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L’Istituto Idrografico della Marina, con sede a Genova, è una realtà che dal 1872 è Ente Cartografico dello Stato e rappresenta il “cuore” della ricerca scientifica della Marina Militare Italiana. Siamo stati in visita per conoscere meglio questo ente militare che provvede alla produzione della documentazione nautica, ma non solo, come vedremo, e che dal 2004 ha aperto le sue porte alla formazione di personale civile generando figure di altissimo livello tecnico/professionale, cioè Idrografi Categoria A, che trovano impiego in ruoli di prestigio in ambito nazionale e internazionale. Abbiamo quindi avuto modo di sentire, oltre al capitano di fregata Maurizio Demarte e alla professoressa Roberta Ivaldi che abbiamo già intervistato lo scorso anno al ritorno dalla missione artica High North 2020, il direttore dell’Istituto, il contrammiraglio Massimiliano Nannini.

Non solo spedizioni polari

L’ammiraglio Nannini ci ha spiegato che l’Istituto Idrografico ha anche un ruolo “diplomatico”: sono in essere, difatti, attività di cooperazione internazionale con diverse nazioni, (al momento erano presenti delegazioni di quattro Paesi: Libano, Ucraina, Tunisia, Pakistan), relative ad attività che spaziano dalla formazione fino ad arrivare al capacity building, ovvero la creazione di un ente idrografico in loco.

Questo grazie ad incontri di delegazioni denominati expert meeting in the field of hydrography, che si tengono sulla base di piani di cooperazione internazionale redatti dallo Stato Maggiore della Difesa, con un sistema in and out (ovvero alternando gli scambi di personale in visita). Il filo tra la parte tecnica e quella diplomatica, ci ricorda il contrammiraglio, è molto sottile, le due azioni vanno di conserva. L’attività idrografica è stata utilizzata tante volte dalla Marina Militare, nella sua storia, come un “apripista” nel quadro delle relazioni con Paesi esteri perché è una materia di interesse comune che non crea tensioni di tipo militare o politico. Proprio a questo proposito il direttore ci informa che sono in corso iniziative, che utilizzano anche le capacità dell’Istituto, per rinforzare i rapporti con l’autorità nazionale libica.

Tra Artide e Antartide

Il ruolo principale però, ci ricorda il contrammiraglio, è quello di garantire la sicurezza della navigazione nelle acque afferenti alle aree di sicurezza nazionale, pari a 552mila chilometri quadrati, in modo da rispettare gli obblighi derivanti dall’essere altresì organo cartografico di Stato, che comporta anche l’esecuzione di attività ai poli: la Marina Militare opera, attraverso l’Istituto, al Polo Nord dal 2017, in un programma che riprende la storica attività in quegli ambienti iniziata a fine ‘800. Si tratta di un programma prettamente scientifico, però con una valenza strategica, in quanto viene utilizzata una nave (la Alliance n.d.r.) con equipaggio militare e bandiera nazionale, che quindi assume il significato “di un pezzo di Italia che va al Polo”.

Nannini ci spiega che l’attività in Artide non è l’unica: in questi giorni l’Istituto ha ripreso ad operare Antartide, dove metterà in campo le sue competenze per la produzione e l’aggiornamento del portafoglio cartografico di responsabilità italiana nel Mare di Ross, composto da tre carte nautiche, che certificano una volta di più la sua competenza cartografica riconosciuta a livello internazionale. Questa nuova spedizione è stata resa possibile dall’ingresso in servizio della nuova nave rompighiaccio Laura Bassi, che, nell’ambito del programma di ricerca nazionale in Antartide, effettuerà una campagna scientifica in cui è previsto anche l’acquisizione di dati batimetrici. Si tratta di un programma che esiste da tanti anni e che ha portato al risultato di produrre carte apprezzate e usate a livello internazionale. Le spedizioni al Polo Sud rientrano nel Progetto di Ricerca Nazionale in Antartide (Pnra) che è attivo sin dal 1994 ma ha dovuto essere interrotto per la dimissione dell’unità navale utilizzata (nave Italica); ora, proprio grazie alla Bassi, ha potuto ricominciare. Il Pnra è un programma del Miur gestito dal Cnr e dall’Enea, la cui attività è coordinata dalla Commissione Scientifica Nazionale per l’Antartide (Csna).

Sempre per quanto riguarda l’Antartide, che si trova a un punto di svolta “diplomatico” in quanto i trattati internazionali che regolano lo sfruttamento delle sue risorse sono in scadenza, il contrammiraglio ci ricorda che l’Italia ha due basi in quel continente ghiacciato: una permanente (Concordia, base italo-francese, sul plateau antartico) e una estiva di tipo logistico/scientifica (stazione Mario Zucchelli, nel Mare di Ross) che è quella a cui si appoggerà l’Istituto per quest’ultima missione. L’Italia quindi ha una presenza fisica stabile in quel territorio; una presenza che diventa importante in ambito internazionale, aggiungiamo noi, per avere peso decisionale quando verranno ridefiniti i trattati sullo sfruttamento (soprattutto minerario e ittico).

