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Il protrarsi dell’“operazione speciale” in Ucraina voluta da Vladimir Putin e le crescenti tensioni fra Nato e Russia hanno nuovamente acceso i riflettori sulla possibilità dell’impiego di armi nucleari. In effetti lo spettro di un olocausto nucleare che tanto aveva marcato l’immaginario collettivo durante la Guerra fredda, nel mondo uni (o multi) polare a guida Usa sembrava essere stato relegato ai margini della storia. Se la minaccia di una guerra nucleare nel 2021 era assurta a lontana reminiscenza di un’epoca ormai passata, dal 24 febbraio 2022 è tornata come tema di cocente attualità. Un evento ospitato dall’Università degli Studi di Torino, che ha visto la collaborazione di esperti dell’Istituto di Affari Internazionali (Iai) e del Centro per il Disarmo e la Non-Proliferazione di Vienna (Vcndp) ci aiuta a far luce sulla questione, mettendo in evidenza quali sono i rischi concreti per l’Europa e per il mondo e quale sarà l’impatto della guerra in Ucraina sugli sforzi per la non proliferazione e il disarmo.

Uno scontro nucleare è possibile?

I principali media occidentali hanno assiduamente riportato le contrastanti dichiarazioni di Putin e dell’establishment russo sull’impiego di armi nucleari, dalle velate minacce del presidente che parla di “conseguenze mai sperimentate prima nella storia” in caso di interferenza diretta della Nato nell’ “operazione speciale” alle rassicurazioni di Lavrov circa l’intenzione della Russia di utilizzare esclusivamente armi convenzionali in Ucraina. A creare ulteriori preoccupazioni sono poi gli avvertimenti del direttore della CIA Burns e di numerose altre agenzie di intelligence occidentali su una possibile escalation nucleare. D’altro canto nei media russi, ben rappresentati dalla controversa figura del conduttore televisivo Vladimir Solovyov, la questione dell’impiego della bomba atomica sembra essere stata ormai ampiamente sdoganata. Gli esperti invitati negli studi di Rossya 1 e di altre grandi emittenti russe si trovano infatti a discutere infografiche che mostrano l’obliterazione delle principali capitali europee e tsunami che devasterebbero le coste del Regno Unito con sconcertante naturalezza. Al di là del battage mediatico, è però lecito domandarsi se la paura di un olocausto nucleare abbia un reale fondamento e quali saranno le conseguenze della guerra in Ucraina sugli accordi per la non-proliferazione e il disarmo.

Secondo il Professor Nikolai Sokov, già dipendente del ministero degli esteri dell’Unione Sovietica, partecipante ai negoziati per gli accordi Start I e II (Strategic Arms Reduction Treaty) e senior researcher presso il Vcndp e il James Martin Center for Nonproliferation Studies, la guerra in Ucraina desta non poche preoccupazioni sotto il profilo nucleare. In primo luogo, perché è la prima guerra che coinvolge direttamente una potenza nucleare, ed è per giunta combattuta vicino ai suoi confini. Un secondo elemento di preoccupazione scaturisce poi dai riferimenti, diretti o indiretti, di svariati decisori russi all’arsenale atomico della Federazione. Se la dottrina russa circa l’impiego di armi nucleari (aggiornata nel 2020) rimane fondamentalmente invariata dalla Guerra fredda, i frequenti riferimenti all’arma nucleare indicano una certa risolutezza da parte dei russi.

Quello della deterrenza nucleare, spiega infatti Sokov, è un meccanismo precipuamente psicologico: facendo riferimento all’impiego dell’arma atomica uno Stato non solo indica la propria determinazione nel perseguire il proprio interesse nazionale, ma passa anche “la palla” all’avversario. La scelta se agire o meno spetterà infatti al secondo attore, sapendo che se con le proprie azioni supererà una determinata soglia, cioè una linea rossa, scatenerà la reazione (nucleare) del primo attore. Questo meccanismo si esplica dunque attraverso la chiara definizione di linee rosse e regole vincolanti circa l’impiego dell’arma atomica, che ci riportano agli scenari tipici della Guerra fredda. Tradizionalmente la linea rossa per l’impiego di armi nucleari tracciata dalla Federazione Russa (e non solo) è quella di un attacco ai suoi territori o alle sue infrastrutture critiche. Questo significa che l’arma atomica può essere impiegata esclusivamente a scopo difensivo. Sin qui, nessuna differenza rispetto alle dinamiche denl Novecento. Quello che desta preoccupazioni è però che i riferimenti all’arsenale atomico di questi mesi avvengono in un contesto diverso, di un’azione offensiva da parte della Russia. In queste circostanze non esistono regole precise né linee rosse esplicite, il che crea incertezza e lascia un ampio margine di manovra a Putin. Più la guerra si protrae, maggiore è il rischio di superare (volutamente o meno) una linea rossa.

