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Tra le pieghe del Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2021-2023 (Dpp), una voce sta balzando all’occhio della stampa specializzata. È stata indicata come “Mq-9 payload”, ovvero traducibile come “carico pagante” per gli Uav (Unmanned Air Vehicle) Mq-9A Predator B in forza all’Aeronautica Militare.

Nel documento si legge che “la finalità del programma risiede nel garantire l’adeguamento dei sensori, dei payload e dei sistemi di comando e controllo agli ultimi standard tecnologici, assicurando un grado di sviluppo prestazionale in linea con l’output capacitivo ed operativo richiesto dalla Difesa in relazione agli attuali e futuri scenari di riferimento”. Questo aggiornamento delle possibilità di carico e dei sistemi di bordo, sembrerebbe essere finalizzato all’adozione di armamento da attacco, trasformando lo Uav in un Ucav (Unmanned Combat Air Vehicle) come avviene per altre forze aeree che lo utilizzano. In particolare, sempre nel Dpp, viene detto che “il velivolo garantirà incrementati livelli di sicurezza e protezione nell’ambito di missioni di scorta convogli, rendendo disponibile una flessibile capacità di difesa esprimibile dall’aria. Introdurrà, inoltre, una nuova opzione di protezione sia diretta alle forze sul terreno che a vantaggio di dispositivi aerei durante operazioni ad elevata intensità/valenza”. Questo aggiornamento del sistema richiederà un fabbisogno complessivo di 168 milioni di euro di cui una prima tranche di 59 verrà distribuita in un arco temporale di 7 anni. L’Aeronautica Militare ha in dotazione sei di questi velivoli a pilotaggio remoto, di cui uno è andato perso il 20 novembre 2019 nei cieli della Libia.

L’Mq-9A viene impiegato dall’Am per svolgere missioni di ricognizione, sorveglianza e acquisizione obiettivi. Il drone, con un’apertura alare di oltre 20 metri, una velocità superiore ai 400 Km/h e una capacità di volo a media ed alta quota, garantisce una grande autonomia di volo, permettendo di ottenere elevate prestazioni sia nella condotta di missioni Istar (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance) sia, in ambito marittimo e terreste, per operazioni di pattugliamento, ricerca e soccorso. I Predator B permettono di contribuire in modo unico alla creazione e mantenimento della cosiddetta situational awareness, ovvero al controllo dell’evoluzione della situazione da parte delle autorità responsabili del comando delle operazioni militari.

Il sistema d’arma si compone almeno di tre elementi: il velivolo, equipaggiato con un motore turboelica ad alte prestazioni; la Ground Control Station (Gcs), ovvero la stazione di controllo a terra che grazie ad un collegamento satellitare può controllare il velivolo durante le operazioni anche a centinaia di chilometri di distanza; la Exploitation Data Station (Eds), dove vengono analizzate in tempo reale le immagini ricevute dal velivolo e, attraverso un nodo di telecomunicazioni, trasmesse agli utenti operativi. La stazione di controllo è una vera e propria cabina di pilotaggio posta a terra, collegata allo Uav tramite antenne e ricevitori in grado di comunicare anche via satellite. L’Mq-9 è dotato di una suite di sensori elettro-ottici, infrarossi e radar (ne monta uno ad apertura sintetica) che gli consentono di ottenere informazioni sul campo di battaglia in ogni condizione meteorologica.

L’aggiornamento del sistema, così come indicato dal Dpp Difesa, è alquanto “sibillino” e lascia spazio ad altre interpretazioni: la “difesa esprimibile dall’aria” e la “protezione sia diretta alle forze sul terreno che a vantaggio di dispositivi aerei” potrebbero non voler significare che i Reaper B con le coccarde tricolori saranno necessariamente armati. È proprio il passaggio in cui si parla di “protezione a vantaggio di dispositivi aerei” che rende fumosa la questione.

Sappiamo, infatti, che i droni, nell’U.S. Air Force, sono armati per l’attacco al suolo potendo trasportare le bombe Gbu-12 Paveway II a guida laser, le Gbu-38 Joint Direct Attack Munitions (Jdam) ed i missili aria-terra Agm-114 Hellfire II. Gli stessi usati dagli Stati Uniti per eliminare, a gennaio 2020, il comandante della Forza Quds dei Pasadarn iranianai generale Qasem Soleimani, oppure, nella loro versione R9X “blade bomb”, per colpire “chirurgicamente” i terroristi in ambienti a forte rischio di danni collaterali.

