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Il Mar Mediterraneo, che è stato giustamente definito “medio oceano” in quanto interconnette due mondi geopolitici (l’Oceano Atlantico e l’Indo-Pacifico), vede da tempo la presenza di attori regionali e globali sempre più attivi e perfino assertivi, in considerazione della sua recuperata centralità in qualità di “mare di passaggio” per rotte commerciali, flussi informatici, migrazioni e trasporto di risorse energetiche.

Da tempo l’Italia ha formulato una propria strategia, o per meglio dire un concetto strategico, riguardante la visione di sé all’interno dello spazio mediterraneo che prende il nome di Mediterraneo Allargato. Questa visione, elaborata dalla Marina Militare sin dagli anni Ottanta del secolo scorso, ha una valenza politica e teorica che dovrebbe trovare la propria ragione nell’impostazione della strategia di sicurezza nazionale italiana.

Essendo il Mediterraneo Allargato un “susseguirsi di spazio acquatici e terre emerse messi a sistema in una griglia di linee di rifornimento e comunicazione”, per usare una definizione calzante che si può leggere nel libro recentemente edito “Mediterranei Globali”, è necessaria la definizione di indirizzi di strategia marittima che tengano conto di questo aspetto geografico e culturale che ha una connotazione “anfibia”, e conseguentemente di meccanismi pratici per la loro messa in atto.

L’oggetto principale non deve essere solo la salvaguardia dello spazio marittimo in sé, e delle vitali linee di comunicazione, ma anche dello spazio terrestre ivi afferente, con tutte le sue peculiarità del caso e aspetti comuni che, appunto, determinano una regione culturalmente e politicamente affine. Facciamo una premessa: chi scrive, come altri analisti, ritiene che il Mediterraneo Allargato non debba essere un recinto geograficamente stabilito ma che sia uno spazio di transizione verso altre due regioni del globo (l’Atlantico e l’Indo-Pacifico) che sono fondamentali per la sicurezza e il benessere delle regioni mediterranee e per quelle ad esse associate.

Da qui, la corretta visione della Marina Militare di proiezione verso l’Indo-Pacifico, condivisa anche dall’Aeronautica, e la conseguente ridefinizione di compiti che sta portando all’acquisizione e alla progettazione di nuovi assetti navali (tra cui, finalmente, gli SSN). Il Mediterraneo sensu stricto, e ancora di più il Mediterraneo Allargato, è però uno spazio conteso: potenze regionali ed extra-regionali ne solcano le acque non sempre in modo amichevole.

Questo spazio, al pari di altri nel globo, è teatro di contese territoriali che a volte sono andate molto vicine a provocare vere e proprie crisi internazionali, pertanto è necessario sia difendere il diritto internazionale sia trovare un terreno comune di accordo per la ridefinizione degli spazi marittimi nazionali (ZEE). Questo è proprio il primo aspetto pragmatico: definire i propri spazi e concordarli bilateralmente con quelli degli altri Paesi confinanti, avendo cura di difenderli attivamente con una presenza aeronavale che funga da efficace strumento di deterrenza. In un mondo dove il globalismo sta mutando e dove gli enti di ordine internazionale vengono messi in discussione, i partenariati bi/tri/multi-laterali devono essere la via preferenziale per l’agire politico/strategico nazionale nel Mediterraneo Allargato e oltre.

L’architettura di sicurezza marittima non basta però. L’Italia, proprio perché, come detto, il Mediterraneo Allargato è uno spazio “anfibio”, deve necessariamente approcciarsi coi Paesi di questa vasta regione geografica in modo più ampio, recuperando le sue capacità di soft power date appunto dalla “mediterraneità” e dalla capacità nazionale di affrontare i problemi di un Paese in modo diverso rispetto alle ex potenze coloniali. Da questo punto di vista, per un vero approccio win-win (quindi non di stampo cinese), il nostro Paese attraverso il “Piano Mattei” dovrebbe ricominciare a fornire istruzione ai giovani di quelle nazioni toccate da questo progetto politico in modo da poter allevare una classe dirigente che, in prospettiva, possa avere valori coerenti con la nostra visione dello spazio mediterraneo, e così eliminando o riducendo la penetrazione di potenze globali ostili ai nostri interessi.

All’atto pratico, e come esempio, l’Italia dovrebbe riassumere il ruolo guida nel Corno d’Africa per la risoluzione di contese regionali (ad es. l’accesso al mare etiope) proponendo parallelamente la costruzione di infrastrutture chiave (porti, aeroporti, reti ferroviarie e stradali, energia) con un approccio che favorisca l’imprenditoria locale: quindi sostanzialmente creando impresa e posti di lavoro in loco.

La strategia marittima non può prescindere dalla cantieristica, e questo aspetto è già stato ampiamente esaminato, che a sua volta non può prescindere dal bilancio. Il cospicuo aumento delle spese per la Difesa dovrebbe essere una priorità, ma non bisogna dimenticare la cantieristica mercantile: avere cargo battenti bandiera italiana è un’assicurazione sulla vita in caso di deterioramento della situazione internazionale. La Repubblica Popolare Cinese, ad esempio, possiede, sommata a quella di Hong Kong, la terza flotta mercantile al mondo dopo quella di Panama e della Liberia (circa 116 milioni di tonnellate) e la crisi del Mar Rosso ha dimostrato quanto conti avere navi battenti bandiera nazionale.

La strategia marittima non può nemmeno prescindere da un’educazione marittima, e l’Italia purtroppo ha perso questa vocazione come ha perso l’educazione alla strategia militare e geopolitica. L’interesse nazionale, la storia marittima, il ruolo e il funzionamento delle Forze Armate e dell’ecosistema Difesa, la stessa storia recente in senso generale, vanno insegnati alla gioventù nazionale di ogni età, perché solo così in futuro ci potrà essere una società che avrà contezza dei pericoli del mondo attuale e delle misure necessarie per affrontarli. È impensabile, in una democrazia, calare dall’alto prospettive strategiche senza che la popolazione ne sia ampiamente messa al corrente, senza educarla: pena, il rischio di sovvertimento delle stesse ad opera di populismi e financo di agenti esterni a ogni tornata elettorale.

Recuperare la vocazione marittima nazionale istituendo corsi nelle scuole di ogni ordine e grado, aprire maggiormente le Forze Armate al pubblico riducendo l’eccessiva narrazione “salva vita” da Protezione Civile, determinare una strategia di sicurezza nazionale che abbia al centro il multilateralismo nel Mediterraneo Allargato e nel suo intorno, con due intermediari di riferimento che potrebbero essere il Giappone per l’Indo-Pacifico (dato il recente partenariato strategico) e il Brasile per l’Atlantico (dati i forti legami culturali e le passate collaborazioni industriali di successo) visti come ponti per l’espansione della presenza nazionale, rappresenterebbero i primi pragmatici passi per una nuova strategia marittima di ampio respiro.

Nel secolo scorso si era soliti affermare che l’ENI stabilisse la politica estera nazionale: oggi, in un mondo in cui la sicurezza è data non solo dalle risorse energetiche, ma anche da quelle minerarie in senso più ampio e quindi dal necessario mantenimento/controllo delle linee di navigazione attraverso le quali esse ci giungono, a guidare la politica estera dovrebbe essere una rinnovata coscienza marittima.

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