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Quello che da tempo si era prospettato sembra che stia prendendo forma: la Cina è in trattativa per aprire la sua prima base navale sull’oceano Atlantico. Il Wall Street Journal riferisce che secondo rapporti riservati dell’intelligence americana Pechino intende stabilire la sua prima presenza militare permanente nell’Atlantico in Guinea Equatoriale.

Il Paese è al 31esimo posto per prodotto interno lordo (Pil) nel continente africano, con un rapporto debito pubblico/Pil che è salito vertiginosamente durante il periodo pandemico passando dal 12,6% del 2014 sino al 41,1 del 2019.

La Cina è il principale creditore della Guinea Equatoriale, detenendo circa il 75% del debito pubblico estero che è pari all’11,1% del Pil

La Guinea Equatoriale conta circa 1,4 milioni di persone ed è situata in una posizione strategica nell’omonimo golfo africano. Politicamente è uno Stato a partito unico governato dal presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasongo, in carica da 42 anni. La sua economia è dominata quasi totalmente dall’estrazione di risorse minerarie, con le esportazioni di petrolio greggio che rappresentano il 90% delle entrate del governo.

La penetrazione cinese in Guinea Equatoriale

La Cina è il principale partner commerciale della Guinea Equatoriale, in quanto Pechino ha investito nel Paese da tempo e non solo nel quadro della Belt and Road Initiative (Bri), che è lo strumento principale di penetrazione cinese del continente all’interno del Focac (Forum on China-Africa Cooperation). L’Africa è il più grande destinatario dei fondi della Bri che ammontano attualmente a mille miliardi di dollari. Le 46 nazioni africane che vi hanno aderito rappresentano oltre 1 miliardo di persone e coprono circa il 20% della massa continentale della Terra.

Ci sono già circa 10mila imprese cinesi in Africa, che, secondo un rapporto del 2017, hanno generato un fatturato di 180 miliardi di dollari l’anno e potrebbero raggiungere i 250 miliardi di dollari già nel 2025. Queste opportunità commerciali hanno portato un milione di cittadini cinesi a fare del continente africano la loro sede permanente dal 2000. Di conseguenza la Cina ha in corso un progetto di radicazione del suo apparato militare e di sicurezza in Africa, e al momento è riuscita a farlo in gran parte senza provocare contraccolpi internazionali.

Si ipotizza che il sito preciso della futura base navale sarà Bata, la città più grande del Paese, il cui porto commerciale è stato modernizzato e ampliato dal 2008 al 2014 con finanziamenti cinesi. Un altro progetto infrastrutturale sovvenzionato da Pechino è stata la rete autostradale da Bata a Niefang, città situata nell’est del Paese. Complessivamente, i progetti hanno contribuito a gettare le basi per una maggiore penetrazione commerciale nell’Africa Centrale, in particolare nel Gabon e nella Repubblica del Congo.

Vi avevamo già raccontato di come la Cina stesse cercando di ottenere un’infrastruttura navale permanente sull’oceano Atlantico, e in questo senso, proprio per via dei legami intessuti con la stragrande maggioranza dei Paesi africani, si ipotizzava che una parte di essi avrebbe potuto ospitare un’installazione militare di questo tipo. Lo scorso maggio era stato il generale Stephen Townsend, a capo del Comando per l’Africa degli Stati Uniti (Africom), a lanciare l’allarme, affermando che ci fosse la possibilità di vedere una base navale cinese in Mauritania o Namibia, e contestualmente vi avevamo raccontato di come anche altri Paesi fossero nel mirino di Pechino.

Ora questi timori sembrano concretizzarsi nel piccolo Paese dell’Africa equatoriale che è situato in un punto strategico per le dinamiche globali, europee ma anche italiane. Nel Golfo di Guinea, infatti, l’Italia ha degli importanti interessi energetici rappresentati dai contratti di esplorazione e sfruttamento delle riserve di idrocarburi offshore e inshore presenti nell’area. Non è un segreto, infatti, che la strategia di sicurezza nazionale che vede il suo ambito geografico in quello spazio che si chiama Mediterraneo allargato, riguardi proprio anche il Golfo di Guinea.

