Anche senza la solennità formale di un discorso sullo Stato dell’Unione, l’intervento di Donald Trump al Congresso ha rappresentato un manifesto ideologico denso di accenti nazionalisti, marcato da un’incisiva critica alle politiche progressiste e da una netta riaffermazione della dottrina dell’“America First”.
Il discorso “elettorale” di Trump
Fin dalle prime parole, Trump ha tracciato una linea di divisione netta, definendo il suo predecessore come il peggior presidente della storia e accusando i Democratici di essere così avari nei riconoscimenti da negargli persino un applauso di circostanza. Nel rivendicare quelli che ha definito “straordinari successi” all’inizio del suo secondo mandato, ha persino accostato il proprio operato a quello di George Washington, il primo presidente degli Stati Uniti. Il presidente è entrato in aula con molto da dire. Il suo discorso ha battuto il record di lunghezza al Congresso nella storia recente, con poco meno di un’ora e 40 minuti. È stato anche uno dei più partigiani, con quasi nessuno dei consueti appelli all’unità.
Dall’aula, la reazione è stata quella di un Paese profondamente spaccato: i Repubblicani si sono alzati in piedi applaudendo, mentre i Democratici sono rimasti in silenzio, interrotto solo da proteste sporadiche. L’unico momento di consenso bipartisan si è verificato quando Trump ha annunciato che l’Ucraina intende riavviare i negoziati di pace. Trump ha anche calcato la mano sulle battaglie culturali, riaffermando la sua opposizione alle affermative actions, ai programmi per la diversità e ai diritti delle persone transgender. Più un comizio elettorale che a un intervento istituzionale.
In una scena senza precedenti e simbolo della politica sempre più conflittuale, il deputato democratico Al Green, del Texas, si è alzato gridando contro Trump e puntando il bastone verso di lui. Quando il Presidente della Camera, il repubblicano Mike Johnson, ha chiesto che si sedesse, Green si è rifiutato, costringendo alla sua rimozione dall’aula. Trump non ha cercato di stemperare il clima di tensione. Anzi, ha definito i Democratici una causa persa, dichiarando: “Non c’è assolutamente nulla che io possa dire per renderli felici“.
Per illustrare il suo punto, Trump ha utilizzato gli ospiti presenti nel palco della first lady, tra cui atlete, genitori di bambini assassinati da immigrati clandestini e una madre la cui figlia, secondo Trump, era stata “segretamente sottoposta a transizione sociale” a scuola. Alla senatrice Elissa Slotkin del Michigan che ha presentato la replica dei democratici, è stato assegnato uno dei compiti più ingrati della politica. È stata breve e concisa. Ha aperto accusando Trump (e, in modo mirato, Musk) di aver adottato un approccio “sconsiderato” e “caotico” alla riforma del governo federale. Denunciando i rimproveri dello Studio Ovale nei confronti di Zelensky, ha affermato che Ronald Reagan si starebbe “rigirando nella tomba”.
Le parole usate da Trump
Sebbene l’allocuzione abbia toccato tematiche di rilevanza interna, è sul fronte della politica estera che il Presidente ha delineato un indirizzo di forte discontinuità rispetto all’amministrazione precedente, suggerendo una postura più assertiva, transazionale e unilaterale negli equilibri geopolitici globali.
Ma poiché le parole sono importanti, diamo uno sguardo approfondito al linguaggio adottato, alle implicazioni semantiche e al substrato strategico che si cela dietro le dichiarazioni di martedì sera. Uno degli elementi più distintivi dell’oratoria trumpiana è l’uso mirato del linguaggio come strumento di polarizzazione. Le sue scelte lessicali, spesso taglienti e perentorie, sono orientate a consolidare un’identità antagonistica, volta a definire con nettezza sia gli “amici” sia i “nemici” della sua visione politica. “Azione implacabile”, “Sprechi incontrollati”, “Reciprocità commerciale”, “Nemici della libertà” sono state le espressioni cardine del suo primo discorso ufficiale al Congresso: l’’eloquio di Trump si conferma essenziale ma martellante, mirato a generare opposizioni nette e narrazioni manichee. Si tratta di un linguaggio studiato per rafforzare l’identificazione dei suoi sostenitori e catalizzare il dissenso verso i suoi avversari.
Trump ha dato voce alla crescente frustrazione degli americani per l’aumento del costo della vita, soffermandosi in particolare sull’impennata dei prezzi delle uova, ma attribuendo la responsabilità non all’epidemia di influenza aviaria, bensì a Joe Biden: “Joe Biden ha permesso che il prezzo delle uova andasse fuori controllo – e stiamo lavorando duramente per riportarlo giù”. Eppure, secondo la Segretaria all’Agricoltura Brooke Rollins, l’aumento dei prezzi è dovuto principalmente all’abbattimento di oltre 166 milioni di volatili per arginare la diffusione dell’influenza aviaria.
Non è mancata una sviolinata su Mr Doge: Trump ha riservato parole di grande apprezzamento per Elon Musk, incaricato dal Presidente di riformare la pubblica amministrazione federale. I Democratici, dal canto loro, hanno cercato di smontare in tempo reale alcune delle affermazioni di Trump gridando “falso” in aula. Musk, presente in galleria, si è alzato in piedi ricevendo un’ovazione dai Repubblicani, mentre i Democratici hanno esposto cartelli con la scritta “Musk ruba”.
La dura sterzata in politica estera
Il discorso del Presidente ha tracciato le linee guida di una politica estera improntata a una ridefinizione delle priorità strategiche, con un accento sulla sovranità economica, la deterrenza militare e la ridefinizione delle alleanze tradizionali. Il denominatore comune è un approccio meno diplomatico e più pragmatico, incentrato sulla tutela esclusiva degli interessi statunitensi.
Uno dei punti più incisivi dell’intervento è stato senza dubbio l’annuncio dell’introduzione della strategia dei dazi: il Presidente ha ribadito il suo sostegno ai dazi commerciali, nonostante i timori per un’escalation delle tensioni con i partner economici. “I dazi servono a rendere l’America di nuovo ricca e grande. Sta succedendo e succederà rapidamente. Ci sarà qualche piccolo scossone, ma va bene così”. Intanto, il Messico ha già annunciato tariffe di ritorsione, che il Presidente Claudia Sheinbaum ufficializzerà domenica. Anche il Primo Ministro canadese Justin Trudeau ha attaccato la politica protezionista di Trump, definendola “una decisione molto stupida”. Trump ha poi presentato un’idea controversa: una sorta di “green card di lusso”, che permetterebbe agli stranieri più facoltosi di ottenere una via preferenziale per la cittadinanza americana: “Consentiremo alle persone di maggior successo, in grado di creare lavoro, di acquistare un percorso per diventare cittadini americani. È come la green card, ma migliore e più sofisticata”. Non sono mancate, ovviamente, le bordate su Panama e Groenlandia, che terranno probabilmente banco per i prossimi quattro anni.
Nonostante la baruffa allo Studio Ovale con presidente ucraino, Trump ha concluso il suo discorso leggendo una lettera ricevuta proprio da Volodymyr Zelenskyy: “La lettera afferma che l’Ucraina è pronta a sedersi al tavolo dei negoziati il prima possibile per avvicinare la pace duratura. Nessuno vuole la pace più degli ucraini… Il mio team e io siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del Presidente Trump per ottenere una pace che duri. Apprezzo il fatto che abbia inviato questa lettera“, ha detto, senza specificare a quando il prossimo round con Zelensky mentre monta un’ambigua bromance con Vladimir Putin.