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Difesa

L’Italia non è pronta alla guerra? Andrea Muratore: “Prima dobbiamo capire dove sta la nostra sicurezza”

Prepararsi alla guerra? Prima serve capire le priorità della nostra sicurezza in un mondo competitivo e dinamico.

Continua il nostro dibattito a più voci sulle recenti affermazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto (“Non siamo pronti né a un attacco russo né a un attacco di un’altra nazione”). L’Italia sarebbe pronta a combattere? Ma soprattutto: gli italiani sarebbero pronti a combattere se attaccati? E se no, perché? Dopo gli interventi di Paolo Mauri e dell’ammiraglio Roberto Domini, ecco quello di Andrea Muratore.

Il discorso sulla “impreparazione alla guerra” dell’Italia emerso sulla scorta delle recenti dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto ha suscitato, comprensibilmente, un vivo dibattito in cui si sovrappongono le istanze legate all’attuale clima di emergenza securitaria in Europa, le sfide del programma ReArm Europe/Readiness 2030, le questioni connesse alla principale minaccia percepita del blocco euroatlantico, la Russia, e le dinamiche di una società che sta subendo il brusco risveglio della fine di ottant’anni di “dividendo della pace”.

Dividendo della pace e (im)preparazione alla guerra

Intendiamo qui affrontare il dibattito in senso più ampio. Partendo dal presupposto che, come hanno scritto su queste colonne Paolo Mauri e l’ammiraglio Roberto Domini, esiste un dato non solo legato al fattore materiale ma anche umano, a cui bisogna aggiungere un importante dato culturale. L’Italia, in particolare, sconta un elevato gap di pensiero strategico che urge colmare a ogni livello: politica, accademia, economia, finanza, informazione e via dicendo. Non è dunque solo una questione di quella che nell’ultima strategia di sicurezza nazionale britannica è definita warfighting readiness, ma anche di priorità delle scelte del sistema-Paese nella definizione di obiettivi geopolitici e minacce.

Nella concezione pubblica, infatti, il pensiero di riferimento resta inevitabilmente quello dell’era della Guerra Fredda, dove la sfida con l’Unione Sovietica di ieri è traslata su quella con la Russia di oggi e lo scenario di base appare quello di una guerra su larga scala in Europa orientale. Questo è lo scenario che, ad esempio, la Francia ritiene possibile attorno al 2030 e su cui si stanno orientando le strategie di riarmo e le innovazioni tattiche di Paesi come Germania e Polonia.

In quest’ottica, però, non è detto che tale scenario sia l’unico di riferimento. E soprattutto l’Italia, membro dell’Unione Europea e della Nato, deve pensare che, anche qualora così fosse, il suo compito sarebbe inserito nella divisione del lavoro delle alleanze che pertengono il Paese. A tal proposito, ad esempio, difficile non ritenere pronti e operativi gli assetti dell’Aeronautica Militare come gli F-35 che di recente hanno marcato a uomo i caccia russi sconfinati nei cieli estoni.

Come l’Italia può contribuire alla sicurezza collettiva

Ma ragionando a più ampio spettro, Roma ha priorità dove può contribuire alla sicurezza collettiva in maniera ben più strutturata rispetto all’ipotesi di orientare le sue politiche verso una visione strategica che è intrinsecamente allogena: la supplenza al ritiro americano con truppe e mezzi europei per dividere il lavoro del doppio contenimento (Russia all’Europa, Cina agli Usa) delle potenze non occidentali.

In tal senso, ci sarebbe solo un processo che consentirebbe all’Italia e all’Europa di acquisire capacità di piena deterrenza: lo sviluppo di un ombrello nucleare europeo autonomo e indipendente da quello americano e in grado di fornire una garanzia di distruzione sufficiente in caso di scontro con la Russia da fungere da pulsante di stop per ogni confronto diretto (teoria del controvalore). Ma ad oggi non sembra questo essere l’indirizzo politico dei decisori europei, né quello dei Paesi dotati di armi nucleari (Francia e Regno Unito).

Urge dunque pensare al realismo e alla concretezza per coltivare nel migliore dei modi l’interesse nazionale e fare del campo di gioco internazionale in cui l’Italia si muove un moltiplicatore di potenza, come seppero fare nel corso della loro carriera i padri della patria del Paese unito (il costruttore, Camillo Benso di Cavour, e il ricostruttore, Alcide De Gasperi), uno statista scaltro come Giovanni Giolitti e, nella fase più dinamica della Prima Repubblica, figure come Giulio Andreotti, Aldo Moro e Bettino Craxi.



In altre parole: dov’è che l’Italia deve agire per massimizzare la propria proiezione, tutelare la propria sicurezza, contribuire all’interesse collettivo del campo di cui fa parte? Regioni geografiche, strategiche ed economiche concrete non mentono: la via maestra del Paese passa per il Mediterraneo allargato e l’Africa.

Gli scenari che l’Italia deve guardare con attenzione

La preparazione delle forze armate e la coscienza strategica del sistema-Paese deve essere orientata a scenari molto concreti: la prospettiva di un nuovo conflitto nei Balcani, l’ipotesi di un collasso della Libia (delle Libie), la risposta a scenari di guerra ibrida potenzialmente fomentati da potenze terze (tra cui anche la stessa Russia) nella fu “Quarta Sponda”, crisi sistemiche nel Nord Africa e una destrutturazione ulteriore del Sahel.

Gli islamisti maliani alle porte della capitale Bamako sono per Roma oggigiorno un problema più cogente dei russi alle porte di Pokrvosk; la partecipazione a operazioni come le missioni europee anti-pirateria o di garanzia al traffico navale nel Mar Rosso riflette un embrione di coscienza strategica in tal senso.

L’Italia deve essere in grado di interdire minacce, rispondere a crisi e garantire proiezione nel suo quadrante geopolitico di riferimento. L’ipotesi di una “bolla” di sicurezza contro infiltrazioni aeronavali ostili (Anti-Access/Area-Denial, A2AD) e la possibilità di renderla mobile, a sostegno di un possibile dispiegamento rapido di forze per reagire a crisi di teatro che minacciano le giugulari della sicurezza nazionale devono esser messe in conto.

Parimenti, l’investimento militare e strategico deve andare di conseguenza. Il decennio passato ha in tal senso fornito concrete dimostrazioni di una crescente attenzione a queste scale di priorità, pur in un contesto di assenza della difesa e della sicurezza dal dibattito di ampio respiro prima dell’invasione russa dell’Ucraina.

Parlare di cultura della sicurezza

Il passo in avanti da fare, netto e deciso, deve essere una presa di consapevolezza interpartitica e sociale dell’esistenza di interessi nazionali chiari e solidi e della necessità di un dibattito pubblico, aperto e democratico, sulle priorità sistemiche del Paese.

Parlare di cultura della sicurezza a trecentosessanta gradi significa innanzitutto evitare dualismi perniciosi e polarizzazioni semplicistiche. A tal proposito, si sente sempre più forte la necessità di una concreta strategia di sicurezza nazionale vidimata dagli apparati di riferimento (Difesa, Esteri, Palazzo Chigi, Quirinale e via dicendo) e che fornisca una rotta e una base per il necessario confronto. Ipotizzare guerre che paiono tuttora remote rischia di esser fuorviante. Rendere palese che viviamo in un mondo pericoloso e che gli strumenti della democrazia e del confronto possano aiutare alla sicurezza collettiva, senza isterismi, è costruttivo. E oseremmo dire anche auspicabile.

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