Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY
Difesa /

Con questo articolo apriamo un dibattito a più voci e con orientamenti diversi sulle recenti affermazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ricordiamo nelle righe successive. L’Italia sarebbe pronta a combattere? Ma soprattutto: gli italiani sarebbero pronti a combattere se attaccati? E se no, perché? Il prim0 intervento è di Paolo Mauri.

“Non siamo pronti né ad un attacco russo né ad un attacco di un’altra nazione, lo dico da più tempo. Penso che abbiamo il compito di mettere questo Paese nella condizione di difendersi se qualche pazzo decidesse di attaccarci: non dico Putin, dico chiunque. Non siamo pronti perché non abbiamo investito più in Difesa negli ultimi vent’anni e quindi i vent’anni non si recuperano in un anno o in due anni”. Queste sono state le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto a margine dell’incontro sul tour mondiale di Nave Vespucci tenutosi a Roma il 15 settembre.

Il ministro Crosetto è tornato a ribadire un concetto espresso più volte durante il suo dicastero, e ha perfettamente ragione: chi scrive lo sostiene da molto tempo, anche da prima che scoppiasse la guerra in Ucraina. Il nostro Paese ha vissuto decenni di disarmo e di tagli al bilancio della Difesa post Guerra Fredda, secondo la sciagurata equazione “sparita la minaccia = non serve spendere soldi”. Il contrasto al terrorismo globale, e le operazioni asimmetriche in Afghanistan e Iraq, hanno poi fatto il resto spostando le poche risorse su unità e sistemi “leggeri”, adatti a combattere quel tipo di guerra.

Per troppi anni in Europa, complice anche una nuova era di globalizzazione che, secondo qualcuno, avrebbe portato benessere diffuso secondo un modello capitalista occidentale (la “fine della storia”), ci siamo cullati nella convinzione che le uniche armi da affilare fossero l’economia e il commercio. Sbagliavamo. E di grosso.

L’invasione russa in Ucraina, più che uno shock culturale collettivo, è stata una sveglia che ha destato solo la politica europea, troppo spesso scollata dalla realtà nella convinzione che l’approccio mercantilista abbia una primazia diplomatica rispetto a ogni altra forma di trattativa o coercizione. Forti di decenni di politica estera basata sulla “forza del diritto”, ci siamo scordati, tutti, che il “diritto della forza” esiste ancora perché esistono Paesi – anche molto lontani da noi – che continuano a utilizzarlo per ottenere i propri scopi strategici. Il benessere diffuso, accumulato proprio in forza del commercio, dell’economia, e del diritto internazionale, ci ha reso miopi, e ancora peggio, imbelli.

La questione sollevata dal ministro della Difesa è fondamentale: lo abbiamo scritto tante volte che avere Forze Armate di livello, con sistemi all’avanguardia, significa stipulare un’assicurazione sulla vita del sistema Paese. La deterrenza armata è tornata a essere l’unico linguaggio diplomatico efficace in un sistema globale che non è “impazzito”, come piace dire ad alcuni, ma è solamente tornato prepotentemente a bussare alle nostre porte.

È difficile spiegare questo concetto a un giovane di 20 o 30 anni: quando vigeva l’impalcatura diplomatica della Guerra Fredda, essi non erano ancora nati, e spesso e volentieri oggi nelle scuole di ogni ordine e grado certi concetti prettamente militari, o afferenti al mondo delle relazioni internazionali, non vengono affrontati in modo approfondito. Eppure oggi molte delle dinamiche di quel periodo storico che comunque ha permesso all’Europa e al mondo “occidentale” di prosperare, si sono ripresentate.

Ecco perché serve il riarmo. Ecco perché serve una coscienza, una cultura della Difesa.

Il ministro Crosetto ha giustamente puntato il dito sulla nostra impreparazione, per i motivi sistemici che hanno afflitto il nostro strumento Difesa già espressi (ricordiamoli una volta di più: tagli al bilancio, smantellamento dei reparti, conflitti asimmetrici unica minaccia), ma purtroppo non ha considerato un problema strutturale molto più preoccupante e che potrebbe richiedere molto più tempo per essere risolto: agli italiani manca, oltre alla percezione della minaccia, la mentalità della difesa della Patria e dei suoi interessi.

