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L’acuirsi della crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe sicuramente risvolti economici molto impattanti su scala globale. L’isola fornisce la maggior parte dei semiconduttori destinati al mercato mondiale (54%) mentre la Cina è il Paese che praticamente detiene il monopolio delle Terre Rare, oltre a essere il più grande esportatore nel campo manufatturiero.

Abbiamo già avuto modo di vedere che l’Unione Europea, proprio per via della natura dei suoi legami economici e commerciali con Pechino, possiede una leva importante da poter azionare in caso che il Politburo decida di passare alle vie di fatto e porre fine all’autonomia di Taipei.

Il dipartimento della Difesa statunitense ha identificato quattro opzioni principali che ha la Cina per conquistare Taiwan: una grossa campagna di operazioni di guerra ibrida (cyber, informative e con altri metodi di coercizione), un blocco navale/aereo, una campagna di attacchi stand off (con aviazione e missili balistici o da crociera), infine l’invasione vera e propria. Ciascuna di queste possibilità richiede una differente combinazione di capacità da dispiegare in risposta da parte degli Stati Uniti ma anche dell’Europa.

La prima opzione riguarda tutte le possibilità date dal campo della Hybrid Warfare, o della “zona grigia” delle attività ostili al di sotto della soglia di un attacco armato. La Cina sta già operando in tal senso: le frequenti e quasi continue intrusioni di velivoli militari nella Adiz (Air Defense Identification Zone) di Taiwan rientrano in questo campo. Un altro scenario possibile di attività ostile ibrida è quello rappresentato da una flotta di pescherecci (o addirittura mercantili) che vada a interferire nelle linee di comunicazione marittime dell’isola: qualcosa di molto simile sta già avvenendo nel Mar Cinese Meridionale dove la flotta da pesca della Cina viene usata strumentalmente per ostacolare la navigazione dei vascelli degli altri Paesi rivieraschi. Un complesso e vasto attacco cyber potrebbe anche portare instabilità all’isola, col blocco di infrastrutture critiche, e se propagandato come di altra origine tramite una campagna di info war adeguata, potrebbe portare a rivolte interne, perfino a un colpo di Stato, fornendo così a Pechino il pretesto per intervenire manu militari.

L’attività di sostegno dell’Unione Europea in questo caso dovrebbe essere prevista in modo preventivo: attraverso accordi e scambi bilaterali a livello informale (per evitare la reazione cinese) i Paesi Ue possono fornire le conoscenze per fronteggiare possibili attacchi cyber e, pensando alle altre opzioni, potrebbero fornire addestramento e mezzi alla Guardia Costiera di Taipei. Questo richiederebbe una stretta collaborazione, in tempo di pace, nel campo dell’intelligence, per poter prevenire e ovviare a questa tipologia di attività nella “zona grigia”.

Un possibile blocco navale/aereo dell’isola è stato già postulato da Pechino (Joint Blockade Campaign) e, in considerazione del fatto che si tratterebbe di un atto di guerra se non effettuato sotto l’egida di un organismo sovranazionale come l’Onu, avrebbe la connotazione di una “quarantena doganale” che prevedrebbe, per le navi e gli aerei commerciali diretti verso Taiwan, l’obbligo di richiedere l’autorizzazione a Pechino per poter arrivare sull’isola. Qualcosa che richiederebbe prima l’espansione dell’Adiz cinese nello spazio aereo taiwanese e, allo stesso modo, della Zona di Esclusività Economica (Zee) marittima. Questa attività non si configurerebbe però come un blocco totale, che dovrebbe essere fatto rispettare con l’uso della armi in considerazione che gli Stati Uniti e gli alleati non sottostarebbero al diktat cinese, in quanto porterebbe inevitabilmente a un conflitto generale, ma potrebbe comunque essere messo in pratica come preludio all’invasione.

In questo caso l’Ue, di concerto con gli Stati Uniti, col Giappone e l’Australia, potrebbe organizzare un ponte aereo usando velivoli civili per rifornire Taiwan, sulla falsa riga di quanto accaduto per Berlino Ovest a cavallo tra il 1948 e 1949. Difficilmente la Cina abbatterebbe un velivolo civile di una nazione europea, per non provocare un’escalation istantanea, e l’Ue potrebbe anche accompagnare questa attività minacciando di elevare sanzioni internazionali boicottando un certo numero di prodotti cinesi di importazione. La difficoltà principale di questo sforzo è data dalla distanza e dalla necessità di appoggiarsi a nazioni alleate.

Forzare un blocco totale cinese, che come abbiamo già detto sarebbe di per sé un atto di guerra, richiederebbe uno sforzo più grande e una maggiore volontà politica, ottenibile con una coesione all’interno dell’Ue che si è vista raramente, ma che il conflitto in Ucraina ha dimostrato esserci. In questo caso i Paesi dell’Unione che possiedono le forze armate più equipaggiate per operazioni a distanza (Francia, Italia, Germania, Spagna) dovrebbero appoggiarsi al Regno Unito e agli Stati Uniti per schierare un dispositivo aeronavale nell’area, comprensivo di sistemi di difesa aerea adeguati. Qualcosa di difficilmente attuabile stante l’attuale livello di confronto con la Russia nello scacchiere europeo, ma non impossibile mettendo a sistema le capacità aeronavali e di velivoli da trasporto militare dei Paesi in oggetto.

