Midnight Hammer: anatomia dell’attacco USA all’Iran

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Difesa /

Nella notte tra il 21 e il 22 giugno, gli Stati Uniti hanno lanciato l’operazione “Midnight Hammer” per colpire tre installazioni nucleari iraniane.

Il capo di Stato maggiore della Difesa USA, generale Dan Caine, nella giornata di domenica 22 ha rilasciato una conferenza stampa in cui, a grandi linee, ha spiegato come è avvenuta l’operazione militare. “Ieri sera, intorno alle 17:00 ora standard orientale (Eastern Standard Time), e poco prima che il pacchetto d’attacco entrasse in Iran, un sottomarino statunitense nell’area di responsabilità del U.S. Central Command (il comando per Asia Centrale e M.O. n.d.r.) ha lanciato più di due dozzine di missili da crociera d’attacco terrestre Tomahawk contro obiettivi chiave delle infrastrutture di superficie a Isfahan”, ha spiegato Caine. “Mentre il pacchetto d’attacco dell’operazione Midnight Hammer entrava nello spazio aereo iraniano, gli Stati Uniti hanno impiegato diverse tattiche di inganno, inclusi falsi allarmi, mentre gli aerei di quarta e quinta generazione si spingevano davanti al pacchetto d’attacco ad alta quota e ad alta velocità, sorvolando la zona per intercettare caccia nemici e minacce missilistiche terra-aria”. “Alle 18:40 ora standard orientale (Eastern Standard Time) – le 2:10 ora iraniana – il B-2 di testa ha sganciato due armi GBU-57 Massive Ordnance Penetrator (MOP) sul primo di diversi punti di mira a Fordow”, ha continuato il generale. “Come ha affermato il Presidente ieri sera, anche i bombardieri rimanenti hanno colpito i loro obiettivi, con un totale di 14 MOP sganciate contro due aree bersaglio nucleari (Fordow e Natanz n.d.r.)”.

Gli Stati Uniti hanno utilizzato in totale “più di 125 aerei” tra cui “bombardieri stealth B-2, numerose squadriglie di caccia di quarta e quinta generazione, decine e decine di aerei cisterna per il rifornimento in volo, un sottomarino lanciamissili e una gamma completa di velivoli da intelligence, sorveglianza e ricognizione, oltre a centinaia di professionisti addetti alla manutenzione e alle operazioni”. Nella fattispecie, sono stati usati 7 B-2, 30 aerei cisterna preposizionati lungo la rotta dei bombardieri nei giorni precedenti, 10 F-22, 12 F-35 e 12 F-16 che erano stati schierati di concerto con gli aerei cisterna nei giorni scorsi, così come F-15E e altri F-16 (tenuti in riserva). È possibile che i velivoli imbarcati sul CSG (Carrier Strike Group) della portaerei USS “Carl Vinson” che incrocia nelle acque del Mare Arabico/Golfo di Aden possano aver preso parte all’operazione.

Quantificare i danni

“Midnight Hammer” ha richiesto “mesi di preparazione” per una missione di bombardamento lunga 18 ore (i B-2 sono decollati dalla loro base Whiteman in Missouri) che ha richiesto diversi rifornimenti in volo lungo la rotta (dalle isole Azzorre sino al Mediterraneo), e il Pentagono riferisce che in totale sono state sganciate circa 75 armi a guida di precisione, tra queste 14 GBU-57 MOP. Considerando le 14 MOP e i 24-30 missili da crociera lanciati dal sottomarino incrociante nelle acque arabiche, ciò indicherebbe che i caccia del pacchetto d’attacco hanno impiegato tra le 31 e le 37 munizioni a guida di precisione per scopi SEAD/DEAD (Suppression Enemy Air Defenses/Destruction Enemy Air Defenses), contribuendo così a disarticolare il sistema di difesa aerea iraniano dopo gli attacchi israeliani, e probabilmente contribuendo alla sua totale eliminazione.