Una nuova nave idrografica

C’è quindi la volontà di garantire la presenza annuale in Antartide proprio grazie a nave Bassi, e il direttore ci informa che sono allo studio le successive missioni al Polo Sud. Il contrammiraglio ci tiene a sottolineare il ruolo istituzionale dell’Istituto in questa missione: “Abbiamo la responsabilità nazionale e internazionale di mantenere aggiornate le carte che sono state assegnate all’Italia” ci ha detto. Con l’occasione il direttore ha rivelato che presto la nostra Marina Militare avrà in linea una nuova unità idrografica adatta a navigare nei mari polari: la forza armata si è impegnata ad acquisire una nuova nave entro 4 anni, ma ancora non è stata aggiudicata la gara di appalto.

Quello che più conta, però, è che grazie a questa nuova acquisizione saremo in grado di effettuare operazioni in Artide o in Antartide in autonomia in quanto l’unità potrà partire direttamente dall’Italia. Un passo importante verso l’autonomia gestionale dei mezzi e quella strategica. Nave Alliance infatti, lo ricordiamo, è di proprietà della Nato quindi anche la sua strumentazione scientifica fissa. Ora stiamo cercando di essere sempre più autonomi.

Il contrammiraglio ci ricorda anche che il nostro Paese ha una sua strategia artica. Coordinata dal Ministero degli Esteri si articola con tante organizzazioni che si occupano di artico: dall’industria hi tech, a quella per lo sfruttamento minerario, passando per chi si occupa degli aspetti climatici come le università e i centri di ricerca e, naturalmente, per l’Istituto. L’obiettivo quindi è quello di ritornare in Artico, e di ritornarci in maniera inclusiva, coinvolgendo cioè il più grande numero possibile di centri di ricerca e istituzioni.

Un’attività fondamentale che ha permesso di ottenere il riconoscimento delle Nazioni Unite tramite un programma che lega l’Istituto per i prossimi 10 anni (Seabed 2030) finalizzato alla mappatura dei fondali oceanici. Quindi se il nostro Paese siede al Consiglio Artico in qualità di osservatore, un pezzo di quella “sedia” è stato messo anche e soprattutto grazie al lavoro dell’Istituto Idrografico della Marina Militare.

Le evidenze dei cambiamenti climatici

La professoressa Ivaldi ci ha spiegato l’ambito più prettamente scientifico della spedizione in Artide. Ci ha infatti ricordato che i poli, per la loro posizione e caratteristiche morfologiche, registrano il passato climatico in modo differente: l’Artide è un oceano circondato da continenti, mentre l’Antartide è un continente coperto da ghiacci perenni da almeno 20 milioni anni circondato da oceani.

In Artico il ghiaccio permanente si sta contraendo: negli ultimi 40 anni è stata misurata una perdita di 2 milioni di chilometri quadrati, ma si registra anche una importante contrazione dei volumi. Si è infatti notato un cambiamento del tipo di ghiaccio dal 1979 a oggi, che è diventato sempre più sottile.

La professoressa ci ha spiegato che è in atto un grande sforzo della comunità scientifica per la mappatura dei poli: conoscere in modo approfondito quelle regioni permette di avere modelli più affidabili e fare delle previsioni più precise. Ritornando al perché lo studio dei poli sia importante, sempre la professoressa ci ha ricordato che Artide e Antartide sono ambiti estremi e come tali sono termometri delle dinamiche globali, in particolare l’Artico lo è di più rispetto al polo opposto in quanto reagisce due volte più velocemente ai cambiamenti climatici. Esistono sempre variazioni di tipo stagionale, con massimi e minimi di estensione e spessore glaciale, ma la tendenza evidenziata è quella di una generale e costante diminuzione ovunque.

High North

La serie di missioni High North, che si svolgono nella porzione di Oceano Artico a Nord-Ovest delle isole Svalbard (norvegesi) è focalizzata sulla mappatura dei fondali e sulla raccolta dei parametri geologici, chimici, fisici e biologici del battente d’acqua e del fondo marino.

In particolare è stato studiato un punto molto preciso, situato in una struttura geologica collegata alla dorsale medio oceanica (una faglia trasforme), chiamato Abisso Molloy (o Molloy Hole). Si tratta di una depressione del fondale nel Canale di Frem che arriva a più di 5mila metri di profondità, ed è stata indagata per capire le dinamiche delle correnti oceaniche (lì si intersecano le correnti in ingresso e uscita dall’Artico) e perché, per via della sua morfologia “a pozzo”, è un serbatoio di acqua “fossile”, quindi fornisce informazioni usate per confrontare le condizioni attuali con quelle passate.

I dati raccolti, oltre ad essere gli unici acquisiti in altissima risoluzione, come ci ha ricordato il capitano di fregata Demarte, hanno anche permesso di osservare il processo di “atlantificazione” dell’ambiente marino, a causa dell’ingresso di acque più calde provenienti dall’Oceano Atlantico.

La nostra chiacchierata si è conclusa con l’intervento finale del contrammiraglio Nannini che ci ha ricordato che le prossime attività in Artico saranno ancora svolte in quella porzione di oceano e che la nuova unità idrografica, quando entrerà in servizio, permetterà alla Marina Militare e all’Istituto di operare più a lungo in quel settore.