Meloni-Rutte, la spesa militare e la corsa al 5% del Pil: per l’Italia servono 100 miliardi

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Difesa /

Come cambia il mondo: Mark Rutte viene a Roma e… batte cassa. Il segretario generale della Nato ha svestito, dopo la sua ascesa alla guida della Bruxelles atlantica, il ruolo di falco del rigore e dell’austerità che nei quattordici anni da capo del Governo olandese ha continuamente ricoperto e si è fatto fautore di un aumento della spesa. In questo caso, della spesa militare.

Assecondando i desiderata del presidente Usa Donald Trump, Rutte è pronto a chiedere al summit de L’Aja un aumento al 5% della spesa militare annua in rapporto al Pil. E oggi di questo parlerà, a Palazzo Chigi, con Giorgia Meloni, presidente del Consiglio di un Paese, l’Italia, che in passato a ogni cambio di Governo (ne sanno qualcosa, in particolare, Matteo Renzi, Giuseppe Conte e Mario Draghi) ha sgomitato per ottenere spazio fiscale di fronte al rigorismo olandese e ora dovrà mostrare a Rutte se e in che misura l’Italia sarà della partita. Roma si sta preparando: intende alzare la spesa militare, ma con gradualità. Quest’anno sarà raggiunto il target del 2% fissato dalla Nato nel summit gallese del 2014.

Il 5% è stato definito “irraggiungibile” dal ministro della Difesa Guido Crosetto in termini di spesa militare propriamente intesa, ma diverso è il caso se Rutte proporrà alla Nato l’ipotesi di scorporarlo: il 3,5% in forze operative, sistemi d’arma, procurement e il restante 1,5% in tutte quelle spese complementari che vanno dalla realizzazione e manutenzione delle infrastrutture abilitanti alla costruzione delle “capacità parallele”, come l’architettura informativa e cyber di tutela delle comunicazioni.

Su questo fronte Meloni dovrà convincere Rutte della strategia italiana, che mira secondo quanto riferito da fonti di Governo a raggiungere in dieci anni ulteriori il nuovo target del 3,5% per le forze armate, nella consapevolezza che i programmi di riarmo italiani sono già tesi al massimo: ampliamento della Marina Militare, nuovi programmi (carri Panther in primis) per l’Esercito, progetti avveniristici (Global Combat Air Program) per l’aeronautica e partecipazioni varie a programmi europei che vanno dall’Eurodrone al Samp/T italo-francese assorbono grandi quantità di risorse. Più interessante, forse, è la questione delle capacità parallele, dato che l’Italia a tal proposito ha diverse opzioni per alimentare quel piano che, a regime, potrebbe portare la spesa complessiva a 100 miliardi di euro annui.

Un dato fondamentale, ad esempio, è quello delle infrastrutture. L’Italia è un Paese dalla conformazione geografica complessa: tagliata a metà dagli Appennini, divisa da una faglia geografica Est-Ovest con criticità infrastrutturali e di comunicazione tra i due versanti della catena che biseca il Paese, proiettata nel Mediterraneo e titolare della sovranità su due isole dall’elevato valore strategico nel Grande Mare, la Sicilia e la Sardegna. Sarà interessante capire se e in che modo Meloni prospetterà a Rutte di indicare nel quadro delle spese militari anche il rafforzamento delle capacità di comunicazione interna al Paese. Roma sta operando progetti importanti per la mobilità militare, come confermano gli accordi del 2024 siglati tra Leonardo e Rete Ferroviaria Italiana, società del gruppo Ferrovie dello Stato.

Al contempo, esistono dei veri e propri “colli di bottiglia” da sciogliere: non sarà stato ignorato dai decisori strategici il fatto che il Paese abbia un vero e proprio gap infrastrutturale tra Bologna e Firenze, dove un solo guasto alla rete ferroviaria può mandare in tilt il Paese, così come potrebbe farlo un blocco strategico a uno dei principali snodi autostradali che vanno da Nord a Sud, come l’A1 – Autostrada del Sole nel medesimo tratto appenninico, l’A14 adriatica tra Bologna e la Romagna o l’A22 Modena-Brennero, vere e proprie giugulari del Paese su cui passano molti scambi commerciali critici e che in caso di scenario conflittuale sarebbero arterie fondamentali per il movimento dei mezzi militari.

Inoltre, Il Messaggero ha riportato che Roma avrebbe anche la tentazione di inserire nei fondi per la spesa militare Nato anche il progetto del Ponte sullo Stretto, che ridurrebbe l’insularità della Sicilia e potrebbe facilitare la mobilità militare. Insomma, Rutte potrebbe chiedere all’Italia di spendere di più in armi ma trovarsi di fronte una Roma che guarda più alle infrastrutture. E forse, visto il pieno possesso delle capacità operative del Paese su molti affari di procurement, è questo il campo più interessante.