Questo significa che la Russia potrebbe utilizzare un’arma nucleare tattica (cioè con un potenziale esplosivo non superiore ad un kiloton)? Secondo Sokov si tratta di una possibilità piuttosto remota, in primo luogo, perché una simile arma non è mai stata utilizzata. In secondo luogo, perché un’escalation da parte Russa vedrebbe prima l’impiego di armi convenzionali dal maggior potenziale distruttivo e solo in un secondo tempo, eventualmente, il ricorso ad armi nucleari. E se si arrivasse comunque all’impiego di armi nucleari? Anche in questo caso l’escalation sarebbe graduale, e non partirebbe certo da testate “tattiche”. Il primo passo, sostiene Sokov, sarebbe quello di un test atomico sotterrano. Seguirebbe poi un test all’aria aperta, probabilmente nell’artico, e solo come terza istanza si vedrebbe l’impiego di una testata tattica contro un bersaglio reale.

Possibile, poco probabile, ma soprattutto evitabile

La buona notizia è che questo tipo di escalation non è irreversibile, ed esiste un vero e proprio arsenale diplomatico per arrestare un possibile scontro atomico fra superpotenze. In uno scenario di questo tipo la comunità internazionale non rimarrebbe spettatrice, ed interverrebbe diplomaticamente per rassicurare ambo le parti e avviare un processo di de-escalation. Scartata l’eventualità di un olocausto nucleare, gli elementi che destano maggiori preoccupazioni sono due: il potenziale distruttivo della guerra in Ucraina per gli accordi di non proliferazione e le intenzioni dei paesi Nato nei confronti della Russia.

Secondo Federica Dell’Arche, ricercatrice presso lo Iai e esperta di nonproliferazione e disarmo, i riferimenti all’arma atomica da parte delle autorità russe rischiano di incrinare i successi ottenuti sinora nel campo della nonproliferazione. Se la Russia dovesse vincere la guerra in Ucraina (anche) grazie alla minaccia dell’arma atomica, questo potrebbe spingere altre potenze revisioniste dell’ordine internazionale a denunciare gli accordi di nonproliferazione e a sviluppare nuove armi atomiche per poter avanzare i propri interessi senza timore di ritorsioni. Se al contrario la Russia uscisse pubblicamente sconfitta dall’Ucraina, questo decreterebbe l’inefficacia dei meccanismi di deterrenza nucleare nel mondo multipolare e potrebbe convincere numerosi paesi a rinunciare ai propri costosissimi arsenali nucleari. Quest’ultima ipotesi sembra però sfortunatamente poco plausibile: è infatti pressoché impossibile che il Cremlino dichiari pubblicamente la propria sconfitta, specie a fronte del costo altissimo che la guerra in Ucraina ha imposto ai russi in termini umani e di mezzi.

Paradossalmente ad oggi il rischio più alto è rappresentato dalle intenzioni dei paesi Nato. Non è infatti ancora chiaro, al di là dell’esito della guerra in Ucraina, quale sia la strategia dell’Occidente nei confronti della Russia. Le dichiarazioni degli scorsi giorni hanno chiarito che i paesi Nato non intendono concedere alla Russia alcuna vittoria, il che è comprensibile. Tuttavia, come ha sottolineato il presidente francese Macron questo lunedì, la pace non si può costruire umiliando la Russia. Le voci che si elevano dall’altra sponda dell’Atlantico evocando un cambio di regime sono in questo senso controproduttive e rischiose: proprio perché ci muoviamo oggi in un contesto di incertezza, mettere Putin e il Cremlino con le spalle al muro di fatto accresce le possibilità di un confronto nucleare. Se la deterrenza nucleare è un meccanismo soprattutto psicologico, è anche vero che proprio la paura di perdere o di essere umiliati può dare luogo a conseguenza irreversibili.

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