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Varata la terza corvetta made in Italy per il Qatar. Nei cantieri di Muggiano il 30 settembre è stato il giorno del Al Khor, terza imbarcazione della classe Al Zubarah costruita da Fincantieri e con consegna prevista per il 2022. Lunga più di cento metri e con una capacità di raggiungere 28 nodi di velocità queste corvette rappresentano uno dei programmi più importanti della Difesa qatariota. Non solo perché capaci di svolgere diversi compiti, ma anche perché confermano il desiderio di Doha di blindare le proprie acque nel mezzo di tensioni regionali sia con le altre petromonarchie che eventualmente con il vicino iraniano.

La compravendita di sistemi d’arma, navi e aerei non è però semplicemente una scelta dettata dall’offerta migliore dal punto di vista tecnologico. Fincantieri ha saputo strappare contratti di grande importanza in tutto il mondo come segno di una particolare capacità del colosso italiano di farsi apprezzare a diverse latitudini e in Paesi con esigenze molto diverse l’uno dall’altro. Il prodotto funziona e piace a tanti, dall’Asia all’America del Nord. Ma quello che risalta in questo tipo di accordi è anche la duplice capacità da un lato dell’industria di penetrare in nuovi mercati e dell’altra dello Stato a intessere una rete diplomatica in grado di prestare “aiuto” al campione nazionale.

In questo senso, l’accordo tra Fincantieri e la Marina qatariota, concluso da diversi anni, è un segnale che non va sottovalutato soprattutto se messo in parallelo con quanto accaduto di recente tra Francia e Grecia. Con Atene che ha scelto Naval Group (rinunciando anche all’offerta italiana) per armare la propria flotta di tre nuove fregate con opzione per la quarta. Il Mediterraneo allargato, infatti, è una regione in ebollizione e con un particolare risiko di blocchi, alleanze, accordi commerciali e rapporti che si intrecciano in maniera quasi inestricabile. Un dedalo di partnership in cui rientra anche la questione industriale e la possibilità di ottenere commesse miliardarie e per cui l’Italia fa una politica molto diversa rispetto a quella dei “cugini d’Oltralpe”.

Roma ha sempre scelto una politica meno assertiva nei confronti della Turchia, del Qatar e di tutti i Paesi della regione. Il fatto che Roma non sia entrata in modo così netto nel blocco anti-turco composto da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Francia, Grecia e Cipro – pur mostrando sempre vicinanza ai diritti di Atene e a quelli di Nicosia – è tata una scelta che indica la volontà italiana di evitare prese di posizione. Stessa linea seguita anche da Germania e Spagna. E questo ha inevitabilmente un impatto nelle scelta dei potenziali clienti. Doha, che insieme ad Ankara ha costruito una rete diplomatica e di intelligence in varie aree che si sovrappongono agli interessi italiani, e che investe anche economicamente in Italia, ha certamente avuto più facilità nel mostrare apprezzamento verso le decisioni politiche italiane. E se questo si nota nella convivenza (a tratti forzata) in Tripolitania, la partnership è simboleggiata anche dagli accordi commerciali e in chiave militare come appunto quello per le corvette Al Zubarah.

Rimettendo insieme le tessere di questo complesso mosaico diplomatico del Mediterraneo allargato, si può così comprendere meglio anche una certa dinamica politico-industriale dell’Italia e della Francia. Una questione che non riguarda solo i rapporti con il Qatar, ma anche con gli Emirati. Basti pensare al fatto che con gli emiri, l’Italia ha avuto recenti frizioni manifestate nello stop all’utilizzo della base di Al Minah, pur avendo accordi anche sul fronte navale un accordo per corvette simili a quelle qatariote, la classe Abu Dhabi. E via via si allarga a tutti i Paesi del “grande gioco” del Levante. Gli accordi commerciali sono la spia più indicativa delle intese politiche e strategiche. E se l’Italia non può rinunciare a trattare con i turchi, con i qatarioti e con tutti i Paesi della regione, la Francia, al contrario, sembra orientata su posizioni più assertive e in grado di tracciare linee nette.

La prova è arrivata dal fronte greco. Quell’accordo strappato da Emmanuel Macron non è solo il frutto di una “compensazione” benedetta dagli Stati Uniti per lo sgarbo di Aukus, ma è soprattutto il simbolo di uno schema diplomatico ormai consolidato. Parigi, Atene, Nicosia e Abu Dhabi formano un loro sistema in cui rientra anche il Cairo. Ed anche per questo l’accordo per le Fremm all’Egitto ha un valore estremamente elevato: avere ottenuto la commessa al posto dei francesi è un tema che ancora tocca nel vivo le alte sfere sulle rive della Senna.

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