L’US Navy studia i droni marini e le tattiche ucraine ma negli oceani servono ancora le navi

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I droni navali possono rappresentare una risorsa decisiva nei conflitti del futuro, ma la Marina degli Stati Uniti non può e non intende emulare le strategie di Kiev, che ha sviluppato e impiegato con successo questa nuova tecnologia, dimostrando di non avere più bisogno delle unità di superficie convenzionali che invece colano a picco dopo i raid del Gruppo 13, l’unità di commando che conduce in battaglia questi furtivi e sofisticati cacciatori di naviglio nemico.

Secondo il Pentagono e i vertici dell’US Navy la lezione impartita dalla Marina militare ucraina, che ha rivoluzionato le tattiche della guerra navale nel Mar Nero, riequilibrando le forze con il largo impiego di droni navali, tecnicamente Unmanned Surface Vessel o USV, senza lasciare quartiere alle navi da guerra e ai sottomarini della Flotta russa che è stata costretta a rintanarsi nelle basi navali della Crimea, senza garantirsi, tuttavia, una posizione sicura, è importante ma non può essere emulata. L’affondamento di gran parte della flotta russa del Mar Nero da parte dell’Ucraina è il “Caso alfa” per trovare nuovi modi di utilizzare i robot su terra, mare e aria, ha affermato nelle scorse settimane il responsabile della valutazione della Marina statunitense, contrammiraglio Doug Sasse; ciò nonostante, gli Stati Uniti non possono “semplicemente copiare i compiti dell’Ucraina” e applicare le tattiche che hanno attentamente analizzato (e non possiamo escludere supportato, ndr) alla vastità dell’Oceano Pacifico, al Mar Rosso o al Mar Arabico e allo Stretto di Hormuz, dove hanno imposto un blocco navale per minare gli interessi di Teheran e giocare lo stesso gioco nel blocco delle rotte commerciali che stanno stravolgendo l’economia globale.

Ovunque, anche dove le navi da guerra statunitensi si trovano o si troveranno a fronteggiare sciami di veicoli senza equipaggio, siano essi barchini esplosivi o droni suicidi analoghi a quelli impiegati dalla componente navale del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani, il “comando e il controllo” delle unità rimarrà un’attività umana, con una presenza in prima linea, anche sui fronti di mare sconfinati del Pacifico,che, secondo gli scenari che si prospettano, potrebbe riempirsi di “robot sottomarini” sviluppati dalla Repubblica Popolare Cinese e dalle altre potenze che incroceranno negli stessi mari. Come l’Australia, che di concerto con gli stessi Stati Uniti sta sviluppando le sue piattaforme sottomarine, come il Ghost Shark. Gli americani hanno già svelato progetti come il drone subacqueo Orca XLUUV, dove la sigla sta per Extra Large Unmanned Underwater Vehicle, e il Manta Ray, l’Unmanned Underwater Vehicle, o UUV.

Per ora la Marina statunitense ha acquisito il primo trimarano senza equipaggio Sea Hawk, un vettore da 145 tonnellate destinato a far parte del gruppo d’attacco della portaerei Uss Theodore Roosevelt nel Pacifico entro la fine dell’anno. Entro il 2030 il Sea Hawk verrà affiancato da un importante numero di piccoli battelli senza equipaggio più simili alle tipologie di droni navali schierati dagli ucraini – Magura, Sea Baby, Sea Wolf, Kratan – e da un analogo numero di droni aerei, secondo il commodoro del Surface Navy Development Group One dell’Us Navy, capitano Garrett Miller.