Ancora il generale Caine riferisce che “ci vorrà del tempo per quantificare i danni finali causati, ma le prime valutazioni dei danni indicano che tutti e tre i siti hanno subito danni e distruzioni estremamente gravi”. Osservando le foto satellitari Open Source diffuse su internet nelle ultime ore, sul sito di Fordow si notano almeno 6 punti di impatto nella montagna che ospita al suo interno il secondo principale sito di arricchimento dell’uranio iraniano. Difficilmente si riesce a capire l’entità effettiva dei danni, ma si nota come uno dei versanti del rilievo sia leggermente deformato rispetto alle riprese effettuate precedentemente, segno di esplosioni sotterranee. Le strutture a Isfahan sono state duramente colpite e gli accessi all’impianto nucleare sotterraneo appaiono distrutti, come confermato domenica dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Il sito di Natanz, il più importante sito iraniano di arricchimento dell’uranio, aveva già subito attacchi israeliani e sembra essere altrettanto duramente colpito, probabilmente dalle restanti MOP portate dai B-2.

Il BDA (Battle Damage Assessment) è però ancora problematico e sarà più chiaro solo nelle prossime settimane/mesi. Sappiamo che gli iraniani, dall’inizio della campagna aerea israeliana, hanno operato diversi camion sul sito di Fordow almeno 16 camion (tra il 19 e il 20 giugno). Sebbene non sia chiaro il motivo di questa movimentazione – potrebbero semplicemente aver portato terra per rinforzare il sito – alcuni ritengono che possano aver trasportato altrove materiale sensibile (centrifughe e/o uranio arricchito). In ogni caso, sebbene non si conosca la reale entità dei danni dell’attacco USA e dei bombardamenti israeliani, da quanto osservato possiamo affermare che il programma nucleare iraniano ha subito un duro colpo che potrebbe ritardarlo di mesi/anni, in quanto per mettere temporaneamente fuori uso un sito indurito come quello di Fordow, basterebbe colpire le prese d’aria del sistema di ventilazione, dei generatori, oppure gli ingressi.

Le frasi a effetto di Trump

L’operazione “Midnight Hammer” ha mobilitato molte preziose risorse militari statunitensi: oltre ai 30 aerei cisterna, impiegare 7 bombardieri strategici B-2 significa aver impegnato quasi la metà della flotta da bombardamento strategico nucleare USA disponibile (7 su 17), senza considerare i due bombardieri usati come esca che sono volati verso le Hawaii e Guam. La lunga missione di bombardamento, la più lunga della storia dell’U.S. Air Force, sarebbe di per sé un forte segnale politico, ma è proprio l’aver impiegato tutte queste importanti e numerose risorse a chiarire che gli Stati Uniti intendono risolvere l’annosa questione del nucleare iraniano, e collateralmente il sostegno degli Ayatollah ai vari proxy in Medio Oriente, come gli Houthi, in tempi realisticamente brevi.

Il Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, domenica sera ha dichiarato che l’operazione militare si è conclusa, che gli Stati Uniti reagiranno a qualsiasi attacco diretto alle loro installazioni, e che Washington non intendeva perseguire un cambio di regime a Teheran. Il vice presidente J.D. Vance ha ribadito che gli USA non sono in guerra con l’Iran ma “col programma nucleare iraniano” nella stessa giornata, ma oggi il presidente Donald Trump ha sibillinamente fatto intendere altro quando dal social Truth ha detto che “non è politicamente corretto usare il termine ‘cambio di regime’, ma se l’attuale regime iraniano non è in grado di rendere l’Iran di nuovo grande, perché non dovrebbe esserci un cambio di regime???”.

Chi scrive ritiene quella di Trump semplicemente una delle tante frasi a effetto dettate dallo stile comunicativo dell’uomo, che ricordiamo non è un politico di professione ed è sempre stato abituato a una gestione molto personale dei rapporti internazionali, anche con gravi infrazioni del protocollo diplomatico. Gli USA, come accennato, non intendono, stante le attuali circostanze, impegnarsi in un lungo conflitto in Medio Oriente dovendo per forza aumentare la loro presenza – e influenza – nell’immenso scacchiere indo-pacifico al fine di contenere l’espansionismo e l’aggressività della Repubblica Popolare Cinese. Probabilmente, l’aver deciso di attaccare l’Iran in un unico, poderoso raid aereo, 8 giorni dopo l’inizio delle operazioni israeliane – e non immediatamente dopo o in concomitanza – è un altro segnale politico inviato a Teheran riguardante la volontà di non procedere nell’escalation e di tornare al tavolo delle trattative.