L’Italia può giocare una partita a tutto campo nel contesto della corsa al rafforzamento della Difesa europea e dei mutati equilibri geopolitici dell’Occidente.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni al summit di Londra di ieri ha chiesto un rafforzamento dell’unità transatlantica rubricando a incidente di percorso lo scontro tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump e facendosi portavoce, assieme al collega polacco Donald Tusk, di un vertice tra Europa e Stati Uniti per superare le differenze e trovare percorsi comuni sulla sicurezza. Giovedì, a Bruxelles, nel Consiglio Europeo straordinario su sicurezza e Ucraina Meloni vedrà discusse diverse proposte italiane, tra cui la spinta a scorporare dal computo del Patto di Stabilità le spese per la Difesa.
Meloni atlantista a Londra e europeista a Bruxelles
Le condizioni sembrano essere mature perché Meloni possa muoversi da pontiere tra Europa e Stati Uniti, in un percorso che presenta importanti opportunità e non poche incertezze. Al centro della discussione deve restare sempre il nodo delle capacità effettive delle forze armate nazionali e del loro eventuale contributo a scenari di crisi.
A Londra, Meloni ha agito da leader atlantista riaffermato una linea già cara a Mario Draghi: nessuna Difesa europea senza asse con gli Usa. Ovvero: non spezzare l’unità transatlantica, mettere la strategia davanti alle scelte tattiche per definire eventuali coinvolgimenti futuri nella deterrenza anti-russa per l’Ucraina, affidarsi alla protezione americana in campi come la deterrenza nucleare. Su questo fronte, la premier è più vicina a figure come Tusk o il primo ministro britannico Keir Starmer rispetto a chi, come il presidente francese Emmanuel Macron, immagina un disaccoppiamento più sistemico.

A Bruxelles, giovedì, Meloni avrà invece tutto l’interesse ad apparire…europeista! Se è vero che l’Unione Europea è pronta a prendere in considerazione politiche di finanziamento comuni per il rilancio della produzione europea di armamenti e la messa in comune dei programmi e degli acquisti militari, l’Italia sarebbe avvantaggiata dalla possibile demolizione delle logiche di austerità che ciò comporterebbe.
Come l’Italia può giocare la sua partita
Sul piano dei programmi comuni, inoltre, “l’attenzione sarà rivolta alle aree di interesse strategico europeo come lo sviluppo di una difesa aerea integrata europea, della capacità di attacco profondo e di precisione, di droni e velivoli senza pilota, di missili e munizioni e, naturalmente, dell’uso militare dell’intelligenza artificiale”, ha affermato di recente la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, elencando come necessità europee campi in cui l’Italia può giocare un ruolo di punta con la sua industria.
L’obiettivo dell’Italia, sostanzialmente, può essere realisticamente triplice: in primo luogo, spingere per il rafforzamento della gamba europea della Nato difendendo, fino a prova contraria, il commitment americano all’Alleanza Atlantica di fronte agli europei e la responsabilità comunitaria per Washington; far inserire la propria industria della Difesa nei grandi programmi in cui i maggiori player (Leonardo e Fincantieri) possono essere interessati, mantenendo quel ruolo peculiare di perno tra programmi continentali e atlantici; soprattutto, inserire il piano del rafforzamento delle forze armate favorito da possibili boost europei in un’agenda razionalmente strategica.
Un’agenda strategica per essere pontieri
Quest’ultimo fronte appare sicuramente il più critico. L’Italia sta giocando una partita da pendolo ma in entrambi i teatri non può chiaramente, da sola, condizionare l’intero scacchiere. Ma sicuramente può muoversi per sensibilizzare tanto l’Ue quanto gli Usa di molti teatri indubbiamente strategici. Ad esempio: è proprio sicuro che l’interesse del riarmo europeo debba essere la deterrenza contro future potenziali aggressioni russe? O forse andrebbe piuttosto guardato al fianco Sud, dal Mediterraneo all’Africa, alle minacce ibride, al rischio di un collasso securitario di aree come i Balcani?

L’Italia può far sentire la sua voce in sinergia con altri attori dal valore strategico elevato (pensiamo alla Turchia) perché l’Europa temendo l’abbandono dagli Usa adotti una strategia a tutti gli effetti americana come la deterrenza totale antirussa e l’America trascurando il Vecchio Continente finiscano per sottovalutare aree calde dall’alto peso geostrategico ed economico. Con visione politica e una giusta dose di opportunismo, il ruolo da pontieri è realizzabile. A patto di sapere fino in fondo a cosa Roma intenda puntare.