Tra il 2023 e il 2024 le unità speciali ucraine che hanno iniziato a impiegare droni navali, e combinano le capacità dell’intelligence (GUR e SBU) e della Marina (VMS/MBC), hanno affondato almeno otto navi da guerra della Marina russa con un numero estremamente ridotto ed economico di droni navali che, dati i successi registrati, sono stati potenziati nelle capacità, sviluppando versioni che hanno ottenuto vittorie contro obiettivi come elicotteri e aerei da combattimento posti a difesa delle basi navali dove avvenivano le incursioni, o di obiettivi di alto valore presi di mira dai commando ucraini, come ponti, infrastrutture critiche e sistemi radar costieri. Le tattiche ucraine si sono dimostrate “molto promettenti in un mare molto ristretto” che presenta coste circostanti ricoperte da fitte foreste, dove i “commando” possono condurre furtivamente i droni sull’obiettivo con l’ausilio dei satelliti che consentono al Gps di guidare il sistema verso l’obiettivo o di prendere la mira. Una forza simile può “lanciare un drone in acqua molto rapidamente, e non dovrebbe percorrere una distanza incredibile” per colpire il bersaglio, ha spiegato il contrammiraglio Sasse, ma questa strategia non può essere replicata negli spazi sconfinati dell’oceano più grande del mondo, il Pacifico. Lo scenario dove gli analisti di Washington immaginano un potenziale conflitto futuro con una potenza convenzionale e tecnologicamente avanzata.

Se si guarda a ciò che sta accadendo nel Pacifico, non ci sono alberi dietro cui nascondersi durante la traversata. Si rimane in superficie, magari sotto osservazione“, costantemente, e ciò dimostra come ogni scenario rivela delle criticità diverse, e dei sistemi d’arma più o meno utili, per quanto efficaci. In Medio Oriente quelli che vengono definiti su DefenseOne gli “implacabili attacchi dell’Iran con i droni d’attacco unidirezionali Shahed” e ora dei barchini esplosivi della Mosquito Fleet, molto simili a quelli impiegati dagli Houthi dello Yemen nel Mar Rosso, hanno dimostrato che i droni a basso costo possano “erodere il vantaggio” di una flotta militare che basi la sua forza sulle unità di superficie convenzionali, ma anche come le risorse di tali unità, e la presenza umana, possa essere altrettanto efficace nell’eliminare questo tipo di minacce.

L’Us Navy, che sta sviluppando un’ampia gamma di droni aerei, navali, sottomarini, ma ha anche elaborato una munizione circostante che imita in tutto e per tutto il drone Shahed-136, il Low-Cost Uncrewed Combat Attack System, anche noto come Lucas, intende “mantenere il proprio vantaggio” senza sostituire i sistemi convenzionali, ma concentrandosi sull’integrazione di un maggior numero di robot in una flotta più ampia con equipaggio umano, ha spiegato il contrammiraglio Sasse. Un’ambizione che segue la linea concettuale dell’Aeronautica con il programma CAA, o Collaborative Combat Aircraft secondo cui le piattaforme aeree di nuova generazione, come il caccia l’F-47, verrà supportato, ma non sostituito  dai Loyal Wingman drone.

Il contrammiraglio Derek Trinque, direttore della divisione di guerra di superficie dell’US Navy, ha dichiarato che i sistemi d’arma senza equipaggio che sono stati impiegati in Medio Oriente, ad esempio, possono certamente “ampliare la consapevolezza dello spazio di battaglia” e “garantire maggiore efficacia”, ma non vengono impiegati per “attaccare“, dato che la Marina degli Stati Uniti non ha carenza di armi per affondare le navi nemiche; a differenza di quella ucraina, che ha saputo farsi valere in una battaglia impari, adattandosi al conflitto e sviluppando risorse e capacità sorprendenti da prendere in esame per molti scenari, questo è certo, ma non da prendere necessariamente alla lettera come unico futuro della strategia navale, evidentemente.

Come riportano molti analisti ed esperti del settore tecnologico, l’ascesa delle armi condotte da remoto, robotizzate e in futuro completamente guidate in battaglia dall’IA, è irrefrenabile, e come ricorda Patrick Tucker su DefenseOne sta già “influenzando la progettazione navale e fornendo spunti per nuovi concetti” per le flotte del futuro. Ma a quanto pare la direzione delle prima potenza navale del globo, e la richiesta di nuove portaerei da parte della PLA Navy cinese, o addirittura di nuove fregate e addirittura di nuove corazzate della cosiddetta “classe Trump” da parte della Marina statunitense, procrastineranno la fine dell’era della navi da guerra convenzionali.