Mafia, terrorismo e missioni internazionali. Parla il Comandante Alfa

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Il Comandante Alfa è una figura iconica della sicurezza nazionale e pubblica italiana. Membro fondatore del Gruppo di Intervento Speciale (Gis) dell’Arma dei Carabinieri, ha servito nella Benemerita per decenni combattendo in diverse missioni speciali ad alto rischio. Il 14 aprile sarà ospite al festival Darkside – Storie segrete d’Italia di cui InsideOver è media partner. Con lui dialoghiamo della sua storia operativa e umana.

Comandante, Lei ha vissuto nell’ombra per molti anni, servendo il Paese. Cosa l’ha spinta, anno dopo anno, a andare avanti?

“Molto hanno fatto le mie origini. Io sono nato a Castelvetrano, vicino Trapani, una terra difficile dove c’era una linea sottile che divide il bene dal male. Ciò che ho vissuto da giovanissimo mi ha forgiato nella volontà di combattere contro ogni ingiustizia”.

Una terra difficile, la Sicilia di allora. Che clima si respirava?

“Castelvetrano è il Paese di Matteo Messina Denaro, di una Mafia da sempre molto potente, tanto che già il padre del padrino arrestato di recente arrestato era un boss molto potente. Aggiungiamo a questo la presenza di politici corrotti e massoneria. Da ragazzino ho convissuto con un ambiente complesso, vissuto fianco a fianco con giovani che ostentavano di essere figli di mafiosi e si permettevano di fare qualsiasi cosa, vantando un senso d’impunità. Io, figlio di un semplice muratore, fui da piccolo molto colpito quando un mafioso venne a trovare mio padre, gli inveì contro, lo strattonò. Non so per che motivo avvenne, ma quella violenza mi colpì. Io volevo che mio padre reagisse, poi capii che stava semplicemente proteggendo la sua famiglia. Preferii sfidare i miei coetanei dimostrando che erano loro a non essere alla mia altezza.

Come lo fece?

“Le racconto un aneddoto. Da giovane, primi Anni Sessanta [Alfa è del 1951, ndr], sfidai i miei coetanei a una gara di coraggio. Un tuffo nel Belice, da un ponte ferroviario alto venti metri. Fui l’unico a saltare. Nessuno dei figli dei padroni del luogo ebbe il coraggio di seguirmi. Io risposi irridendoli. Loro se la presero e risposero maltrattando il mio cane, regalo del mio maestro di vita, mio nonno. Da lì mi scattò la scintilla. Capii che la mia missione di vita sarebbe stata quella di combattere i codardi, i vigliacchi, coloro che colpiscono alle spalle. Nacque il mio sogno di diventare carabinieri, che ho avuto la fortuna di realizzare”.

Lei si arruolò giovanissimo, nel 1969, e nel 1977 venne scelto tra i fondatori del GIS, operativo dall’anno dopo…

“Ho avuto la fortuna di realizzare un sogno professionale, passando per soddisfazioni, errori e soprattutto tanta, tanta gavetta che nei Carabinieri, fortunatamente, è sempre stata necessaria. Ho avuto modo di lavorare con persone brillanti e per quarant’anni di far parte di un reparto d’eccellenza con cui ho combattuto ogni genere di nemico: Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta, terrorismo interno ed internazionale”.

Come fu l’atmosfera alla nascita del GIS?

“Il GIS divenne operativo nel 1978, in piena emergenza terroristica e stragismo delle mafie. Erano tempi duri. Nel 1978 ci fu l’omicidio di Aldo Moro, pochi anni dopo il delitto Dalla Chiesa, imperversava la campagna dei sequestri. L’Arma mi permise di affrontare diverse sfide e avere una vita entusiasmante. Avevamo la sensazione di appartenere a un reparto d’eccellenza. Alla nascita del GIS eravamo in 36, ma solo in cinque non facemmo la selezione, scelti direttamente dal colonnello Romano Marchisio, comandante del Battaglione Carabinieri Paracadutisti “Tuscania” per far parte della nuova unità. Facevamo parte di una pattuglia acrobatica per far conoscere il Tuscania in Italia che svolgeva esibizioni in tutta Italia. Il colonnello ci conosceva bene, pregi e difetti, e ci scelse personalmente. Assieme a me fu scelto anche Enzo Fregosi, che nel 2003 sarebbe morto nel tragico attentato di Nassiriya”.

