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L’ultima offensiva di Hamas contro Israele non sta usando solamente i ben noti razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, sappiamo, da fonti israeliane, che sono stati impiegati anche piccoli droni “kamikaze”, dotati di carica bellica.

I rapporti sono al momento frammentari, ma le Idf (Israel Defense Forces) hanno mostrato un video di un piccolo drone “suicida” mentre viene abbattuto. Inoltre il comando delle Forze Armate di Tel Aviv ha dichiarato mercoledì di aver “colpito una squadra di terroristi che azionavano lanciatori di Uav (Unmanned Air Vehicle n.d.r.) esplosivi appartenenti all’organizzazione terroristica di Hamas nella Striscia di Gaza. La squadra è stata colpita mentre si preparava a lanciare l’Uav nel territorio israeliano”.

Israele ha anche fatto sapere nella stessa giornata che Iron Dome ha intercettato un Uav di Hamas che ha attraversato il territorio israeliano proveniente da Gaza. Il ministero della Difesa israeliano ha affermato che il sistema di difesa aerea ha nuove capacità, sviluppate e rese operative nel corso degli anni, che lo rendono efficace contro i droni.

Abbiamo già fatto notare alcune limitazioni di Iron Dome quando si trova a dover affrontare un attacco missilistico “di saturazione”, intendendo con questo termine uno scenario in cui deve rispondere a un elevato numero di bersagli in uno stretto arco temporale, e per quanto riguarda la sua capacità di eliminare in maniera efficace la minaccia rappresentata da piccoli Uav, ci riserviamo il diritto di trarre le debite conclusioni quando l’offensiva sarà terminata. Si tratta, come per la modalità di attacco “di saturazione”, di una novità per Hamas, e, ancora una volta non è casuale.

Perché Iron Dome può non bastare

Un sistema nato per intercettare missili e proiettili di mortaio, che volano seguendo una traiettoria balistica, potrebbe essere molto in difficoltà nell’intercettare bersagli come i droni, per via del loro profilo di volo molto più basso. Sembra infatti che questa sia una seconda limitazione di Iron Dome, come riportano alcuni esperti: il sistema, qualora un vettore dovesse volare su una traiettoria bassa, potrebbe fallire nell’intercettarlo.

Una minaccia di diverso tipo e più complessa da gestire per le difese israeliane, in quanto i droni possono muoversi lentamente e manovrare secondo il principio delle loitering munitions, o “munizioni vaganti”. Questi piccoli Uav armati di testata bellica vengono lanciati da una rotaia e possono essere trasportati su un camion o anche su una barca. Questo fattore, insieme alla possibilità di venire posizionati e lanciati in breve tempo, ne rende difficile la neutralizzazione prima che prendano il volo.

Lo sanno bene i russi e i sauditi, che si sono trovati a dover affrontare questo tipo di attacco da parte di attori molto diversi. Nel primo caso una serie di piccoli droni artigianali, lanciati verso la base russa in Siria di Hmeimim, erano stati abbattuti dai sistemi difensivi ivi dispiegati, che possono contare su sistemi da difesa di punto (Ciws – Close In Weapons System) che sono particolarmente efficaci contro bersagli di questo tipo; nel secondo caso i droni lanciati dai ribelli Houthi, hanno colpito i loro bersagli rappresentati da impianti petroliferi e basi aeree, causando, a volte, anche seri danni.

Del resto è una tattica di guerra asimmetrica pagante, se non altro per una questione di impegno delle forze avversarie: per far fronte a una minaccia di questo tipo il “nemico” è costretto a schierare assetti particolari con dispendio di uomini e mezzi. Una tattica che soprattutto è a basso costo, se paragonato a quello dell’impiego di un sistema come Iron Dome: ogni batteria del sistema difensivo costruito dalla Rafael costa circa 100 milioni di dollari e ogni missile intercettore ha un prezzo compreso tra i 40mila e gli 80mila. Il costo unitario di un piccolo drone, così come di un razzo Qassam (o Katyusha), è di un ordine di grandezza inferiore, anche di due se si tratta di droni artigianali.

Droni forniti dall’Iran

La domanda che ora ci facciamo è chi abbia fornito i droni “suicidi” ad Hamas, e la risposta si può trovare osservando un video diffuso dalla stessa organizzazione terroristica. Nel filmato comparso recentemente sul web si vedono operatori che caricano su una rampa di lancio un piccolo Uav, che viene chiamato “Shahab” (o “Shehab”), e che si ritiene essere il drone iraniano “Ababil 2”. Questo piccolo Uav “kamikaze”, come riferisce il sito Janes ha effettuato il suo primo volo nel 1997 ed stato rivelato pubblicamente nel 1999. Questo drone sembra essere lo stesso del filmato diffuso dalle Idf. Non è un mistero che l’Iran abbia fornito armi ad Hamas e ai suoi proxy nella regione rappresentati dalle milizie filosciite legate anche ad Hezbollah, ma è la prima volta che abbiamo la dimostrazione che, tra i vari armamenti, sono arrivati anche piccoli Uav.

Teheran, proprio per la sua dottrina strategica che punta molta sull’utilizzo di proxy nel quadro di un conflitto asimmetrico, ha sviluppato nel corso degli anni tutta una serie di Uav di varie dimensioni e capacità. La lista è lunga, ma vogliamo ricordare, oltre al già citato “Ababil 2”, le ultime creazioni rivelate dalle Irgc (i Pasdaran) che sono deputati alla gestione di questo particolare tipo di “guerriglia”.

Lo scorso ottobre l’agenzia Fars News ha mostrato 188 nuovi droni da combattimento iraniani costruiti per la forza navale della Guardie della Rivoluzione, in particolare si sono notate tre nuove classi di droni, denominate “Sepehr”, “Shahab 2” e “Hodhod 4”. In quell’occasione si è visto anche uno Uav tipo “Ababil 2” migliorato montato su un motoscafo veloce che, secondo la propaganda iraniana, avrebbe un’autonomia di 100 chilometri, potendo restare in volo da 75 a 120 minuti e raggiungere una quota massima di circa 3300 metri.

I droni di Hamas, così come quelli usati dagli Houthi, sono quindi di provenienza iraniana e dimostrano una volta di più come Teheran resti un attore importante, se pur dietro le quinte, dello scenario instabile mediorientale: la strategia è infatti quella di porsi come un fattore di instabilità, inserendosi nei vari conflitti più o meno dichiarati, per avere maggiore peso politico all’interno del mondo arabo e, possibilmente, cercando di usare la causa palestinese per spezzare l’intesa tra alcuni Paesi arabi e Israele data dagli storici Accordi di Abramo, che hanno contribuito a isolare ulteriormente l’Iran.

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