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Il viaggio di Giorgia Meloni in Arabia Saudita ha dimostrato una volta di più quanto il linguaggio del denaro e degli affari si adatti perfettamente alla politica italiana. Tra sorrisi, strette di mano e Memorandum of Understanding (che detto in inglese fa sempre più chic), il premier ha portato a casa 10 miliardi di dollari di accordi, firmati con tanto di scenografia internazionale. Protagoniste, nemmeno a dirlo, alcune delle aziende di punta del settore Difesa italiano: ELT Group, Leonardo e Fincantieri.

L’incontro con il principe Mohammad Bin Salman – che tanto ha fatto parlare di sé per il caso Khashoggi e le “libertà” saudite – è stato condito da toni calorosi e parole di reciproca stima. Del resto, per il Governo italiano, le polemiche sui diritti umani si fermano sulla soglia degli affari. Ecco allora che la Vision 2030 del regno saudita, che punta a diversificare l’economia petrolifera trasformandosi in un hub tecnologico e industriale, diventa una meravigliosa opportunità per aziende italiane desiderose di espandere il proprio business.

Le tre grazie del Made in Italy militare

Il ruolo di ELT Group in Arabia Saudita è ormai consolidato. Con una presenza sul territorio già ben radicata, l’azienda si propone come partner ideale per SAMI Advanced Electronics Company, una controllata di Saudi Arabian Military Industries. Lo scopo? Localizzare tecnologie avanzate per la difesa e l’aerospazio. Una collaborazione che, tra retoriche sull’innovazione e discorsi sulla sostenibilità, ha un sapore molto più strategico che etico.

Fincantieri, dal canto suo, non ha perso tempo a ribadire il proprio interesse per la regione. Con la controllata Fincantieri Arabia for Naval Services, fondata nel 2024, l’azienda punta a rafforzare il suo ruolo come attore di primo piano nella navalmeccanica saudita. Ma attenzione: si parla di sostenibilità e innovazione, mentre si costruiscono navi militari in grado di navigare non solo in mare, ma anche in una narrativa fatta di convenienza e opportunismo.

Leonardo, infine, si è distinta per un nuovo Memorandum volto a potenziare collaborazioni in settori strategici come radar, sistemi elettronici e assemblaggio di elicotteri. Per l’Italia, è un trionfo: per il resto del mondo, una conferma della spregiudicatezza con cui la politica si intreccia agli affari.

Gli affari sono affari

Quello che colpisce, però, non è tanto il valore economico di questi accordi, ma l’assoluta indifferenza verso il contesto geopolitico e sociale in cui avvengono. Meloni non ha speso una parola sui diritti umani o sulle guerre in Yemen, dove le armi occidentali, italiane incluse, fanno la loro parte. Ma si sa, i diritti umani sono un fastidioso contorno che si lascia volentieri fuori dal menù quando si tratta di incassare miliardi.

Il viaggio in Arabia Saudita rappresenta perfettamente la politica estera italiana: pragmatica, cinica e priva di una visione etica. Dietro gli slogan sulla sostenibilità e sull’innovazione, c’è una realtà fatta di armi, affari e convenienze geopolitiche. E mentre le istituzioni celebrano gli accordi come un successo, resta un retrogusto amaro: quello di un Paese che, ancora una volta, ha preferito chiudere gli occhi e allungare la mano.

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