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Le Filippine starebbero pensando ad acquistare missili a medio raggio dagli Stati Uniti per fini di rafforzamento del proprio arsenale militare e della capacità di deterrenza su scala regionale. Una decisione che il governo del presidente Ferdinando Marcos Jr. deve ancora formalizzare ma che ha già suscitato le preoccupazioni della Cina, che teme la militarizzazione dell’Oceano Pacifico a poche centinaia di chilometri dalle sue coste.

I nuovi missili delle Filippine

Il segretario alla Difesa di Marcos, Gilberto Teodoro, ha dichiarato in un’intervista al Financial Times che Manila ha intenzione di chiedere a Washington la possibilità di acquistare i lanciatori di missili a medio raggio Typhon, prodotti dalla Lookheed Martin e operativi dal 2023, al fine di aumentare la capacità di difesa dell’arcipelago.

Le Filippine, ex colonia statunitense controllate da Washington dal 1898 al 1946, sono dall’indipendenza un pivot della presenza americana nel Pacifico e dopo gli anni burrascosi della presidenza di Rodrigo Duterte, che mirava a una convergenza politica con Cina e Russia al fine di evitare di rendere Manila bersaglio delle rivalità regionali, nell’ultimo biennio hanno rafforzato l’avvicinamento a Washington.

Il Typhon, nome in codice di quello che è lo Strategic Mid-range Fires System (Smrf) può permettere il lancio dei missili Standard Sm-6 e dei celeberrimi Tomahawk, ma anche di altri vettori come il missile BrahMos acquistato dalle Filippine in India. La sua presenza in campo per le forze armate filippine vorrebbe dire poter mettere un’ipoteca sulla capacità di resistenza a qualsiasi forma di conflitto regionale e operare una deterrenza efficace contro la Cina. Manila ha però aperte con Pechino diverse questioni irrisolte come la corsa al controllo dello strategico arcipelago delle Isole Spartly nel Mar Cinese Meridionale, e per Pechino ogni sua politica di riarmo appare funzionale a sostenere le manovre Usa di massima pressione su Pechino.

La pressione su Pechino

Marcos, nota il Ft, pensa che il rafforzamento della capacità operativa del Paese “consentire alle forze armate filippine di rilevare e scoraggiare le minacce”, e inoltre di fronte a problematiche politiche, come la rottura tra il figlio dell’ex dittatore omonimo e la vicepresidente, nonché figlia dell’ex presidente Sara Duterte “consente di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla protezione della sovranità filippina”. Va sottolineato “lo sforzo di modernizzazione, sostenuto da una triplicazione del budget militare, che include piani per diverse nuove basi navali e aeree”. Fumo negli occhi per la Cina che vi intravede una quinta colonna della penetrazione americana.

Degno di nota in tal senso che Washington abbia scelto ad aprile proprio le Filippine per schierare una sua batteria di Typhon, primo caso di installazione di un sistema d’arma a medio raggio dopo il ripudio da parte di Donald Trump del trattato sulle forze intermedie (Inf) nel 2019. Se la Cina è stata notevolmente allarmata dall’impiego da parte dell’esercito statunitense di questo assetto in esercitazioni congiunte, è naturale che lo sia doppiamente di fronte alla volontà di Manila di solidificarne la disponibilità sul suo territorio. Avere, dopo Taiwan, un altro partner Usa tanto armato vicino alle proprie coste rappresenterebbe per Pechino il sintomo di una pressione crescente. Deterrente per la proiezione offensiva, ma anche potenzialmente minacciosa in un quadro di incertezza sulle prossime manovre americane.

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