Rinnovare l’arsenale, puntando su missili capaci di fronteggiare nel miglior modo possibile le più recenti minacce, e al tempo stesso rafforzare le difese terrestri e spaziali, oltre che investire su intercettori di ultima generazione, per contenere le minacce missilistiche nemiche. Non c’è più tempo da perdere per gli Stati Uniti, chiamati a rinnovare la loro strategia nell’Indo-Pacifico, e cioè in una regione tanto geopoliticamente rilevante quanto carica di tensioni.
I nemici principali di Washington, che recentemente ha rivitalizzato i legami con svariati partner locali, dalla Corea del Sud al Giappone, passando per le Filippine, coincidono con Cina e Corea del Nord.
Pechino procede a tappe forzate verso la modernizzazione del proprio esercito, con l’obiettivo di trasformare le sue forze armate in una “moderna forza di combattimento” entro il 2027 e in un esercito “di livello mondiale” entro il 2050. Impresa che, tra l’altro, avanza di pari passo con il grande balzo in avanti della marina cinese – che ha ormai superato le 355 navi, contro le poco meno di 300 Usa, e punta a toccare quota 460 entro il 2030 – l’intenso lavoro in corso sull’uso dei missili ipersonici e l’adozione di jolly militari supportati dall’intelligenza artificiale.
Pyongyang continua ad effettuare test missilistici. L’ultimo lancio ha coinvolto l’Hwasong-18, un missile balistico intercontinentale a combustibile solido (ICBM), un obiettivo chiave del piano del leader nordcoreano Kim Jong Un per sviluppare armi più avanzate e potenti. Da mesi gli analisti ipotizzano un test nucleare che getterebbe nel panico la comunità internazionale, se non altro per il timore che questa mossa possa innescare un effetto domino nella regione.
Incastonati in un quadro del genere nell’Indo-Pacifico – senza dimenticare la non irrilevante questione taiwanese – gli Usa hanno intenzione di cambiare passo, marcia e registro, facendo tutto il possibile per evitare che le ascese militari di Cina e Corea del Nord possano infrangere gli equilibri regionali.
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Nuovi missili contro la Cina
Per quanto riguarda la minaccia cinese, il capo del comando indo-pacifico (INDOPACOM) degli Stati Uniti, l’ammiraglio della Marina John Aquilino, ha informato i legislatori di Capitol Hill del fatto che l’esercito Usa dovrebbe accelerare lo sviluppo di un trio di missili potenziati per prepararsi a qualsiasi potenziale conflitto militare con Pechino. L’assunto base è sempre lo stesso: una guerra con la Repubblica Popolare Cinese “non è inevitabile”. Dunque, la valutazione di Aquilino per il teatro militare indopacifico ha rilevato il fabbisogno di munizioni e diverse carenze da risolvere.
Anche se la richiesta di budget fiscale per il 2024 del Pentagono include 9,1 miliardi di dollari per la cosiddetta “deterrenza pacifica”, Aquilino ha presentato una lista di priorità non finanziate dal valore di 3,5 miliardi di dollari. Tra questi armamenti, come ha sottolineato Breaking Defense, spiccano tre missili: il missile ipersonico SM-6 Block 1B, il Maritime Strike Tomahawk e una futura iterazione del Precision Strike Missile (PrSM Increment 2).
Il primo è progettato per sfruttare la propria velocità al fine di contrastare eventuali missili ipersonici (cinesi) in arrivo, e sarebbe utilizzato dalla marina. Gli altri due missili, invece, sono pensati per le forze di terra. Aquilino ha specificato che i Marine Littoral Regiments dovrebbero essere dotati di lanciatori Tomahawk, a terra, in grado di sparare la futura variante marittima del missile, mentre i soldati dell’esercito, dislocati all’interno di nuove task force multi-dominio, avrebbero bisogno di fare affidamento dall’uso esterno del PrSM 2. “Queste sono le capacità che quelle forze devono portare nella regione per svolgere le missioni a loro assegnate”, ha affermato il capo dell’INDOPACOM.
Consapevoli di quanto sta accadendo nella guerra in Ucraina, dove l’invio di armi e la logistica si sono rivelati due concetti chiave, gli Stati Uniti hanno iniziato a porre una maggiore enfasi sull’aumento delle linee di produzione di munizioni e delle scorte di armi che ritengono fondamentali per il conflitto militare nelle acque indo-pacifiche.
Il Pentagono starebbe quindi cercando di stipulare nuovi accordi di approvvigionamento pluriennali per diverse armi, tra cui il missile d’attacco navale SM-6, il missile aria-aria avanzato a medio raggio AIM-120, il missile anti-nave a lungo raggio (LRASM) e l’AGM-158B Joint Air-to-Surface Standoff Missile-Extended Range (JASSM-ER).
Difendersi dai missili di Kim
L’altro filone riguarda invece la difesa contro i missili a disposizione della Corea del Nord. Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno intensificato gli sforzi per migliorare le proprie capacità difensive, con Seoul e Tokyo che hanno recentemente testato nuovi intercettori missilistici, mentre lo scorso novembre la US Space Force ha istituito la sua prima unità nella regione indopacifica.
La Forza di autodifesa marittima giapponese ha completato una serie di test al largo delle Hawaii abbattendo obiettivi missilistici balistici a corto e medio raggio usando gli intercettori SM-3 Block IB e SM-3 Block IIA. Quest’ultimo, in particolare, è un’arma avanzata sviluppata congiuntamente da Stati Uniti e Giappone, opera come parte del sistema Aegis BMD e può essere lanciato da navi equipaggiate con Aegis e da siti terrestri Aegis Ashore.
Un altro test riuscito è stato effettuato in Corea del Sud, con Seoul che ha abbattuto un bersaglio missilistico balistico utilizzando il suo sistema di missili terra-aria a lungo raggio (L-SAM). Come ha sottolineato il Japan Times, L-SAM presenterà due tipi di intercettori, per missili balistici e aerei, con il primo che dovrebbe avere una portata di 150 chilometri ed essere in grado di intercettare missili ad altitudini da 40 a 100 chilometri, e il secondo destinato all’uso contro aerei ad alta quota fino a distanze di 150 chilometri.
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