Ha servito per circa quarant’anni questo reparto d’eccellenza, dopo questa selezione…

“Sì, negli anni questo reparto si è strutturato ed è evoluto a partire dal battesimo operativo al supercarcere di Trani nel 1980. Siamo negli anni stati riconosciuti tra le forze speciali in ambito Nato a livello Tier-1, siamo stati incaricati dal Tribunale dell’Aja per arrestare criminali di guerra e terroristi a livello internazionale, abbiamo come unità costruito un’eccellenza operativa. Del resto, il nostro motto è sempre stato quello di colpire sparando il meno possibile. Discrezione, silenzio, indagini e velocità d’esecuzione: l’addestramento si basa su questi capisaldi. Rispetto all’ampiezza delle nostre missioni abbiamo fatto pochissimi conflitti a fuoco: del resto, prima che incursori siamo Carabinieri, al servizio della comunità”.

Come avete costruito la vostra cultura operativa?

“Abbiamo girato mezzo mondo per apprendere il meglio delle culture degli altri servizi di forze speciali, adattando poi tutto al nostro contesto operativo e alla nostra cultura. Certamente la forza da cui abbiamo tratto più ispirazione è la madre di tutte le forze speciali, lo Special Air Service (Sas) britannico operativo dagli Anni Quaranta. Abbiamo avuto con loro un confronto continuo. Ma in generale ci siamo confrontati con tantissime forze speciali nel mondo, dal GSC-9 della Bundespolizei tedesca al Geo, il gruppo operazioni speciali spagnolo. La forza del confronto ha aumentato la consapevolezza e le capacità nostre e dei reparti con cui abbiamo interagito”.

Lei ha servito anche all’estero. Come ricorda le missioni di addestramento nei Paesi oggetto di missioni internazionali?

“Ho addestrato in Bosnia, Iraq, Africa, posso dire di non essermi fatto mancare nulla. Posso ricordare che negli anni la percezione del nostro Paese è migliorato. Tutti, alleati compresi, inizialmente ci guardavano con diffidenza, ma abbiamo dimostrato che le cose le sappiamo fare e che le nostre forze armate sono efficienti, ben addestrate, professionali. Soprattutto, gli italiani hanno lasciato un buon ricordo pressoché in ogni contesto di guerra, dove assieme alla nostra presenza stavamo a contatto con le popolazioni locali, non usavamo violenza inutile, costruivamo ospedali, campi da calcio e altri servizi per la collettività”.

Negli ultimi anni, infine, lei è stato molto attivo nella cultura della sicurezza e nella sua promozione…

“Si. Ai giovani vorrei innanzitutto trasmettere ai giovani un senso di patriottismo che sembra stia scemando. Ma la questione più importante è il legame tra sicurezza e legalità. La legalità significa libertà. Ho arrestato molte persone che per le loro scelte di vita erano ridotte a vivere braccati, come fuggiaschi, in dei bunker. Ho voluto ricordare a tutti i giovani che incontro un fatto semplice: se ce l’ho fatta io, dopo un’infanzia difficile, ce la può fare chiunque. Per questo sono anche molto attento a dissuadere i giovani dalle dipendenze, da alcool e droga a quelle legate alle infiltrazioni criminali nella società. Bisogna rompere la cappa e ricordare ai giovani che sono talenti eccezionali e, educati in modo giusto, possono far migliorare la nazione. Presto, vicino Como, a Cusiano, aprirò una caserma in cui con regole da rispettare ma anche senso di comunità cercheremo di insegnare ai giovani la legalità e il senso civico. Arti marziali, primo soccorso, incontri con persone esperte: vogliamo rafforzare ogni settore che permetta ai giovani di credere in sé stessi e non mollare, inseguendo i propri sogni”.

Insomma, bisogna dare ai giovani punti di riferimento precisi?

“Sì, anche se io non vorrei mai assurgere a tale ruolo. Preferisco definirmi un incentivo per i ragazzi, e vedo che tanti giovani con cui ho interagito stanno facendo il concorso dell’Arma, mentre il Gis continua a farsi onore come fa da quarant’anni, impegnato ventiquattro ore su ventiquattro. Arricchire di valori questo Paese potrà aiutare a far continuare la sua storia. Del resto, il nostro motto dice che “Dal valore del singolo trae la forza il gruppo” ed è necessario che nel Gis, nell’Arma, ma in generale nel Paese si torni a pensare più in termini di “Noi” che in termini di “Io”. Da soli non si va da nessuna parte”.