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Secondo i dati più aggiornati, riferiti a luglio 2024, da fonti del Pentagono, oltre 67.000 militari americani sono stanziati in Europa. Germania, Italia, Regno Unito, Polonia, Spagna. Tutti ordinatamente puntellati da basi, radar, comandi, logistica, aeroporti militari. Dalla Lajes Field in Portogallo a Mihail Kogălniceanu in Romania, passando per Ramstein, Aviano, Sigonella e Incirlik, è quasi più facile trovare una base USA che un pronto soccorso.

Ora, se un marziano scendesse sulla Terra con questa cartina in mano, giurerebbe di essere atterrato in un protettorato americano. O, se preferiamo un’espressione più dolce, in un “condominio geopolitico” a guida NATO. Peccato che la maggior parte degli inquilini — cioè noi — non abbia mai letto, né firmato, l’atto di proprietà.

Germania batte Italia (per ora)

La Germania, si sa, fa sempre le cose in grande: oltre 35.000 militari USA, basi storiche come Ramstein (hub mondiale dell’aeronautica americana), e il comando AFRICOM. L’Italia segue a ruota con oltre 12.000 soldati, e basi disseminate ovunque: Aviano, Camp Darby, Vicenza, Sigonella, Napoli, Gaeta. Senza dimenticare il MUOS in Sicilia e il radar di Niscemi, che spediscono dati militari direttamente nel cuore del comando globale americano.

Sì, perché non siamo solo ospiti: siamo terminali, piattaforme, carburanti. I droni che partono da Sigonella? Le missioni NATO che decollano da Aviano? Tutto parte da qui. L’Italia come pontile nel Mediterraneo, retrovia di ogni “intervento umanitario” in Medio Oriente, Africa, Ucraina.

Sovranità? No grazie

Domanda semplice: se domani gli USA decidono un attacco militare da una base sul nostro territorio, noi possiamo impedirlo? No. Sappiamo almeno che cosa parta da lì? Di solito no. Ci avvisano? Forse, a cose fatte. Questo è il prezzo della “protezione atlantica”. Una sovranità dimezzata, anzi delegata. Ma guai a dirlo, altrimenti sei putiniano, pacifista, grillino, peggio: uno che legge.

In compenso, spendiamo decine di miliardi l’anno per “conformarci” agli standard NATO: più armi, più esercitazioni, più spese militari. Ma senza uno straccio di voce in capitolo. L’Europa è l’unico continente che ha bisogno di un esercito straniero per sentirsi al sicuro. Una forma di sindrome da dipendenza che Freud avrebbe chiamato “complesso di Ramstein”.

Il paradosso polacco

Polonia e Paesi baltici accolgono nuove basi con entusiasmo quasi messianico. In nome della minaccia russa, hanno trasformato le loro pianure in parchi giochi per blindati NATO. Con il risultato che Mosca si sente accerchiata, minacciata, provocata. E risponde con altre truppe, altri missili, altre paranoie. Così tutti sono contenti: il Pentagono perché espande, la Russia perché giustifica, i Governi europei perché si sentono importanti.

La guerra come routine

La mappa, in fondo, racconta questo: la guerra è diventata una prassi. Non si dichiarano più guerre, si predispongono scenari. Non si parte più per missioni, si presidiano territori. Non si firmano più trattati di pace, si aggiornano protocolli operativi. E l’Europa — culla dei diritti, del pensiero, della diplomazia — si scopre terminale passivo di una strategia che non le appartiene.

Come diceva quel tale, “abbiamo fatto l’Europa, ma non gli europei”. O meglio, li abbiamo fatti, ma col marchio “Made in Pentagon”.

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