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L’ultima posizione segnalata dai siti di tracciamento mostra la nave iraniana Makran a est delle coste della Danimarca. Ma sia lei che la Sahand sono a San Pietroburgo.

Finisce così una delle più curiosi e affascinanti “odissee” degli ultimi tempi. Dopo settimane di vera e propria caccia in cui per lungo tempo i servizi americani si sono interrogati su quale fosse la destinazione finale delle due navi iraniane.

Dopo il passaggio di Capo di Buona Speranza, qualcuno aveva pensato al Sudamerica, magari per tornare in Venezuela come già avvenuta in altre missioni della flotta di Teheran. Altri osservatori avevano scommesso sulla Siria, per raggiungere le coste del Mediterraneo orientale mostrando le capacità della flotta anche di evitare il Mar Rosso e Suez dopo le tensioni con Israele. E invece la rotta della Makran e della sua nave di scorta, la Sahand, aveva una destinazione inaspettata e decisamente più autorevole: la Russia. Una rotta che era stata confermata una volta che le due imbarcazioni avevano superato anche le coste atlantiche dell’Europa. Qui, come alcune unità di Pakistan e India, la Sahand ha partecipato alla sfilata in onore del 325esimo anniversario della Marina russa sul fiume Neva.

La prova di forza dell’Iran non è da sottovalutare. La scelta di arrivare fino a San Pietroburgo non è stata dettata solo dal desiderio di festeggiare l’anniversario della flotta russa, ma anche per lanciare un segnale. Come riporta Usni News, secondo l’esperto di Iran, Behnam Ben Taleblu, la mossa dell’Iran “potrebbe essere un presagio di un maggiore interesse iraniano nel migliorare le capacità marittime e testare i limiti del suo raggio d’azione”. Il messaggio quindi sarebbe rivolto alla Nato, allarmata ma anche incuriosita dalla mossa di Teheran, ma soprattutto agli Stati Uniti. La Marina iraniana ha dimostrato non solo la capacità di muoversi su rotte lunghissime, ma di poter farlo anche in acque legate all’orbita atlantica, passando la Manica e il Baltico. Aree che sono da sempre al centro di tensioni con la Russia, che utilizza quel corridoio per portare le sue navi della Flotta del Nord verso il Mediterraneo quando non può far partire le sue unità dal Mar Nero.

Avere condotto la Makran a San Pietroburgo allarma gli Stati Uniti anche sul fronte venezuelano. Non è un mistero che l’Iran abbia più volte fatto arrivare le sue imbarcazioni nei porti latinoamericani per trasportare petrolio raffinato (ma c’è chi lo accusa anche di aver spedito mezzi militari e armi). Il Venezuela, infatti, ha enormi giacimenti di petrolio che le sanzioni Usa impediscono però a Caracas di raffinare. Washington ha spesso paventato l’ipotesi di un blocco navale per evitare che le petroliere iraniane o di altri Stati possano eludere le sanzioni internazionali. Ma è chiaro che bloccare la più grande nave militare iraniana – che potrebbe anche trasportare tonnellate di petrolio – sarebbe un gesto non solo plateale, ma anche pericoloso. L’escalation che ne deriverebbe potrebbe coinvolgere il Golfo Persico e tutte le aree di conflitto in cui sono coinvolte le forze iraniane o legate all’orbita di Teheran. Immagine che in questo momento al Pentagono e alla Casa Bianca non sembrano voler prendere in considerazione, soprattutto mentre sono impegnati a raggiungere un accordo sul nucleare.

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