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Difesa

L’esercito Ue e la sfida della Nato: cos’è successo alla forza di intervento rapido

La Eu Rapid Deployment Capacity (Eu Rdc) dovrebbe garantire capacità d'impiego sui teatri aerei, terrestri e navali all'Ue. Ma è ancora ben lontana dall'essere operativa

Mancano sempre meno settimane al decisivo appuntamento di ottobre, quando la Forza d’intervento rapido dell’Unione Europea istituita nel 2022 con la nuova Bussola Strategica (Strategic Compass) di Bruxelles dovrebbe essere messa in campo per la sua prima esercitazione operativa nel Golfo di Cadice, in Spagna. Ma il corpo da 5mila unità con cui l’Unione Europea dovrebbe provare a testare i prodomi di un esercito comune è ancora ben lungi dall’essere pienamente costituito.

Incompiuta o progetto concreto?

La Eu Rapid Deployment Capacity (Eu Rdc) dovrebbe garantire capacità d’impiego sui teatri aerei, terrestri e navali a formazioni multinazionali sotto il controllo diretto dell’Eu Military Comitteee. Ad oggi, però nessun Paese membro sta facendo sforzi strutturali per rendere questo corpo una sorta di “jolly” operativo capace di essere schierato sotto l’egida Ue nei maggiori teatri di crisi nel mondo.

La volontà di potenziare la potenzialità di dispiegamento rapido dell’Ue mirava inizialmente a superare i mai applicati Eu Battlegroups, organizzati dal 2007 e mai ufficialmente dispiegati in teatri operativi. “A circa un anno dalla pubblicazione della Strategic Compass, il 9 marzo 2023 il Comitato degli affari esteri del Parlamento europeo (Afet) ha approvato un report per definire meglio le caratteristiche da attribuire a questo nuovo strumento, considerato chiave per l’autonomia strategica dell’Unione”, nota Pandora.

Il modello delle forze d’intervento rapido

Il modello è quello delle forze d’intervento rapido sovente utilizzate negli scenari di crisi in ambito atlantico. Non a caso nella Bussola Strategica è stata valorizzata per l’Ue “la storica e proficua collaborazione con la Nato”, la quale di recente “è stata rinsaldata, con la stipula di un nuovo accordo di cooperazione, la dichiarazione congiunta firmata il 10 gennaio 2023. Si tratta della terza dichiarazione congiunta, dopo quella di Varsavia nel 2016 e di Bruxelles del 2018, nell’ambito di una partnership più che ventennale”. 

In quest’ottica, quello che si trova oggi sul fronte dell’Eu Rdc sono molti finanziamenti e meno capacità operative. L’Europarlamento si è impegnato ad alzare a 2 miliardi di euro il finanziamento all’European Defence Fund (Edf) destinato alla nuova forza, che così non graverà sui bilanci dei singoli Stati. Ma al contempo sarà la volontà dei maggiori Paesi europei a far sì che questa struttura possa diventare pienamente efficace.

Stati come Francia, Italia e Germania saranno decisivi per permettere la creazione di appoggi logistici, rifornimenti materiali e garanzie operative a un progetto che ad oggi tutti, dal 2021 in avanti, hanno avallato senza mai metterlo al centro delle proprie strategie militari e geopolitiche. Perfino Parigi, paladina dell’autonomia strategica europea, sta preferendo il potenziamento del proprio deterrente. L’esempio delle missioni europee antipirateria e di missioni comunitarie come Eufor Congo o Eufor Chad insegna che solo una prospettiva chiara e precisa dell’impegno di contingenti europei può mettere in campo le condizioni perché i maggiori governi comunitari ne strutturino la composizione.

La ratio strategica

A tal proposito, l’idea di una forza multiruolo di intervento rapido con capacità di proiezione terrestre, marittima e navale può apparire coincidente con un concetto strategico ormai superato dalla realtà. Ad esempio, nel 2021 il tema impellente su cui l’Europa discuteva era legato alle conseguenze della crisi afghana e alla necessità di evacuare da scenari di crisi contingenti assediati o civili. Dunque si ragionava principalmente in un’ottica di controinsorgenza o conflitti asimmetrici.

La guerra in Ucraina ha riportato le grandi battaglie convenzionali in Europa e può aver rappresentato un freno a uno sviluppo a tutto campo dell’Eu Rdc. La cui prospettiva operativa rimane e, visto il ridotto coinvolgimento francese, può vedere potenzialmente l’Italia giocare un ruolo guida. Una forza europea d’intervento rapido capace di muoversi in scenari di crisi regionali in aree quali il Nord Africa e il Sahel può rappresentare un’utile proiezione dell’Europa nell’estero vicino che Roma è potenzialmente in grado di utilizzare per i suoi scopi.

Il nodo armamenti

Il Paese che più avrà iniziativa politica nell’Eu Rdc e nella Difesa europea si potrà muovere, inoltre, per accaparrarsi pregiati appalti industriali. Del resto, una forza comune chiamerà una certa standardizzazione degli armamenti.

L’European Policy Centre ricorda che i Paesi Ue hanno “sei volte più sistemi d’arma in servizio degli Stati Uniti, tra cui 17 diversi tipi di carri armati principali e 27 diversi obici”, e “nell’attuale quadro di cooperazione strutturata permanente (Pesco) gli impegni relativi all’allineamento reciproco dei rispettivi apparati di difesa dovrebbero essere sostenuti sia dall’Ue che dalla Nato per migliorare l’interoperabilità delle forze e sviluppare capacità di difesa congiunte dei paesi dell’Ue”. Garantendo all’Alleanza Atlantica di poter continuare a giocare le grandi partite globali e all’Ue di fare da gendarme al suo estero vicino, in autonomia. Con una partita che vedrebbe primi attori quei Paesi maggiormente decisi a puntare a un’Europa della Difesa complementare e non supplente alla Nato. Un vestito che si sposa perfettamente con il disegno strategico dell’Italia.

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