Solo molto recentemente l’Air Force statunitense ha emanato una “Rfi” (Request for Information – richiesta di informazioni) in merito alla possibilità che i Predator possano essere armati con missili aria-aria Aim-9X Sidewinder, ed è improbabile che si possano vedere presto sui Reaper.

D’altro canto, proprio il linguaggio volutamente poco chiaro utilizzato, potrebbe far pensare che quel “a vantaggio di dispositivi aerei” possa essere considerato nel suo senso più ampio, e cioè non tanto riguardante l’eliminazione di minacce aeree, bensì quella di minacce terrestri rivolte verso aeromobili, quindi, ancora una volta, la possibilità di effettuare attacchi al suolo.

Per completezza dobbiamo sottolineare come il “payload”, ancora una volta, potrebbe non essere un carico strettamente bellico (bombe o missili), bensì una dotazione di nuovi strumenti elettronici in grado di trasformare il Reaper da una piattaforma passiva di ricognizione/sorveglianza ad una attiva in grado di effettuare la Ew (Electronic Warfare) disturbando i sensori e i sistemi radar/elettronici degli avversari. Perfino poter inibire i segnali radio che fanno esplodere gli ordigni improvvisati (Ied – Improvised Explosive Device) come già previsto per i velivoli C-27J versione Ew-Jedi.

Per risolvere questi dubbi potrebbe venirci in aiuto la Defense Security Cooperation Agency, l’ente statunitense che sovrintende alla vendita di armamenti all’estero. Sul loro sito leggiamo, in data 4 novembre 2015, che il Dipartimento di Stato aveva approvato la possibile vendita all’Italia di armamento per gli Mq-9 insieme alle associate componenti, attrezzature e al supporto logistico per un costo stimato di 129,6 milioni di dollari.

L’allora governo italiano aveva richiesto di poter acquistare 156 missili Agm-114R2 Hellfire II; otto missili Hellfire II tipo M36-E8 Captive Air Training Missile; 30 bombe a guida laser Gbu-12, altrettante Gbu-38 Jdam; cinque missili fittizi Hellfire M34; 30 bombe a guida laser potenziate Gbu-49; altrettante Jdam laser Gbu-54; 26 rastrelliere per bombe; sei kit di armamento e installazione per MQ-9 e 13 lanciatori M-299 insieme a due suite elettroniche per test An/Awm-103 oltre all’addestramento/equipaggiamento, ai pezzi di ricambio e altre attrezzature di supporto. Il tutto per un valore totale stimato di 129,6 milioni di dollari dell’epoca. Cosa se ne sia fatto di quest’ordine, nessuno lo sa, ma leggendo “tra le righe” del Dpp possiamo sperare che sia andato in porto.

La soluzione Reaper+Hellfire (o Reaper+Gbu laser) permette infatti di colpire bersagli in modo preciso senza mettere a rischio l’assetto più importante di una forza armata: il personale. Intorno a questo tema si sono scatenate, nel corso degli anni, diverse voci di protesta per via di una questione “etica”, ma occorre riflettere se sia più etica una bomba sganciata da un cacciabombardiere oppure una sganciata da un drone: c’è davvero differenza? Gli insorti in armi di un conflitto asimmetrico hanno davvero speranza di poter abbattere un caccia – e quindi colpire “l’uomo” ai comandi – che sgancia una bomba a guida laser a decine e decine di chilometri dall’obiettivo? Sarebbero in grado di abbattere un B-52 che scarica un nugolo di ordigni da migliaia di metri di altezza? Sono più “difesi” nel caso si usino velivoli pilotati rispetto a quelli a pilotaggio remoto? Domande retoriche: nessuno si sognerebbe di abolire le bombe, come nessuno si sogna – purtroppo – di abolire i conflitti, e nessuno pensa che, utilizzando i droni, la guerra possa diventare un videogioco, come una certa filmografia vorrebbe far credere. Occorre pertanto una sana dose di realismo, per una volta, e mettere da parte certe polemiche che sono viziate da ipocrisia di fondo.

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