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L’Unione Europea vede avviarsi il programma ReArm Europe, che il Consiglio straordinario di giovedì ha sostenuto con forza come un progetto strategico di interesse comunitario. Si partirà con 150 miliardi di euro di risorse da identificare tramite un nuovo strumento comune: fondi volti ad abilitare la spesa in armamenti dell’Europa e a potenziare le sue capacità di competere nel mercato globale della Difesa. A questo si aggiungeranno una clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità per scorporare gli investimenti in Difesa dal deficit e accelerare il potenziamento degli arsenali.

I programmi comuni sulla Difesa

I fondi sono solo una parte del discorso. Esiste poi il vero tema: quello delle strategie e delle capacità. Cosa abilitare con tale spesa? Facciamo nostra la riflessione proposta da Paolo Mauri su queste colonne: no ai fondi a pioggia, alle spese senza strategia, sì ai piani coordinati e con un fine. L’obiettivo non deve essere una corsa senza meta all’ennesima soluzione emergenziale, ma piuttosto una riflessione seria e coordinata su quali possono essere i programmi comuni su cui fare squadra e mettere le risorse a fattor comune.

Le conclusioni del Consiglio Europeo indicano già una rotta: come settori prioritari sul fronte delle capacità sono indicati “conformemente al lavoro già svolto nel quadro dell’Agenzia europea per la difesa e in piena coerenza con la Nato: difesa aerea e missilistica; sistemi di artiglieria, comprese le capacità di attacco di precisione in profondità; missili e munizioni; droni e sistemi anti-droni; abilitatori strategici, anche in relazione alla protezione dello spazio e delle infrastrutture critiche; mobilità militare; cyber; intelligenza artificiale e guerra elettronica”.

Esistono progetti indubbiamente interessanti su cui lavorare facendo squadra: si pensi, ad esempio, a progetti come il programma Eurodrone o alla European Sky Shield Intiative, lo scudo antiaereo a guida tedesca ad oggi eccessivamente dipendente dai sistemi Patriot americani. E vari Paesi hanno esigenze convergenti.

Come riportato nelle scorse settimane su queste colonne, “il Coordinated Annual Review on Defence dello scorso novembre prodotto dall’Agenzia Europea della Difesa (Eda) vedeva 18 Stati membri sottolineare l’importanza dello scudo aereo comune”, il cui potenziamento è stato da tempo indicato come prioritario dal Commissario alla Difesa Andrius Kubilius. Inoltre, tra i Paesi dell’Ue ce ne sono “14 pronti a considerare il procurement congiunto di strumenti e piattaforme di guerra elettronica, 17 Stati pronti a lavorare su delle munizioni circuitanti (i famosi “droni kamikaze”) europee e 7 pronte a sviluppare entro il 2040 una nuova linea di nave da combattimento europea (Ecv). Assieme a Belgio e Cipro, l’Italia è l’unico Paese che si è detto pronto a operare su tutti e quattro i fronti”. Accordi come quello tra Leonardo e Baykar sui droni, la partnership del Global Combat Air Program tra Italia, Regno Unito e Giappone e i programmi italo-francesi per le fregate Fremm mostrano la resilienza dell’Italia a questa convergenza d’interessi.

Concentrarsi sulle capacità

“Concentrarsi sulle capacità mancanti” e “fare gioco di squadra” sono i motti proposti da tutti gli addetti ai lavori in questa fase. E tornano nel piano della Commissione progetti che mirano a colmare vuoti aperti da tempo nelle forze armate comunitarie. Funzionali, tra le altre cose, a sostenere piani già avviati.

Un esempio? L’European Long-Range Strike Approach (Elsa), il piano di sviluppo di un vettore europeo di attacco missilistico a lungo raggio lanciato da terra su cui Italia, Francia, Germania e Polonia hanno iniziato a lavorare nel luglio 2024. Mentre missili come i Taurus e gli Scalp/Storm Shadow sono operativi lanciabili dall’aria, “nessun membro europeo della Nato, ad eccezione della Turchia, possiede un missile lanciato da terra convenzionale con una gittata superiore a 300 chilometri”, nota l’International Institute for Strategic Studies, aggiungendo che “a parte ArianeGroup della Francia e Roketsan della Turchia, nessun’altra grande azienda europea della difesa ha esperienza nella produzione di missili balistici diversi dai razzi da campo a corto raggio”. Un finanziamento comune di una Difesa europea autonoma potrà prender piede solo se le capacità saranno adeguatamente sviluppate e non si butteranno soldi in doppioni, progetti sovrapposti, procurement fine a sé stesso.

Qui arriva il grande dubbio sulla capacità della Commissione di Ursula von der Leyen di coordinare questo piano: può un esecutivo Ue spesso a-strategico garantire la necessaria leadership e visione d’insieme? I fatti non sembrano parlare a favore di Frau Ursula, e la presenza dei falchi baltici in posizioni di responsabilità lascia pensare che l’istinto della corsa antirussa potrà prevalere su esigenze geostrategiche più ampie. All’Europa, dunque, il compito di smentirci.

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