Sembrerebbe non esservi dubbio: l’Europa ha bisogno di un appartato di difesa comune; e l’Italia, per capacità, eccellenze industriali del settore, ed esperienza, deve giocare le sue carte per ottenere un ruolo di rilievo nella sfida che si sta prefiggendo l’Unione europea. La quale deve cercare, e trovare, quelle autonomie specifiche adatte ad affrontare con maggiore sicurezza il futuro. Sempre più complesso nello scenario geopolitico post-pandemico e nell’era delle guerre ibride che minaccio la nostra sicurezza attraverso l’intangibile “spettro elettromagnetico”, del quale molti parlano, ma di cui non tutti comprendono ancora l’importanza in conflitti che sono già in atto.

Questo il focus del dialogo avvenuto durante il settantesimo anniversario dalla nascita di Elettronica SpA; che per l’occasione ha riunito a Roma numerosi vertici del nostro governo e delle nostre Forze Armate, oltre ad esperti esteri del mondo cibernetico e della cyber sicurezza – sempre più indispensabile come risorsa di deterrenza nella competizione tra potenze al tempo dei conflitti ibridi. In questa occasione, il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, di Lega e Partito Democratico, sono apparsi decisamente coesi e concordi quali rappresentanti di una volontà politica trasversale che promuove la creazione della tanto declamata “Difesa europea“.

Le necessità dell’Italia

Un assetto che secondo il ministro Giorgetti deve andare a colmare il gap tecnologico che separa l’Europa nel complesso, da potenze come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e Israele. Obiettivo da raggiungere attraverso il coordinamento degli sforzi e degli intenti di tutti i partner, con l’investimento dei fondi messi a disposizione dall’Unione. E non di meno attraverso la sensibilizzazione dell’opinione pubblica di tutti i Paesi membri, che messa al corrente dei rischi cui sono sottoposte le piattaforme telematiche sempre più avanzate, non può ignorare l’importanza e la necessità di “proteggere” il proprio cyber spazio. “Il sacrificio che dobbiamo affrontare per continuare ad utilizzare con liberà e sicurezza la tecnologia che ci piace usare”.

Una posizione che non poteva trovare più concorde Roberto Baldoni, ex vertice del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), oggi a capo dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale italiana, che spiega come l’unica deterrenza nel campo di battaglia cibernetico sia quella di “rafforzare il perimetro” per respingere i continui attacchi sferrati dagli avversari: “Milioni di attacchi lanciati ogni giorno nel mondo” che hanno l’obiettivo di saggiare le difese degli avversari reali o ipotetici. E gli attacchi non riguardano solo le fantomatiche basi militari. Ma le banche, le reti di distribuzioni di beni, e non ultimi gli ospedali che abbiamo riscoperto in tempo di pandemia – come se non lo fossero sempre stati – essenziali per la nostra società.

Cosa chiedere alla Difesa europea

Per raggiungere il deal che porterà alla creazione di una Difesa europea, fatta di aerei, elicotteri, mezzi da trasporto tattico, ma anche server ed hardware, nonché di uomini e donne istruiti e addestrati, è necessario investire e cooperare; ma soprattutto mediare su diversi punti e aspetti con gli altri partner europei, ricorda il ministro della Difesa Guerini. Questo affinché l’Italia “non chiuda accordi a ribasso”, mantenendo al contrario un “livello d’ambizione adeguato” che porterà sicuramente un valore strategico alla nostra industria; e affinché l’Europa, scottata dall’epilogo del conflitto in Afghanistan, nel corso del quale è stata spettatrice, e spiazzata dalla pandemia di Covid-19 che l’ha trovata in parte impreparata e strettamente dipendente da potenze terze, ottenga un ruolo da protagonista nello scacchiere internazionale. Ovviamente, senza contravvenire ai più che solidi accordi ratificati con la Nato.

Alla base della Difesa europea, afferma Guerini, devono esserci punti focali come “l’analisi condivisa della minaccia e un’agenda comune“, che non sia sbilanciata dalla parte di alleati con radicati interessi in aree d’influenza. Il pensiero di tutti, come è normale che sia, ricade automaticamente sulla Francia. Che pure è destinata ad essere uno dei partner più importanti nel programma della Difesa comune del Vecchio continente. Questo senza dimenticare che l’Europa, oltre a dover affrontare dei cambiamenti normativi per raggiungere questo obiettivo, dovrà dimostrarsi pronta a sapere esercitare il potere decisionale, che significa avere “responsabilità” di quanto attuato in ambito strategico, in quello che il generale Claudio Graziano, Presidente del Comitato militare dell’Unione Europea, ha rammentato essere un campo dove sono “mutate le priorità degli Stati Uniti”. Che ormai vedono sempre la Cina come nuovo principale avversario nella nuova agenda del Pentagono. Il pericolo russo e quello del terrorismo, sono stati momentaneamente congelati.

Il peso della Nato

A margine di queste considerazioni, il generale americano David Petraeus, ex comandante del Surge in Iraq, del comando centrale degli Stati Uniti e delle forze della coalizione in Afghanistan ed ex direttore della Cia, non ha perso occasione per ricordare come ogni rapporto tra le potenza occidentali e gli Stati Uniti sia vincolato dall’Alleanza Atlantica; ove gli Stati Uniti ricoprono una posizione preponderante ed essenziale. “Il mondo sta affrontando la più complessa sequenza di sfide che abbia mai affrontato dalla fine della Guerra Fredda”, ha citato Petraeus, “Tra queste ci sono il ritorno della competizione tra grandi potenze, l’avventurismo russo, le attività dannose iraniane, una Corea del Nord dotata di armi nucleari, minacce informatiche sempre più pericolose, estremisti islamici, allarmanti flussi di rifugiati, l’avanzamento del cambiamento climatico e il populismo interno in molte delle potenze democratiche”, facendo leva sull’imprescindibile realtà che nessuna di queste sfide può essere risolta da un solo Paese, alludendo, come gli americani sovente sottendo, alla necessità di una leadership per “gli sforzi congiunti delle maggiori potenze mondiali “. E questa leadership, di solito per gli americani trova sempre alloggio nella Casa Bianca che possiamo ammirare nel centro di Washington D.C. .

Un’Europa seppur coesa negli intenti, e senza alcuno sbilanciamento verso gli interesse e le agende interne, siano essa francese, italiana o tedesca, si troverà sempre e comunque a dover far capo alla linea dell’alleato statunitense. Questo a meno che non ci sia un deciso, e assai e improbabile quanto imprevisto, cambio di rotta da parte di quello che un giorno potrebbe diventare il nuovo quartier generale di 27 eserciti europei. E questo è quanto. Per parte sua l’Italia sembra pronta ad affrontare con il governo Draghi e le sua élite industriale, apprezzata in Europa e nel mondo, questa nuova sfida. Sperando che la nostra cabina di regia agisca sempre ricordando le parole sempre verdi del lungimirante Henry Kissinger: “Gli Stati non hanno né amici permanenti né nemici permanenti. Hanno solo interessi”.