“L’Esercito popolare di liberazione (Pla) cinese non è ancora così formidabile come teme l’Occidente” ma allo stesso tempo “sopravvalutare le forze armate di Pechino sarebbe pericoloso”. È questa la disamina messa nera su bianco da uno speciale dell’Economist dedicato solo ed esclusivamente al braccio armato della Cina.

L’analisi parte confrontando quanto sta accadendo oggi, con gli Stati Uniti preoccupati del riarmo del Dragone, con i fatti avvenuti nel bel mezzo della Guerra Fredda, quando Washington era invece in apprensione a causa dello sviluppo militare dell’Unione Sovietica. Nel 1957, gli Usa erano terrorizzati di un possibile gap missilistico con Mosca. Il Cremlino, del resto, aveva appena sbalordito il mondo con il volo di prova di un missile balistico intercontinentale (Icbm) e il lancio dello Sputnik. Un rapporto dell’intelligence statunitense prevedeva, inoltre, che entro il 1962 i sovietici avrebbero potuto avere 500 Icb, arrivando così a superare l’arsenale americano.

Quando la notizia divenne pubblica, scoppiò un furore politico. Peccato che, nel 1961, nuove immagini satellitari svelarono la realtà dei fatti. I sovietici avevano appena sei Icbm contro i 60 controllati dagli Usa. Poco importa perché John F. Kennedy, che di lì a poco sarebbe diventato presidente, chiese un’azione per impedire una “scorciatoia sovietica al dominio del mondo”. La sua retorica, accompagnata dal continuo accumulo di armi atomiche, alimentarono le tensioni con l’Unione Sovietica, che sfociarono nella crisi missilistica cubana.

In seguito, nel 1967, Lyndon Johnson commenterà così quanto accaduto in quegli anni: “Stavamo facendo cose di cui non avevamo bisogno. Stavamo costruendo cose che non avevamo bisogno di costruire”. Gli Usa stanno adottando oggi lo stesso atteggiamento con la Cina?

Errori di calcolo e percezioni sbagliate

Nonostante siano trascorsi decenni dall’abbaglio preso dagli Usa sulle potenzialità missilistiche sovietiche, e anche se le agenzie di intelligence possono contare ora su strumenti sofisticati, sullo spionaggio informatico e sui satelliti, gli errori di valutazione continuano a ripetersi. Basta vedere le reazioni dei governi occidentali in merito alla guerra in Ucraina, in particolare allo scarso rendimento delle forze russe, considerate tra le migliori al mondo prima dell’operazione militare speciale avallata da Vladimir Putin. Sorge quindi una domanda: quanto è accurata la valutazione degli Stati Uniti sulla potenza militare della Cina?

Nel 1979, quando la Repubblica Popolare Cinese normalizzò le relazioni diplomatiche con gli Usa, l’esercito cinese era una forza mal equipaggiata e progettata per combattere all’interno dei suoi confini terrestri. Adesso Pechino vanta l’esercito e la marina più grandi del mondo, la terza forza aerea più grande e uno dei più potenti arsenali di missili convenzionali, compresi alcuni che possono colpire le basi americane nel Pacifico. Sebbene Usa e Russia abbiano ciascuna più di dieci volte il numero di testate nucleari del Dragone, la Cina sta modernizzando le sue scorte che, secondo il Pentagono, potrebbero raddoppiare fino a quota mille unità entro il 2030. A

llarmati, inoltre, dal dinamismo militare del gigante asiatico nell’Indo-Pacifico, gli alti comandanti militari americani hanno avvertito che un attacco cinese a Taiwan potrebbe essere imminente. Eppure, visto da Pechino, il Pla è ancora lungi dall’essere pronto per la guerra con l’America. Per sentirsi sicuri della vittoria in un conflitto, come quello su Taiwan, le forze armate cinesi devono superare diversi vecchi problemi, tra cui una struttura di comando contorta, una logistica inadeguata e una mancanza di esperienza di combattimento.

Il peso militare della Cina

Il Pla deve insomma combattere quella che il presidente Xi Jinping ha definito “malattia della pace”, una cultura interna lassista generata da decenni di non combattimento. Per gran parte di questo periodo, del resto, le forze armate cinesi sono diventate famose per i loro affari di vasta portata e spesso per episodi interni legati alla corruzione.

Dal 2016, Xi ha cercato di modernizzare l’esercito con la più grande revisione degli ultimi sessant’anni, razionalizzando le sue strutture fossilizzate dell’era sovietica e cercando di consentire operazioni congiunte tra tutti i servizi. Per vedere risultati concreti serve però tempo. Molto più del previsto. Come se non bastasse, è lecito supporre che l’indisciplina non sia ancora stata estirpata del tutto dai ranghi militari cinesi, a giudicare dal licenziamento a luglio dei due principali generali della Pla Rocket Force, l’unità militare che gestisce i missili nucleari e convenzionali cinesi, e del ministro della Difesa, Li Shangfu.

In definitiva, il braccio armato di Pechino non è una “tigre di carta” e la minaccia che rappresenta è reale. In ogni caso, i dibattiti relativi alla potenza militare cinese devono muoversi dentro i binari dell’equilibrio. Senza paranoie né preoccupazioni spesso inutili.