L’Italia invia la sua prima nave nello Stretto di Hormuz. La fregata Federico Martinengo ha lasciato le acque di Aden dove operava nel contesto dell’operazione antipirateria Atalanta per fare rotta verso le porte del Golfo Persico, dove sarà coinvolta nell’operazione Agenor, la componente militare della missione europea Emasoh. La nave sostituirà la fregata francese Languedoc, da quattro mesi impegnata nelle acque tra il Mare Arabico e il Golfo per la missione di controllo delle rotte energetiche e commerciali. E, come hanno tenuto a sottolineare anche i canali social della missione europea, “questa è la prima volta che l’Italia si unisce a Emaosh a livello militare, parallelamente al percorso politico”.

L’Italia torna così ufficialmente nei mari che dividono l’Iran dalla Penisola arabica in una missione che ha diversi risvolti politici prima ancora che strategici. L’operazione Agenor, infatti, è nata con l’intento di mostrare le capacità europee di coordinare una missione navale non solo in un contesto di antipirateria, ma anche in uno più delicato come quello del choke point di Hormuz. Un’area particolarmente critica, in cui le tensioni sono aumentate anche a causa dell’escalation di attacchi di matrice più o meno oscura condotti contro navi mercantili. E proprio queste tensioni, unite al desiderio degli Stati Uniti di presidiare l’area, hanno portato a un aumento dell’interesse da parte dei diversi attori europei per convergere nella zona.

Emasoh, che è il sistema europeo voluto dalla Francia come simbolo della proiezione continentale (e “parigina”) nella regione, serve quindi a un duplice scopo. Da un lato controllare la sicurezza della libertà di navigazione nel caso di attacchi che possano coinvolgere imbarcazioni mercantili o comunque civili anche di Paesi terzi. Ma dall’altro lato, anche come elemento di monitoraggio delle eventuali tensioni che possono insorgere, come accaduto più volte in questi anni, tra la Repubblica islamica dell’Iran e i Paesi dell’altra parte del Golfo Persico fino a Israele.

Uno scenario in cui l’Italia è stata già presente nel corso degli anni, ma che per quanto riguarda questa particolare missione sembrava dovesse rimanere un impegno puramente politico. Il governo giallorosso presieduto da Giuseppe Conte aveva infatti dato il via libera al sostegno alla missione ma sembrava tentennare di fronte a un impegno militare. Idea che invece è stata sostenuta già dall’allora ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, il quale avendo mantenuto il ruolo anche con Mario Draghi ha potuto dare continuità al suo impegno nell’inserire l’Italia nello schema multinazionale ideato a livello europeo ma senza l’egida dell’Unione europea. Una campagna che doveva andare in parallelo all’Operazione Sentinella immaginata dagli Stati Uniti ma da cui molti Stati europei si sono svincolati in quanto ritenevano eccessivamente parziale l’impegno americano in chiave anti-iraniana. Sganciarsi da un’operazione molto più orientata verso la pressione a Teheran e il sostegno agli alleati mediorientali serviva (e serve) all’Europa per dimostrarsi attenta al collo di bottiglia di Hormuz e agli interessi Usa ma senza rimanere intrappolata nel rigido confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele.

Per l’Italia la missione serve soprattutto in chiave di reinserimento nel contesto del Golfo Persico. Anche se per molti critici restano i dubbi sulla regia più o meno diretta di Parigi. Tra Iran e Penisola arabica, anche a causa della perdita dell’utilizzo della base di Al Minhad, le forze di Roma appaiono sempre meno presenti. E il ritorno nello Stretto, lì dove all’attuale capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe Cavo Dragone, venne affibbiato il soprannome di “duca di Hormuz”, potrebbe essere un segnale di rinnovato interesse per una regione che rappresenta l’ultimo lembo di quel Mediterraneo allargato che oramai – come ripetuto da diverse parti – è il vero palcoscenico in cui agisce il Paese. E in cui agiscono anche molte altre potenze rivali.