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Il Consiglio Europeo straordinario sulla Difesa e il sostegno comunitario all’Ucraina mostra due facce. Da un lato, Ursula von der Leyen incassa pieno sostegno alla proposta del piano ReArm Europe per scorporare gli investimenti in Difesa dal Patto di Stabilità e rilanciare la spesa militare europea. Dall’altro, il primo ministro ungherese Viktor Orban ha annacquato la dichiarazione finale dei Ventisette sul risoluto sostegno a Kiev.

Passa il piano sul sostegno alle spese militari, non passa la proposta per destinare immediatamente nuovi pacchetti miliardari in forma diretta al riarmo dell’Ucraina tramite risorse del bilancio comune, sostituita da un impegno chiaro: la Commissione e il Consiglio Europeo evidenziano “la disponibilità degli Stati membri a intensificare urgentemente gli sforzi per affrontare le urgenti esigenze militari e di difesa dell’Ucraina, in particolare la fornitura di sistemi di difesa aerea, munizioni e missili, la fornitura della formazione e delle attrezzature necessarie per le brigate ucraine e altre esigenze che l’Ucraina potrebbe avere”. Dal summit ciò che emerge è un’Europa che prova a pensarsi potenza geopolitica e strategica. E il piano che l’Unione Europea mette in campo per la pace a Est è un esercizio di pragmatismo.

Cinque punti per la pace in Ucraina

La dichiarazione finale del summit, che come detto non prevede la maxi-assistenza a Kiev inizialmente pensata da von der Leyen, porta una proposta in cinque punti, assiomi di un teorema che tutta l’Ue dà per assodato: l’Europa deve avere voce in capitolo sulla crisi ai suoi confini orientali. L’Ue chiede che: non ci siano negoziati sull’Ucraina che escludano il governo di Volodymyr Zelensky; non si parli di sicurezza europea senza coinvolgere l’Ue; si discuta un cessate il fuoco solo in funzione di una futura volontà concreta di pace; si cerchi lo sviluppo di garanzie di sicurezza per il Paese invaso dalla Russia nel 2022; si difenda l’integrità territoriale dell’Ucraina.

In una frase: “pace attraverso la forza“, concetto caro a von der Leyen e all’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza comune Kaja Kallas. L’Ue, spiega il comunicato del Consiglio Europeo, ” continuerà a fornire all’Ucraina un sostegno finanziario regolare e prevedibile”. Sulla base di programmi già stanziati, “nel 2025, fornirà all’Ucraina 30,6 miliardi di euro, con esborsi previsti dall’Ukraine Facility pari a 12,5 miliardi di euro e 18,1 miliardi di euro nell’ambito dell’iniziativa G7 ERA rimborsati dai profitti inattesi derivanti dagli asset russi immobilizzati”. Nessuna decisione è stata presa, per ora, sulla confisca di questi asset in forma definitiva.

Tredici linee guida per la Difesa europea

La formulazione sull’Ucraina è stata messa a terra in forma molto articolata per evitare rischi di veto da parte di Orban, che invece ha lasciato passare tutta la definizione inerente la riforma delle politiche di difesa comune e riarmo. La definizione del Consiglio si articola attorno a tredici prescrizioni tra cui si segnalano diverse strategie ambiziose.

L’Ue propone “l’attivazione, in modo coordinato, della clausola di salvaguardia nazionale prevista dal Patto di stabilità e crescita”, ovvero lo scorporo del deficit militare dal computo per le passività nazionali, la ricerca di “e fonti di finanziamento aggiuntive per la difesa a livello dell’UE, anche mediante ulteriori possibilità e incentivi offerti a tutti gli Stati membri”, la disponibilità della Banca europea degli investimenti per consolidare la spesa pubblica in Difesa, la ricerca “di un’armonizzazione dei requisiti e di appalti congiunti allo scopo di ridurre i costi complessivi, garantire la standardizzazione e l’interoperabilità e offrire all’industria europea”.

Passa la linea di Mario Draghi (interoperabilità) ma anche quella di Giorgia Meloni (deficit scorporato) e, forse soprattutto, quella di Emmanuel Macron che ottiene “un nuovo strumento dell’UE volto a fornire agli Stati membri prestiti garantiti dal bilancio dell’Ue fino a 150 miliardi di euro” su cui la Francia punta da tempo. Ursula von der Leyen, falco filo-statunitense, ottiene l’agganciamento della Difesa rafforzata dell’Europa alla Nato, definita “per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva”. Un investimento sulla Difesa dell’Europa non è ancora quello sulla Difesa comune europea. E forse proprio questo è ciò a cui le élite europee puntavano.

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