Questo sforzo sarebbe paragonabile a quello degli altri due scenari successivi. Infatti in caso di inizio di una campagna di bombardamenti aerei cinesi su Taiwan, l’Ue potrebbe – sempre in caso di unanimità politica – partecipare al miglioramento delle difese aeree dell’isola. I bombardamenti, che sfrutterebbero principalmente i sistemi missilistici dell’esercito cinese, sarebbero di lunga durata e richiederebbero l’invio di sistemi di difesa adeguati sfruttando l’architettura di trasporto già menzionata. Nei Paesi Ue i sistemi missilistici presenti servono come deterrente verso la Russia, e nonostante siano di ottimo livello (dai Samp/T sino ai Patriot PAC 3) quindi adatti a un utilizzo in un ambiente altamente contestato, difficilmente ne verrebbero inviati in numero maggiore alle 2 o 3 batterie. Allo stesso modo, sebbene le forze aeree europee possano annoverare velivoli di quarta e quinta generazione in grado di fornire un’ottima piattaforma per contrastare l’attività cinese (dagli F-35 per la situational awareness sino ai velivoli Isr/Ecm), è irrealistico pensare che in questo particolare momento storico l’Ue possa inviarli in quel settore del globo.

Più fattibile l’invio di una o due unità navali dotate di adeguati sistemi missilistici (le fregate Fremm o i caccia tipo Orizzonte) che sarebbero accompagnate da un sottomarino nucleare da attacco della Marine Nationale di scorta (e come strumento di deterrenza). Possibile anche che l’UE si privi di sistemi terrestri per la Electronic Warfare e che metta a disposizione di Taiwan i suoi assetti satellitari per l’attività di intelligence. La mancanza di basi operative avanzate dei Paesi Ue nello scacchiere taiwanese (la più vicina è la Polinesia Francese), richiederebbe, oltre a un notevole sforzo logistico (velivoli da trasporto e aerocisterne), un appoggio in Paesi amici, come il Giappone, l’Australia e la Corea del Sud. Col rischio però di essere messi nel mirino dalla possibile ritorsione cinese qualora Pechino dovesse decidere di alzare l’asticella del conflitto.

Questo ci porta direttamente alla quarta e ultima possibilità, ovvero al trovarsi davanti alla necessità di rispondere all’invasione di Taiwan. Invasione le cui possibili modalità abbiamo già cercato di elencare e che è prevista dai piani di Pechino (Joint Island Landing Campaign). La risposta militare dell’Unione sarebbe molto simile a quella precedente stante la validità delle medesime considerazioni logistico/politiche. Anzi, in caso di conflitto aperto, l’invio di un contingente militare sarebbe forse molto più cautamente valutato da Bruxelles, e molto probabilmente i singoli Paesi dell’Ue agirebbero autonomamente, pertanto l’azione di contrasto collettiva dovrebbe essere preventiva, in modo da evitare l’invasione, con un dispiegamento di forze che funga da deterrente. Provando a ipotizzarla, in base a quanto detto sino qui, rispetto allo scenario precedente si vedrebbe forse la presenza aggiuntiva di un contingente di forze anfibie, facente capo a una portaerei (italiana o francese) e relativa scorta, che comunque dovrebbe poter appoggiarsi a un porto amico (ad esempio Yokosuka).

Difficilmente potrebbero essere rischierati cacciabombardieri nell’area: sia per le contingenze legate alle tensioni con la Russia, sia perché, in caso di conflitto aperto tra Cina e Taiwan, le basi avanzate necessarie per il loro impiego, anche solo per una no fly zone, sarebbero quasi sicuramente bersagliate dalle forze armate cinesi. Qualora si dovesse decidere di utilizzare basi australiane (o nell’arcipelago nipponico settentrionale) sarebbe necessario un complesso sistema di rifornimento in volo per effettuare le missioni (non è detto che Indonesia e Filippine concedano il passaggio nei loro spazi aerei), il cui lungo tempo di svolgimento aumenterebbe l’usura dei velivoli e metterebbe a dura prova gli equipaggi.

Queste considerazioni sono state fatte nella certezza che tutto l’apparto logistico statunitense sarebbe mobilitato in funzione del sostegno alle proprie forze, che sarebbero sicuramente impiegate per aiutare militarmente Taiwan, pertanto l’Ue dovrebbe “fare da sé”, o al massimo potersi appoggiare al Regno Unito. Bisogna poi considerare che l’intervento in un conflitto in quel settore del globo sottrarrebbe risorse non solo al teatro europeo, dove occorre avere capacità di deterrenza nei confronti della Russia, ma anche nel “Fronte Sud” (quello del Mediterraneo/Nord Africa) e del Medio Oriente, dove l’Ue ha importanti interessi.

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