddetti bot crawler, proprio quelli deputati alla scansione del web per indicizzare le pagine sui motori di ricerca russi.
Sempre la BBC ha interrogato dTeam, un gruppo con sede negli Stati Uniti che monitora le operazioni di influenza riconducibili a Mosca, il quale ha affermato di non aver rilevato “alcuna variazione nel traffico proveniente da account e cluster di bot russi noti su alcuna piattaforma”, aggiungendo anche che, se le sedi dei gruppi coinvolti in tali operazioni “fossero in fiamme, allora avremmo visto un cambiamento”. Alcuni bot collegati a operazioni di influenza russe come Storm-1516 e Matryoshka risultano ancora attivi sui social media, e questo perché queste “bot farm” posizionano i propri account principalmente sui server situati in Occidente o in altre parti del globo, non in Russia.
In particolare, esse sfruttano anche il meccanismo dei proxy residenziali: si tratta di insiemi di indirizzi IP appartenenti a utenti reali, spesso raccolti tramite SDK (Software Development Kit) di app gratuite o servizi VPN a cui gli utenti hanno aderito inconsapevolmente. Di conseguenza, a ogni connessione, il bot sembra provenire da un utente reale diverso, situato in una nuova città e connesso tramite un provider (ISP) differente. In linea generale, le “bot farm” impiegano soluzioni sia software che hardware per mantenere ed espandere le proprie attività come script di automazione per simulare azioni umane – come commentare, mettere “mi piace” e seguire altri utenti – rispettando intervalli e frequenze tali da renderli impercettibili.
Come già osservato utilizzano server proxy e VPN che nascondono gli indirizzi IP distribuendone l’attività su diverse aree geografiche. Quelle più avanzate usano contenuti generati dall’IA per scrivere commenti o post dall’aspetto naturale, capaci di eludere i semplici filtri antispam. Ci sono anche strutture fisiche, costituite da numerosi smartphone o computer situati in un’unica sede e controllati da operatori umani o sistemi meccanici per generare contenuti coinvolgenti.
Come si capisce se su un social network si ha a che fare con un bot? Tra i segnali di allarme ci sono l’assenza di un’immagine del profilo, l’uso di immagini generiche o generate dall’IA, la mancanza di post originali a fronte di una prevalenza di contenuti condivisi, schemi di commento ripetitivi e rapporti tra seguiti e follower che si discostano dalla norma. Nessun singolo indizio è di per sé sufficiente a rivelare la natura dell’account, poiché le sofisticate “bot farm” sono progettate per mimetizzarsi tra i profili autentici e spesso vengono attivate dopo anni dalla creazione degli account che utilizzano.
Tornando alla questione Yandex, l’ufficio di Zelensky ha spiegato alla BBC che il presidente si riferiva generalmente “all’atmosfera sui social media” piuttosto che a un calo dell’attività dei bot di disinformazione, ma le voci si sono comunque diffuse molto rapidamente facendo cadere in errore numerosi utenti.
Questo fenomeno apre una piccola riflessione psicologica: spesso e volentieri quando si diffondono notizie online attraverso i social lo si fa in base a una tara cognitiva precisa (un bias) che può essere “di conferma”, ovvero quando si diffondono solo le notizie che sono allineate al nostro pensiero, o, in questo particolare caso, “di desiderio”, ovvero quando si divulgano notizie in base ai desiderata, cioè in base a quello che si vorrebbe accadesse.