L’Italia e il riarmo: miliardi per la difesa ma il know-how strategico è sotto controllo estero

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L’Italia si prepara a mobilitare nuove risorse per la difesa, ma proprio mentre il Paese discute come finanziare il riarmo europeo emerge una contraddizione industriale difficile da ignorare: alcune competenze considerate strategiche continuano a passare sotto controllo straniero. Il caso più recente è quello di Tekne, società con base operativa a Ortona attiva nell’ingegneria della difesa, nei veicoli speciali e militari, nella guerra elettronica e nei sistemi anti-drone. Il 5 agosto 2026 il governo italiano ha autorizzato, attraverso il Golden Power, l’acquisizione del 70% da parte della statunitense NUBURU, imponendo prescrizioni. Il piano industriale prevede per Tekne circa 565 milioni di euro di ricavi cumulati tra 2026 e 2030 e circa 370 nuovi posti di lavoro. Non si tratta quindi di una normale operazione industriale. La stessa procedura di Golden Power dimostra che lo Stato considera quelle attività collegate a interessi strategici nazionali. La normativa italiana consente infatti al governo di intervenire sulle operazioni riguardanti imprese e asset rilevanti per difesa e sicurezza nazionale.

Il prezzo del controllo industriale

L’accordo definitivo delinea una valutazione pre-money di circa 52 milioni di euro, attraverso conversione di finanziamenti soci, aumento di capitale, acquisto di quote dagli azionisti storici ed eventuale earn-out legato ai ricavi. NUBURU aveva già immesso oltre 16 milioni di euro di finanziamenti nella società. Qui occorre però evitare una semplificazione: non è corretto confrontare automaticamente la valutazione di un’impresa in difficoltà con il valore futuro del suo piano industriale. I 565 milioni indicati sono ricavi prospettici, non valore dell’azienda né profitto. Inoltre l’investitore assume rischi finanziari e industriali che lo Stato potrebbe non voler assumere. La domanda strategica rimane tuttavia intatta: chi deve possedere il know-how necessario alla difesa nazionale?

SAFE e la contraddizione italiana

La questione diventa ancora più significativa alla luce di SAFE, lo strumento europeo che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti a lunga scadenza per rafforzare la base industriale e tecnologica della difesa europea attraverso appalti comuni. Tra i settori ammissibili figurano proprio droni, sistemi anti-drone, guerra elettronica, intelligenza artificiale e protezione delle infrastrutture critiche. L’Italia ha indicato una richiesta fino a 14,9 miliardi, ma il punto politico è che quella cifra rappresenta un tetto, non necessariamente l’importo che verrà effettivamente utilizzato. La decisione finale sull’impiego delle risorse dovrà essere inserita nel percorso politico e finanziario nazionale. Il paradosso è evidente: Bruxelles offre capitale agevolato per rafforzare l’industria europea della difesa mentre, contemporaneamente, imprese italiane che operano proprio nei segmenti tecnologici prioritari possono essere acquisite da gruppi extraeuropei.

Non basta comprare armi

Il problema è soprattutto concettuale. Difesa non significa soltanto acquistare sistemi d’arma. Significa possedere competenze, brevetti, software, capacità produttive, laboratori, catene di approvvigionamento e personale qualificato. Un Paese può acquistare un sistema missilistico sofisticato, ma diventare strategicamente dipendente se non controlla più la tecnologia necessaria per aggiornarlo, ripararlo o produrne componenti essenziali. È proprio questa la logica alla base delle regole SAFE: per gli acquisti finanziati dallo strumento europeo, il costo dei componenti provenienti da Paesi esterni all’UE, allo Spazio economico europeo, all’EFTA e all’Ucraina non può superare, in linea generale, il 35%. Per alcune capacità più sensibili sono inoltre previste condizioni più rigorose sulla possibilità di modificare e far evolvere il prodotto senza restrizioni esterne. La direzione europea è quindi abbastanza chiara: spendere per creare capacità industriale, non soltanto per aumentare gli ordinativi.

Il precedente Piaggio

Il caso Tekne non è isolato. Nel giugno 2025 il governo autorizzò con Golden Power la cessione di Piaggio Aerospace alla turca Baykar. L’operazione riguardava una società storica dell’aerospazio italiano, da anni sottoposta ad amministrazione straordinaria. Baykar ha poi completato l’acquisizione, annunciando l’intenzione di utilizzare gli stabilimenti italiani anche come hub europeo per la produzione dei propri sistemi senza pilota. La vicenda mostra che il controllo straniero non equivale automaticamente a perdita di capacità nazionale. Se investimenti, occupazione, produzione e competenze rimangono in Italia, l’operazione può generare vantaggi industriali. Ma è proprio qui che dovrebbe concentrarsi la politica industriale: non sul passaporto dell’azionista in sé, bensì sulla conservazione delle capacità decisive.

Golden Power e Parlamento

C’è poi una questione istituzionale. Il Golden Power non è una nazionalizzazione: è uno strumento regolatorio attraverso il quale l’esecutivo può autorizzare, condizionare o bloccare determinate operazioni. La disciplina prevede inoltre forme di comunicazione alle commissioni parlamentari competenti. Questo significa che non ogni acquisizione strategica richiede un voto parlamentare preventivo. Ma quando si sommano riarmo, debito pubblico, tecnologia militare e trasferimento del controllo industriale, la discussione parlamentare assume un peso politico difficilmente eludibile. Il tema non è dunque impedire agli investitori stranieri di entrare nell’economia italiana. È stabilire quali condizioni debbano accompagnare l’ingresso del capitale quando l’asset ceduto incorpora una capacità essenziale per la sicurezza dello Stato.

La vera sovranità

L’Italia rischia altrimenti di confondere due piani: spesa militare e autonomia strategica. Sono collegati, ma non coincidono. Spendere miliardi per carri armati, missili, droni o sistemi elettronici aumenta le capacità operative delle Forze armate. Ma se una parte crescente della proprietà industriale e del know-how necessario alla loro progettazione e manutenzione dipende da soggetti esteri, la spesa può rafforzare la potenza militare senza aumentare nella stessa misura la sovranità tecnologica. La sfida del nuovo ciclo europeo del riarmo è quindi più complessa di quanto suggerisca la sola dimensione finanziaria. SAFE può diventare un’occasione per consolidare imprese italiane ed europee, favorire aggregazioni, finanziare ricerca e sviluppo e trattenere competenze strategiche. Il caso Tekne dovrebbe essere letto in questa prospettiva. Non come una semplice vendita di un’azienda, ma come una domanda sulla strategia industriale dello Stato. Se l’Italia prende a prestito miliardi per rafforzare la difesa, la questione decisiva sarà capire dove finiranno quei miliardi: nelle sole piattaforme che compriamo oppure anche nelle competenze che ci permettono di progettarle, produrle e controllarle? È in questa differenza che passa il confine tra un Paese che spende per la difesa e un Paese che costruisce una propria capacità strategica.

https://www.avvenire.it/politica/il-governo-ha-deciso-di-utilizzare-safe-per-il-riarmo-ora-parola-al-parlamento_111417

https://it.investing.com/news/stock-market-news/in-riarmo-europa-frammentato-settore-spaziale-italiano-affronta-prova-di-crescita-3516784

https://www.rainews.it/articoli/2026/07/difesa-tajani-abbiamo-deciso-di-chiedere-safe-per-149-miliardi-entro-la-fine-dellanno-b6200268-cfc5-414a-a30b-88e0f3bea9d6.html

https://ilmanifesto.it/i-miliardi-vanno-al-riarmo-mentre-lindustria-crolla