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La Groenlandia non è in vendita. E, almeno a giudicare da manovre e avvertimenti, potrebbe essere posta sotto la protezione di un contingente francese come forza di interposizione per scoraggiare le strane brame di Donald Trump, di nuovo Commander in Chief degli Stati Uniti che continuano a monitorare il teatro del Pacifico, dove si teme già da anni un’escalation nell’ambito del confronto latente con la Repubblica Popolare Cinese, e non possono certo dire di aver messo la parola fine all’interminabile dilatazione della Guerra Fredda con il Cremlino. 

Sembra uno scenario fantapolitico quello di una guerra all’interno della NATO. Ma mentre il tycoon dichiarava pubblicamente che gli Stati Uniti potrebbero “anche decidere” di imporsi sul Canada, al centro delle cronache per l’imposizione di nuovi dazi che forse vorrebbero davvero persuadere il governo di Ottawa a prendere in considerazione l’offerta di diventare il 51° stato d’America, nel Canale di Panama, dove Pechino ha stabilito importanti interessi, asserendo di volersi imporre soprattutto sulla Groenlandia, isola strategica ricca di minerali e petrolio; la Francia, potenza nucleare con un interessi sparsi sullo scacchiere politico internazionale, ha discusso seriamente con la Danimarca il possibile “invio di truppe” in Groenlandia in“risposta alle ripetute minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di annettere il territorio danese”.

Trump, per mantenere il suo stile, si è “rifiutato di escludere l’uso della forza militare” se gli Stati Uniti decidessero di annettere l’isola dove gli strateghi della Guerra Fredda volevano stabilire i vettori di lancio di missili nucleari mobili per colpire l’Unione Sovietica secondo il piano top-secret denominato Progetto Iceworm, e dove attualmente sorge già una base statunitense: la base di Thule.

A dichiararlo è stato proprio il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot. Questo nonostante il governo danese, che mantiene una competenza sulle questioni politiche, non è essenzialmente ”il desiderio della Danimarca” accettare l’offerta dell’Eliseo. “Se la Danimarca chiede aiuto, la Francia sarà lì“, ha detto Barrot, ”i confini europei sono sovrani, che siano a nord, a sud, a est e a ovest… nessuno può permettersi di mettere mano ai nostri confini”. Una dichiarazione da scenario fantapolitico, dato che, anche con un sforzo di immaginazione degno della trama di vecchi film come Base artica Zebra, è difficile immaginare la Legione Straniera che insieme ai Frømandskorpset danesi, di cui  Re Frederik X è stato membro, che respingono un incursione dei Navy Seal statunitensi su un campo di battaglia innevato. Per il quale le forze speciali si stanno preparando, ma in chiave anti-russa della remota ipotesi di eventuale teatro di scontro nell’Artico. Non per combattere degli alleati europei o invadere uno stato autonomo che fa parte del Regno di Danimarca.

Secondo gli analisti di Politico, che si sono dilettati a fare delle proiezioni, l’invasione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti sarebbe “la guerra più breve del mondo“. Partendo dall’assunto di base che gli americani avrebbero la meglio in un qualsiasi tipo di scontro convenzionale con un esercito come quello danese, che non è né equipaggiato né addestrato per resistere a un’invasione statunitense, il fantascenario potrebbe portare Copenaghen – nel caso mantenesse una determinata risolutezza – a richiedere all’Unione Europea di difendere la Groenlandia. Invocando le disposizioni di difesa comuni della NATO contro un attacco da parte del membro più grande dell’Alleanza Atlantica. Un aspetto inesplorato dell’articolo 5 del trattato Nord Atlantico.

La stessa Alleanza che ha valutato negli ultimi anni un progressivo “rafforzamento della sua presenza militare nell’Artico” per dissuadere eventuali avversari, non alleati con interessi incompatibili con l’autodeterminazione degli Stati sovrani, che paventano o comunque non ritrattano delle idee stravaganti che la comunità internazionale ha considerato alla stregua di una minaccia.

Il primo ministro danese Mette Frederiksen, da Bruxelles, ha dichiarato che “la Groenlandia non è in vendita” e ha precisato che “tutti devono rispettare la sovranità di tutti gli Stati del mondo. La Groenlandia è parte del Regno della Danimarca e del nostro territorio“, ricordando “il grande supporto da parte dei partner europei e dell’Unione europea” su questa linea. La diplomazia ha spinto la Danimarca a ricordare che è “d’accordo con gli Stati Uniti sul fatto che il grande Nord e la regione artica stiano diventando sempre più importanti quando parliamo di difesa, sicurezza e deterrenza“, e che può “trovare un’intesa con gli Usa con una loro maggiore presenza in Groenlandia”, aggiungendo che “la Danimarca è pronta a fare di più, e lo è anche la NATO“. Tuttavia, ha ribadito che, come nel 1946, quando l’amministrazione Truman tentò di acquistare l’isola per 100 milioni di dollari, la Groenlandia non è in vendita.

Questa nuova tensione internazionale, inserita nel contesto più ampio ci ricorda infine un altro dato curioso: un’invasione statunitense “estremamente teorica” ​​della Groenlandia, nonostante la sua assurdità, dovrebbe preoccupare tra gli altri anche proprio il Pentagono, che negli ultimi anni ha ricordato, in più occasioni, come gli Stati Uniti non potrebbero sostenere due guerre convenzionali contemporaneamente. Sarebbe paradossale se un avversario teorico si concretizzasse come nemico proprio quando degli alleati di fatto decidessero di fronteggiarsi per una questione di principio.

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