I sondaggi che negli ultimi anni hanno chiesto, in Italia e altrove, la propensione dei cittadini a mobilitarsi in armi per difendere il proprio Paese sono, più che sconfortanti, allarmanti: secondo dati CENSIS diffusi a luglio 2025, solo il 16% degli italiani tra i 18 e i 45 anni (ovvero quelli passibili di chiamata alle armi in caso di guerra) si dichiara pronto a combattere (tra gli uomini la percentuale sale al 21% e tra le donne scende al 12%). Il 39% invece protesterebbe, in quanto pacifista. Il 26% preferirebbe appaltare le operazioni militari e la difesa del territorio a soldati di professione e a contingenti di mercenari stranieri, da reclutare e stipendiare. Il 19% diserterebbe.

Non che altrove in Europa occidentale vada molto meglio: solo il 33% dei britannici risponderebbe alla chiamata in caso di guerra, insieme al 23% dei tedeschi e al 20% degli austriaci. I russi sarebbero disposti a partire in armi per il 33% mentre gli ucraini per il 62% (sondaggio Gallup 2024).

Gli italiani quindi sono talmente impreparati mentalmente a sostenere un conflitto al punto che molti di essi preferirebbero disertare, o appaltare la difesa della Patria a dei mercenari. Quest’ultimo dato è interessante: molto spesso si sente affermare dal cittadino medio che ci sarebbe “la NATO a difenderci”, come se fosse un ente astratto, lontano dal nostro spazio nazionale, senza sapere i meccanismi che regolano l’Alleanza Atlantica o senza sapere che nella NATO ci siamo anche noi e che ne siamo tra i più grandi contributori. Follia? Ingenuità? Malafede? Probabilmente è proprio ignoranza nel senso letterale del termine: l’italiano medio non sa. Non conosce cosa succede al di fuori dei propri confini. Non sa – alcuni non vogliono sapere – che un caccia di ultima generazione, una fregata, un carro armato, servono ad avere uno strumento militare in grado di esprimere quella deterrenza che permette all’Italia e agli enti internazionali di cui fa parte di evitare un conflitto armato.

Nessuna guerra è mai cominciata perché c’è stata una corsa agli armamenti: le guerre sono cominciate perché qualcuno ha pensato di attaccare un altro Paese ritenendolo debole dal punto di vista militare.

Al nostro Paese manca una diffusa cultura della Difesa al punto che ci si scandalizza perché abbiamo un PIL destinato alla cultura tra i più bassi d’Europa e non perché anche quello per la Difesa è quasi nella stessa condizione: quale sarebbe il senso di avere più ospedali, musei, istituti di ricerca se esiste la possibilità che vengano spazzati via o peggio occupati da qualcun altro che li utilizzerebbe per proprio tornaconto? Quando si capirà che il nostro benessere quotidiano, fatto di automobili, smartphone, servizi, dipende strettamente dalla capacità del nostro Paese di rispondere a un’azione coercitiva di tipo militare in qualsiasi punto del globo, data la nostra stretta dipendenza dai traffici commerciali (marittimi per la maggior parte)? Proprio questa diffusa ignoranza, insieme al falso mito del mercantilismo come panacea di ogni dissidio diplomatico, ha portato gli italiani a perdere cognizione della difesa degli interessi nazionali, e con essi il desiderio di indossare la divisa, che viene purtroppo vista ancora oggi come un semplice “posto fisso” per potersi sistemare per la vita.

Ancora il ministro Crosetto recentemente ha riferito che alle nostre Forze Armate servirebbero 40mila unità in più rispetto ai 160mila effettivi (più 100mila Carabinieri) attualmente in servizio. Siamo d’accordo con lui. Ma dove intendiamo reclutarli stante questa situazione culturale? Non servono solo caccia, carri armati, droni e fregate: serve personale; e in questo momento storico così cruciale per il destino dell’Italia e del sistema di vita occidentale sempre meno uomini e donne sono disposti a difenderli.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto