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La notizia è di quelle che potrebbero modificare (e non poco) il quadro strategico italiano. Stando a quanto scritto da Gianluca di Feo su Repubblica, infatti, la Marina Militare italiana ha inserito tra i suoi obiettivi quello di imbarcare i missili da crociera superando quindi il limite attualmente invalicabile dei missili Otomat. Un’indiscrezione fatta da trapelare dalla rivista specializzata Rid, che in un’intervista all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato Maggiore della Marina, ha illustrato i prossimi “appuntamenti” strategici della forza navale italiana. A cominciare appunto dalla possibilità di imbarcare missili cruise in grado di incidere non solo sulle capacità di difesa delle forze armate italiane, ma anche nella proiezione di forza, andando a superare i limiti imposti dall’attuale arsenale a disposizione.

Per l’Italia si tratterebbe di un notevole cambio di passo. Le sfide che coinvolgono il Mediterraneo impongono un continuo aggiornamento dei mezzi a disposizione e anche una notevole capacità di adattamento rispetto alle altre potenze coinvolte nello scacchiere del Mare Nostrum. La capacità di proiezione di forza in quello che ormai è considerato il teatro di riferimento del Paese, il cosiddetto Mediterraneo “allargato”, necessita di una potenza militare adeguata allo scopo. Ed è chiaro che l’aggiornamento degli arsenali e delle unità a disposizione del Paese, oltre a una maggiore capacità bellica, sono anche il segnale di un rinnovato interesse per imporre l’agenda italiana nel mare che circonda il Belpaese. Questa proiezione di potenza, infatti, non si limiterebbe soltanto al bacino marittimo più ristretto, ma a tutte le regioni che lo circondano e che potrebbero in futuro essere un obiettivo di un’unità italiana, uno su tutti il Sahel.

Le sfide in questo momento non sono in ogni caso poche. Ed è chiaro che il generale riarmo dei Paesi rivieraschi non può essere messo in secondo piano anche nelle scelte di uno Stato come l’Italia che spesso tace sul fronte della Difesa. Da una parte c’è una forte assertività manifestata dagli attori esterni all’Unione europea, e che sono diventati sempre più influenti e dinamici nel Mediterraneo anche in contesti molto vicini agli interessi di Roma se non perfettamente sovrapposti. La Turchia ha assunto da tempo una strategia fortemente proiettata verso il mare e ha continuato a insistere su questa traiettoria anche nelle ultime settimane: emblematico il caso dell’ultimo episodio di tensione con la Grecia per le “interferenze” di una fregata di Ankara contro la nave Nautical Geo che mappava i fondali per il progetto del gasdotto EastMed. Ma non va dimenticato anche il ruolo del Paese guidato da Recep Tayyip Erdogan in Libia, con un continuo traffico aereo (ma anche spesso navale) per blindare la presenza turca in Tripolitania.

Alle tensioni che coinvolgono la Turchia, si aggiungono le manifestazioni di riarmo e di interesse verso il mare da parte dell’Algeria (la cui forza sottomarina è diventata sempre più valida) e dell’Egitto. Quest’ultimo, tra le altre cose, ha da poco inaugurato una grande base navale non lontano dal confine con la Cirenaica mostrano anche un’ottima sinergia con gli Emirati Arabi Uniti. Mentre per quanto riguarda i Paesi dell’Ue, alla modernizzazione dell’arsenale francese va sicuramente aggiunta la scelta della Grecia di ampliare radicalmente la propria forza navale e aerea anche in chiave anti-turca.

Infine, non va dimenticato il ruolo della Russia, ricordato, proprio come spiega Repubblica, dall’ammiraglio Cavo Dragone, il quale alla rivista Rid ha parlato di “fortezze elettroniche” di Mosca e dell’utilità dei missili cruise anche nell’ottica di contrapposizione a queste bolle difensive del Cremlino nelle acque del Mediterraneo orientale. Uno scenario che fa riflettere specialmente se messo in parallelo con la contemporanea presenza di Russia e Turchia in Libia. E che non può non essere correlato alla scelta strategica di Washington che, in questi ultimi tempi, appare sempre meno interessata a un coinvolgimento attivo nelle operazioni belliche nel Mediterraneo pur non abbandonando mai il quadrante marittimo tra Africa, Europa e Asia. E anzi, proprio questa nuova strategia Usa potrebbe essere una chiave di lettura per comprendere il futuro dei programmi aeronautici e navali anche italiani.

In attesa di ulteriori riscontri, anche politici, l’eventualità di una Marina dotata di missili da crociera impone una riflessione sul ruolo strategico italiano. Anche perché questa informazione arriva poco dopo la svolta impressa dall’Aeronautica di armare i suoi droni. Due novità che ampliano (o amplierebbero) la capacità di proiezione di forza dell’Italia che, a questo punto, verrebbe completamente rivist. Tutto però dipenderà dagli Stati Uniti, detentori fino a questo momento del potere di concessione di queste tecnologie e degli accordi tra alleati. Se la scelta di Washington, almeno in questa fase, è quella di rafforzare partner locali per evitare di dover blindare a proprie spese diversi settori del mondo – il caso Aukus è un segnale molto chiaro – potrebbe in effetti essere plausibile che questa volta da Oltreoceano siano l’approvazione per un rinnovamento generale dell’arsenale italiano. Soprattutto se per armare le unità di Roma si punterà sui Tomahawk americani in alternativa a progetti europei.