Qualche settimana fa il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth era stato chiaro: gli alleati asiatici degli Usa devono aumentare la loro spesa militare e rafforzare la deterrenza nei confronti della Cina. In occasione dell’ultimo Shangri-La Dialogue, andato in scena a Singapore alla fine di maggio, l’alto funzionario americano ha spiegato che un simile processo è essenziale per impedire che una singola potenza domini l’Indo-Pacifico. Dietro l’avvertimento di Hegseth c’è però tanto altro.
Washington punta ad affidare la sicurezza regionale ai governi locali, evitando di impegnare tutte le proprie risorse militari inviandole dall’altra parte del mondo, e allo stesso tempo intende incentivare le aziende statunitensi della Difesa a espandere la loro presenza in Estremo Oriente e nel Pacifico attraverso partnership sempre più solide e ambiziose. In Giappone, Corea del Sud, Australia e Taiwan crescono però i timori sui reali piani dell’amministrazione Trump e sul rischio di ritrovarsi a secco di armamenti. Fino ad ora, infatti, l’ombrello statunitense e le armi acquistate direttamente dagli Stati Uniti avevano reso la situazione ben definita. La soluzione dei partner asiatici di Washington? Procedere con un riarmo (in primis missilistico) quasi fai da te.
Riarmo (quasi) fai da te
La verità è che sempre meno Paesi dell’Indo-Pacifico si fidano degli Stati Uniti. I ritardi nella consegna di interi stock di armamenti hanno inoltre aggravato la frustrazione nei confronti di un protettore percepito come sempre più instabile e distante. Non è un caso che i governi della regione stiano iniziando a camminare con le proprie gambe.
Prendiamo l’Australia: lo scorso aprile ha testato il sistema missilistico multiplo guidato (Gmlrs), segnando il primo lancio di un nuovo missile di fabbricazione autoctona dopo decenni. “Questo test di lancio riuscito rappresenta una pietra miliare per le capacità australiane in materia di armi guidate, dimostrando progressi concreti nel rafforzamento della nostra autosufficienza nazionale e nella realizzazione di un futuro della difesa interamente “made in Australia”, ha dichiarato all’epoca il Ministro dell’Industria della Difesa Pat Conroy.
Certo, questi missili Gmlrs vengono comunque assemblati in uno stabilimento di proprietà dell’azienda statunitense Lockheed Martin, ma è chiara l’esigenza di Canberra di costruire più armamenti in patria, sia in collaborazione con appaltatori americani sia in maniera indipendente.
Come ha spiegato Nikkei Asia, c’è un altro aspetto abbastanza preoccupante per le nazioni asiatiche: in generale i livelli di produzione delle fabbriche di armi statunitensi sono inferiori agli obiettivi prefissati a causa del loro massiccio utilizzo in Medio Oriente e dell’invio a Israele e Ucraina.
La risposta dell’Asia
Le consegne dei missili da crociera a lungo raggio Tomahawk sono oggetto di particolare attenzione. Secondo lo United States Studies Center, gli Stati Uniti ne producono solo circa 90 all’anno. L’Australia è in attesa della consegna di 220 Tomahawk, mentre il Giappone ne ha ordinati 400.
Il Financial Times ha scritto che Tokyo si aspettava che i primi missili Tomahawk arrivassero entro marzo, ma a quanto pare non ne avrebbe ancora ricevuto alcuno. Non è un caso che Shinjiro Koizumi, ministro nipponico della Difesa, abbia recentemente dichiarato che “rafforzare le capacità di difesa del Giappone è una priorità assoluta“. Questo Paese ha iniziato a schierare una nuova versione potenziata del suo missile antinave Type-12, con una gittata fino a 1.000 chilometri e prodotto da Mitsubishi Heavy.
Detto del caso australiano, Taiwan possiede una vasta gamma di missili attualmente in produzione o in fase di sviluppo, come quello da crociera a lungo raggio “bunker buster” Hsiung Sheng. In Corea del Sud, invece, Hanwha Aerospace ha avviato la produzione di un nuovo missile terra-aria a lungo raggio per l’esercito e lo sta già commercializzando a potenziali acquirenti in Europa e Medio Oriente. Nessuno ha dunque più intenzione di aspettare soltanto le spedizioni di armi dagli Usa.