Una nuova base per ampliare la proiezione di forza

Una base militare cinese in Guinea Equatoriale rappresenterebbe una chiara vittoria geopolitica per Pechino che potrebbe espandere di molto la portata del braccio della sua capacità di proiezione di forza, con un nuovo sito per il rifornimento e la riparazione del naviglio appartenente alla Plan (People’s Liberation Army Navy), la marina militare cinese.

Attualmente esiste solo una struttura di questo tipo, situata a Gibuti, un Paese che ospita una serie di basi straniere per via della sua posizione altamente strategica all’imbocco dello stretto di Bab el-Mandeb, comprese quelle di Giappone, Francia, Italia e Stati Uniti.

Da tempo si vocifera anche della possibilità di una seconda struttura militare, o quantomeno di uso duale, per il porto di Gwadar, in Pakistan, che funge da terminale nell’Oceano Indiano del corridoio economico Cina-Pakistan. Risulta infatti che a Gwadar siano già state costruite le infrastrutture iniziali per questo tipo di scalo e si attende di vedere le navi della Plan iniziare a effettuare tappe regolari. Altri tentativi di convertire strutture civili (quasi sempre costruite negli ultimi due decenni da società statali cinesi) in siti militari sono stati messi in atto negli Emirati Arabi Uniti, in Kenya, Seychelles, Tanzania e Angola.

La Cina sarà più presente militarmente

La presenza militare cinese diffusa in Africa sarà pertanto una certezza nel prossimo futuro: Pechino ha la necessità di garantire la sicurezza delle sue linee commerciali e di approvvigionamento energetico. Anche per questo la Cina ha fatto corrispondere all’espansione della sua rete di traffici la rimodulazione delle sue forze armate, che ora sono organizzate per essere più flessibili nel loro impiego anche all’estero.

Va fatto notare anche che, sempre nel quadro della sicurezza, Pechino ha in atto un’evoluzione delle Pmc e Pmsc, che molto probabilmente – una volta che verrà stabilito il necessario quadro giuridico di riferimento . assumeranno dapprima le caratteristiche “occidentali” e infine quelle “russe”, ovvero di strumento “privato” per le operazioni militari all’estero, che si affianca o sostituisce le forze armate vere e proprie.

La Guinea Equatoriale offre così alla Cina l’opportunità di stabilire una presenza militare permanente sull’Atlantico, un oceano “americano”. Indipendentemente dal fatto che Pechino costruisca o meno altre nuove installazioni militari a breve termine nel continente africano, il consolidamento di un’architettura di sicurezza panafricana di stampo cinese porterà senza dubbio al mutare degli equilibri in Africa con ripercussioni globali: Pechino avrebbe infatti una base avanzata per proiettare il suo potere direttamente verso il Nord America e l’Europa, dove peraltro è sempre più presente con esercitazioni navali congiunte insieme ad attori diversi (Egitto e Russia).

L’esperienza ha insegnato – come dimostrato nel 2015 quando la Cina ha iniziato seriamente a investire militarmente in Africa – che ulteriori manovre in tal senso potrebbero portare a un nuovo e più strutturato coinvolgimento cinese nello sviluppo politico ed economico dell’Africa. Qualunque cosa accada, la continua mancanza di attenzione degli Stati Uniti e dell’Europa nell’impegno economico con l’Africa rispetto alla Cina avrà un costo geopolitico crescente. Inoltre la postura cinese, che non prevede di “immischiarsi” in questioni interne – con ampie deroghe alla luce dei fatti – a differenza di quella occidentale, rischia di avvicinare ulteriormente i Paesi africani alla Cina e pertanto è necessario che si riveda la retorica diplomatica dell’Occidente, in particolare quella statunitense, che nella nuova B3W (Build Back a Better World) si prefigge esplicitamente – sulla carta – di preservare e sviluppare una cultura dei “diritti umani”, fattore che, nel caso specifico della Guinea Equatoriale, è sempre stato fonte di contrasto e quindi di allontanamento.

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