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Socotra, l’isola yemenita che si trova esattamente all’apertura del Golfo di Aden, per il quale passano, ogni giorno, le centinaia di navi che attraversano il vitale Canale di Suez, potrebbe presto vedere l’installazione di una base militare che andrebbe a integrarsi alla rete regionale di difesa aerea congiunta nota come Middle East Air Defense Alliance (Mead).

Si tratta di creare un sistema di comunicazione unificato che colleghi tutti i sensori di allerta precoce schierati dai Paesi partecipanti sotto la supervisione del Centcom (Central Command) statunitense: una rete di allerta radar condivisa che consentirà di individuare e tracciare in tempo reale le minacce aeree, come Uav (Unmanned Air Vehicle) o missili balistici e da crociera. Abbiamo già avuto modo di vedere che tra le nazioni mediorientali partecipanti (Israele, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Bahrein e Giordania) ci siano anche gli Emirati Arabi Uniti, uno degli alleati più importanti degli Usa in questo momento grazie alla stipula degli Accordi di Abramo avvenuta ad agosto del 2020.

È proprio Abu Dhabi a essere coinvolta nel progetto di integrazione di Socotra nella rete Mead, sebbene l'isola appartenga, formalmente, allo Yemen martoriato da anni di conflitto intestino. Mentre infuriava la guerra civile, infatti, nel 2015 gli Emirati Arabi Uniti sono sbarcati a Socotra e da allora hanno lentamente ampliato la loro influenza. Oggi, per esempio, le chiamate verso l'isola vengono effettuate utilizzando il codice telefonico emiratino e i turisti volano da Abu Dhabi senza visto yemenita, una situazione che si configura come un'annessione de facto.

Gli Emirati hanno soprattutto stabilito una presenza militare a Socotra, e secondo un recente articolo di Breaking Defense, stanno valutando la possibilità di espandere quella presenza inserendo sensori di difesa missilistica, che entrerebbero a far parte della Mead, che si potrebbe definire come il prodromo della nascita di una Nato del Medio Oriente.

L'eventuale nulla osta, o tacito assenso, da parte di Washington alla possibilità di vedere sensori e sistemi da difesa area a Socotra potrebbe però sollevare criticità, in quanto si configurerebbe una contraddizione del principio di rispetto della sovranità territoriale difeso dalla Casa Bianca per la questione ucraina, alla base della risposta dell'Occidente all'invasione russa avvenuta lo scorso 24 febbraio, e fornirebbe una prova ulteriore, a quei Paesi del mondo che non si sono schierati sulla linea statunitense in merito alla guerra, che Washington difende certi principi solo per proprio tornaconto e non in senso universale. Del resto il normale agire delle potenze globali, ma anche degli attori regionali, non è quasi mai mosso da spirito di universalismo, ma dal sottile pragmatismo che piega i principi internazionali ai propri interessi, e non si capisce perché gli Stati Uniti, o chiunque altro, dovrebbero agire diversamente.

Al momento la Casa Bianca e l'ambasciata degli Emirati Arabi Uniti a Washington hanno rifiutato di commentare, così anche il Dipartimento della Difesa Usa e quattro membri del Congresso che sostengono l'idea di un'alleanza di difesa aerea in Medio Oriente.

Abu Dhabi ha iniziato a militarizzare Socotra intorno al 2018, quando ha stabilito una base sull'isola con l'appoggio del Southern Transitional Council, una fazione sostenuta dagli Emirati che cerca l'indipendenza per lo Yemen del Sud. Queste azioni degli Eau hanno visto il sostegno implicito degli Usa che non hanno mai condannato la presenza illegale emiratina sull'isola e hanno proseguito nella loro politica di vendita di armamenti agli Emirati.

In palio, infatti, c'è una posta troppo alta che non si limita solo al contrasto dell'avversario regionale rappresentato dalla Repubblica Islamica dell'Iran, ma anche la volontà di allontanare i Paesi del Golfo – e più in generale quelli del Medio Oriente – dall'influenza russa e da quella cinese.

Gli Eau, ad esempio, guardavano con favore alla possibilità di dotarsi di armamenti russi, in particolare i caccia, mentre l'Arabia Saudita, lo ricordiamo, ha aperto alla presenza di società cinesi per la ricerca e possibile sfruttamento dei suoi giacimenti di uranio oltre che per la nascita di un vero e proprio programma per l'energia atomica.

L'estensione della rete Mead, e la nascita di una possibile Nato mediorientale guidata, o comunque supervisionata, dagli Stati Uniti pone anche dei rischi a livello regionale: le tensioni con l'Iran potrebbero aumentare drammaticamente e danneggiare le possibilità di intavolare trattative diplomatiche tra Teheran e gli Stati arabi, mentre gli stessi Usa potrebbero trovarsi loro malgrado coinvolti in un conflitto regionale proprio per via della presenza diffusa dei sensori Mead, che nel caso di Socotra pongono dei seri interrogativi riguardo il loro scopo di difesa dai sistemi missilistici iraniani. È pur vero che Teheran ha dimostrato di poter colpire il traffico marittimo in transito nel Mar Rosso, oltre che lungo lo Stretto di Hormuz, ma lo ha sempre fatto utilizzando i suoi proxy nello Yemen oppure attraverso azioni partite da naviglio “occulto” appartenente alle Guardie della Rivoluzione, mai usando vettori balistici e da crociera lanciati dal proprio territorio.

Al di là di queste considerazioni di più ampio respiro, risulta particolarmente interessante far notare come la politica degli Emirati Arabi Uniti sia diventata, silenziosamente, più assertiva.

Socotra, infatti, non è l'unico esempio di un'isola che viene occupata lontano dai riflettori della politica internazionale. A maggio dello scorso anno vi avevamo raccontato di quanto stava accadendo sull'isola di Mayun (anche conosciuta come Perim), che si trova nello stretto di Bab el-Mandeb a poca distanza dalla costa yemenita. Su quel piccolo lembo di terra, situato in uno specchio d’acqua tra i più importanti del mondo, lungo appena 5,6 chilometri, ma che rappresenta un punto strategico in quanto per lo stretto passa una rotta fondamentale per i traffici marittimi del mondo, era stata notata la costruzione di una pista di atterraggio con annesse strutture di supporto. Sebbene non vi siano prove dirette del coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti in questi lavori che potrebbero portare alla nascita di una base aerea, sappiamo che anni fa Abu Dhabi aveva cercato di avere un punto di appoggio per le operazioni militari in Yemen in sostegno all'Arabia Saudita in lotta contro i ribelli Houthi spalleggiati dall'Iran. Una tesi affermata anche dai funzionari del governo yemenita, nonostante gli Eau abbiano annunciato, nel 2019, che stavano ritirando le loro truppe dalla campagna militare. Anche allora il governo emiratino non aveva voluto commentare la notizia.

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